Giorno: 14 aprile 2016

CIÒ CHE DISSE IL LEGNO: TWIN PEAKS ATTRAVERSO I MONOLOGHI DELLA SIGNORA CEPPO #2

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

.

cooper

.

[Episodio uno: Tracce verso il nulla]

I carry a log…yes. Is it funny to you? It is not to me. Behind all things are reasons. Reasons can even explain the absurd. Do we have the time to learn the reasons behind the human being’s varied behavior? I think not. Some take the time. Are they called detectives? Watch…and see what life teaches.

Porto un ceppo con me…sì. Lo trovate divertente? Io no. Dietro ogni cosa ci sono delle ragioni. Le ragioni possono spiegare perfino l’assurdo. Abbiamo il tempo di imparare le ragioni dietro il comportamento variegato dell’essere umano? Penso di no. Alcuni questo tempo se lo prendono. Si chiamano detective? Diamo un’occhiata…e vediamo cosa insegna la vita. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)

.

Il ceppo della Signora Ceppo è il segno di un lutto, e al tempo stesso un’illusione di sopravvivenza. Non si ride che amaramente della presunta follia di una vedova, come non si rideva senza compassione della vecchia pirandelliana. Quel misto di sad funny che è l’impasto di Twin Peaks nasce quindi dalla capacità di trovare reasons dietro ogni cosa, anche la più strana e bizzarra, oltre l’apparente absurd dei comportamenti umani. Ci vuole però tempo, occorre raccogliere indizi, decifrare segni, mettersi al posto degli altri. È un compito da psicanalisti, e da detective. A Twin Peaks indagano in tanti, quasi tutti sono sulle tracce di qualcosa, ma le tracce si confondono, si perdono nel nulla. Serve un vero detective, e il detective arriva da fuori: Dale Cooper, agente dell’FBI. Anche lui ha una facciata di bizzarria, sorride trasognato se il caffè lo convince, registra di continuo la propria voce rivolgendosi a una misteriosa Diane. Eppure queste stranezze non lo rendono meno lucido, competente, rassicurante. Life teaches che c’è sempre qualche ragione nell’assurdità e un po’ di assurdo nella ragionevolezza. Questo gli psicanalisti e i detective lo sanno, e dopo averlo scoperto in se stessi lo cercano negli altri.

@ Andrea Accardi

Rodrigo Hasbún, Andarsene

SUR42_Hasbun_Andarsene_cover-1

Rodrigo Hasbún, Andarsene, Edizioni SUR, 2016, trad. di Giulia Zavagna, € 15,00, ebook € 9,99

di Martina Mantovan

*

Andarsene è l’imperativo che guida i personaggi di questo romanzo di Rodrigo Hasbún; andarsene è quell’esigenza dello spirito mai pacificato, con il mondo e con se stesso: nel moto perpetuo e irrequieto pongono le loro radici mobili Monika e suo padre, poli complementari della medesima evasione.
Hans Ertl, padre di Heidi, Trixi e Monika, è un uomo in fuga, un uomo che tenta di reinventarsi: dopo aver lasciato alle spalle la Germania nazista e il vecchio continente cerca in Bolivia un posto in cui riprendere la vita. Dietro alla macchina da presa nasconde lo spaesamento, dietro un obiettivo chimerico l’illusione di un senso definito e perseguibile. Solo nell’epica dell’avventura folle e fine a se stessa, sotto il vessillo della scoperta pura, Hans può ritrovare un bagliore di identità: marciando tra le foreste alla volta della mitologica Paititì egli si spoglia delle vesti di cineasta propagandista del nazismo e si fa tabula rasa per lasciar spazio all’insorgere di un nuova memoria.

Il futuro è qui, l’avevo sentito dire varie volte negli ultimi giorni, l’Europa ha perso la sua opportunità, è il turno di paesi come questo. Nel nostro paese non era più molto amato e il disprezzo era reciproco, sebbene la cinematografia tedesca gli dovesse tanto. Durante le olimpiadi di Berlino, nella famosa produzione di Leni Riefenstahl, papà era stato il primo cameraman a filmare sott’acqua e a fare delle riprese aeree incredibili, il primo in tante cose. Per anni si era anche dedicato a scattare delle impressionanti foto di guerra. Lo sapevamo tutti e noi meglio di chiunque altro, non per niente eravamo stati costretti a cambiare vita e continente.

L’archeologia è il tentativo di organizzare il ricordo e la visione prospettica del futuro, di rinsaldarli in quel corpo che ne accusa lo scollamento: Hans è l’uomo che ha perso il ritmo della propria esistenza, colui che peregrino colma la perdita attuale con la promessa utopica. Paititì è il fine e la fine di un’archeologia esistenziale che pone Hans faccia a faccia con il fallimento e l’istinto di sopravvivenza: Paititì è il simbolo che muove la ricerca tra le viscere della foresta, tra i meandri psicologici di un uomo reciso. (altro…)