Giorno: 13 aprile 2016

I me medesimi n. 23: Vittorio

Berlino, foto gm

Berlino, foto gm

La mano sulla testa l’aveva appena sentita che già, la testa, gliela avevano messa sotto. Nel cesso. Nel cesso del pub. Dalla sorpresa Vittorio non aveva fatto in tempo a contrarre i muscoli della schiena per resistere. Fottuti cessi senza chiave che ci entra chi vuole. Poi quelli dovevano essere almeno in due. Sicuramente.

Quando, appoggiando a malincuore le mani sulla tazza, Vittorio si tirò in piedi quelli erano spariti. Questo lo fece imbestialire. Almeno si fossero fermati, quei senza palle. Almeno si fossero fermati a vedere la reazione. Almeno avessero rischiato un minimo che Vittorio reagisse. Invece niente, avevano paura dello scontro diretto. Vittorio lo sapeva, non era di lui che avevano paura ma solo dello scontro, del confronto. Del guardarsi negli occhi e leggere la reciproca rabbia, il reciproco disprezzo, guardarsi negli occhi con la testa alta e pulsante, il cuore da tener giù, e assaporare la tensione che cresce, la violenza. Avevano paura quelli, erano gente da agguato alla cieca, dei caga sotto. Glielo aveva anche detto una sera.

Lui era da solo, mezzo ubriaco che era anche facile, volendo, buttarlo giù. Loro erano in dieci e nessuno che si facesse sotto. Erano in dieci a prendersi gli insulti di Vittorio che li insultava proprio perché sapeva che non avrebbero mosso un dito e allora ci aveva preso gusto a tirargli merda su merda. Era nata allora la questione delle birre. Era per quello che adesso qualcuno gli spingeva la testa dentro all’acqua del cesso, ne era sicuro. Erano stati loro, quei senza coglioni.

Con un balzo Vittorio era fuori dal bagno. Chi è stato, gridava. Il locale era ammutolito, persino la radio. Allora? Domandò Vittorio. Lo so che siete i soliti senza palle, gridava Vittorio. Venite fuori se siete uomini, ma non lo siete, siete insetti, urlava Vittorio aggirandosi per il locale con la testa bagnata. Dai, chi è stato? Uno contro uno, magari vinci pure… Fammi solo vedere che hai le palle per guardarmi in faccia, solo quello…
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Una frase lunga un libro #53: Giordano Meacci, Il cinghiale che uccise Liberty Valance

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Una frase lunga un libro #53: Giordano Meacci, Il cinghiale che uccise Liberty Valance, minimum fax,  2016; € 16,00, ebook € 8,99

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È tutto un abisso di dèmoni privati, la scoperta degli altri

Una cosa va detta subito e riguarda le due possibili strade da percorrere per leggere Il cinghiale che uccise Liberty Valance; nessuna delle due strade è una scorciatoia, entrambe arrivano al cuore del libro, quale delle due scegliere è compito del lettore. La prima strada è quella della concentrazione, la seconda è quella dell’abbandono. Io ho scelto, anche se non immediatamente, la strada dell’abbandono, tenendo presente che i due percorsi si sfioreranno e si incroceranno più volte nel romanzo di Meacci; è dalla strada dell’abbandono che ve lo racconterò. Cosa intendiamo per abbandono? Nel nostro caso, intendiamo lasciarsi andare, assecondare il flusso di frasi, pensieri, situazioni, luoghi, personaggi e le loro microstorie, che l’autore ha immaginato e costruito. Paradossalmente, per abbandonarsi a un libro come questo bisogna essere molto presenti, particolarmente disposti all’ascolto. Per questo motivo l’abbandono è soltanto una forma diversa di concentrazione, ma particolare, una concentrazione che non ricorre soltanto alla memoria, al pensiero, al ragionamento, ma che è pronta a liberarsi, ad accogliere, a lasciare che la storia entri e a entrarci; a far sì – infine – che ogni ragione viaggi insieme a una accelerazione (o a un rallentamento) del battito del cuore. Scelta la strada, potremo farci travolgere, facilmente, dal ritmo di Giordano Meacci che viene da molte musiche, ma da una sola bellissima armonia.

Amedeo ha creduto, allora, crede che sia possibile una felicità senza rispetto. Un ganglio chimico del tempo in cui non si prevede, o si aspetta, semplicemente c’è, e coincide con il presente. Crede che un istante di pienezza possa dilatarsi, e conservarsi, come non esistesse nient’altro di così significativo, e totalizzante, in tutta la congerie di universi che ci sìbilano intorno e ci condizionano.

Il romanzo è ambientato a Corsignano, un paese immaginario, che sta tra le province di Siena e Perugia. Un paese dell’Italia centrale come tanti: le case, le cascine, le botteghe, il bosco, gli alberi, i bar, gli animali – e quindi i cinghiali -, i vecchi, i ragazzi, le donne e gli uomini, la gente. Persone che si conoscono tutte e da sempre. Grandi amori e rimpianti, grandi amicizie, ricordi, memorie tessute da tanti passati comuni. Poi, perdoni, amori e amori mancati, pettegolezzi, silenzi, discorsi profondi e altre storie. Ci sarà un uomo che ha cambiato idea il giorno del matrimonio e la mancata sposa che di quell’abito (in un passaggio del libro di rara bellezza), dopo averlo scucito, farà tendine della cucina e tovaglia della domenica. Ci saranno due sorelle che si prostituiscono per una vera ragione d’amore, amore totale che provano l’una per l’altra. Famiglie, dopotutto, formate e divise, annunciate o mancate. I nomi e le persone che quei nomi portano: Andrea, Bella, Amedeo, Oscar, Walter, Fabrizio, Agnese, Alighiero, Bice, Durante – La Sonia. E poi Apperbohr che è nome non comune di cinghiale. Ci saranno amicizie che non potranno mai nascere, e altre destinate a durare – giorno dopo giorno – per sempre.

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