Giorno: 12 aprile 2016

Altri dischi #3: Van Der Graaf Generator, H to He Who Am the Only One

cover VDGG

Altri dischi #3: Van Der Graaf Generator, H to He Who Am the Only One, Charisma Records, 1970

di Ciro Bertini

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“I am the one who crossed through space, or stayed where I was, or didn’t exist in the first place…”
Possiamo iniziare da qui, da questo tragico e allo stesso tempo disinvolto rifiuto della sapienza oracolare delfica, da questa drammatica ma al contempo bonaria autoesclusione dalla realtà e dalle sue leggi. È questa la frase posta in chiusura dell’album, semplici parole dal significato devastante, quintessenza di un’opera che è un monumento alla solitudine, alla disperazione, alla nevrosi dell’individuo che diventa metafora dell’intera esistenza. Possiamo iniziare dalla fine, per parlare di H to He, Who Am the Only One, e non ci si deve stupire, perché se al posto di chiuderlo la stessa frase inaugurasse l’album, ci darebbe semplicemente il benvenuto nel regno del dolore, invece che congedarci da esso. A dirla con Greg Lake, “There’s no end to my life, no beginning to my death”. Partiamo dunque dalla fine, da quel gruppo di astronauti persi nello spazio e lasciati a vagare in una dimensione sconosciuta dove tempo e materia non esistono, e proseguiamo a ritroso, lasciandoci travolgere dalla sofferenza di chi è stato abbandonato dalla persona amata e non sa come sconfiggere i fantasmi del passato, assistendo con orrore allo spettacolo del tiranno che tortura con sadico piacere i propri sudditi, condividendo la quieta disperazione di chi abita in una casa senza porte e finestre e perde gradualmente contatto con ogni forma di vita, fino ad imbatterci nello spietato assassino dei mari, che uccide indiscriminatamente chiunque gli si avvicini. Un’umanità lacerata, quella descritta in questi cinque poemi, contorta, corrotta, ma comunque umana. L’angoscia non è destinata a durare per sempre, la colpa verrà punita e ad essa seguirà la redenzione. Forse la richiesta di aiuto dell’inquilino della House with No Door verrà accolta, e quello straziante “I love you” urlato dal protagonista di Lost verrà finalmente ascoltato e accettato. L’omicida di Killer riconosce di aver creato attorno a sé nient’altro che miseria e solitudine, e il despota di The Emperor in His War Room saluta la propria morte come la giusta punizione per aver costruito il proprio impero sul terrore, pagando ora con la sua anima il prezzo dell’odio.

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Fantasma, di David Peace

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David Peace, Fantasma, il Saggiatore, Milano 2016 – € 17.00, ebook € 7,99

Composto di quattro racconti e un breve saggio finale, Fantasma, tradotto da Matteo Battarra, è un “romanzo di racconti”, potremmo dire; racconti che in realtà sembrano portare lontano dalla forma del romanzo. «Il romanzo come forma ha iniziato a deprimermi», ha avuto modo di dichiarare Peace, recentemente. Spingere il romanzo oltre i propri limiti, dunque, sembra essere il compito oggi avvertito dall’autore inglese.
Lo scrittore appare come investigatore: «gli investigatori e gli scrittori hanno di certo molto in comune… In modi diversi, entrambi cercano la verità…» (p. 52). E qui nasce il tremore, il tremendo, l’essenza scura e ineludibile che nutre la mente, la favola che la coinvolge interamente, la paura che ne domina l’intelletto e impongono alle dita dello scrittore di muoversi.
Quanto a tecnica di scrittura, Peace afferma di scrivere come se si trattasse di poesia e soltanto successivamente di mettere tutto assieme, di pensare al plot e alla creazione del mistero.
Ha scelto il racconto – dice – anche perché è diventato più lento e meditato nella scrittura.
Lo stile linguisticamente martellante di Peace pare qui ammorbidirsi, come smorzato, più pacato. Solo in parte, però. Basti pensare ad esempio al nome del protagonista, Ryūnosuke (Ryūnosuke Akutagawa, grande scrittore giapponese morto suicida a trentacinque anni, nel 1927) ripetuto ottantatré volte in cinque pagine (pp. 54-58). Ma per quanto in generale più rarefatta, l’aria della sua scrittura è ancora oggi il frutto della distillazione della sconfitta. È la meccanica sottile e segreta della perdita, infatti, e in modo sublime, a dettare il respiro di queste pagine. E sebbene più lieve nell’incedere, ogni momento della scrittura è puntuale, perfettamente in accordo col senso di disfacimento di un mondo, o forse del mondo.
Fantasma si compone così di un respiro tutto suo: il fiato rotto in un fraseggio di proposizioni spesso costituite di due-tre parti, separate da una-due virgole (soprattutto in Dopo la guerra, prima della guerra). Frasi assertive e piane che portano il tempo tutto a un immanente presente, dove la meccanica della perdita, appunto, si fa nitida nei suoi contorni. (altro…)