Massimo Pacetti, Racconti impertinenti

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Massimo Pacetti, Racconti impertinenti, EdiLet 2016 (Collana Hemingway, diretta da Marco Onofrio)

Perché sono davvero impertinenti i racconti di Massimo Pacetti, riuniti nel volume pubblicato da EdiLet? Perché scansano con abilità i limiti imposti da definizioni che provano ad arginare generi e tipologie, e dunque se ne infischiano di rispettare suddivisioni in tematiche, ma, al contempo, le uniscono, le mettono in dialogo l’una con l’altra.
Curiosi e impetuosi, portano non tanto «il sole nero della Malinconia», come faceva El Desdichado di Gérard de Nerval, quanto piuttosto i raggi chiari dell’inattualità, o, per essere più precisi, di ciò che viene marchiato come inattuale da chi si adopera – scempio, questo sì, attualissimo e perdurante – a coprire di menzogne la realtà, a insabbiarla, a imbellettarla, sempre a fini predatori.
Impertinenti, nel senso di un percorso alternativo o addirittura capovolto, sicuramente ribelle, rispetto alla scia, al binario, alla traiettoria lineare, è l’ordine di apparizione dei racconti, sicché è proprio l’ultimo, Le ronde, a svelare il passo, a indicare la rotta.
Di una rotta dell’inattualità si tratta, una rotta profetica, come avviene per molti testi letterari di grande rilevanza, ché qui ad agire è l’intuizione, guardare dentro e in profondità, scorgere prima degli altri, attraversare con lo sguardo. Ad essere attraversata è l’esistenza dell’individuo nella storia, il suo esserne parte, la sua scelta di esserne travolto oppure, con una resistenza consapevole, sbrigativamente tacciata come impertinenza, di cercare, sempre, la verità. Per illuminare questo aspetto centrale parto, appunto, dal racconto Le ronde, che va indietro nel passato dell’io narrante, precisamente a quarantacinque anni fa, nella «vecchia caserma di Artegna», con le montagne della Carnia sullo sfondo. Non è un deserto dei tartari, è un paesaggio di frontiera, tuttavia, a ridosso di quella cortina di ferro che solo ai perenni narcotizzati può apparire un’entità museale, un’etichetta da riservare ai manuali scolastici. «Sono crollati i muri di vergogna? / Di altre cortine di ferro il contagio / si è sparso, il ghigno mescola le carte.», scrivevo qualche anno fa. Nelle pagine di Le ronde, tra ventenni in mimetica ai tempi della guerra fredda, tra il calore dato da sorsi di grappa condivisa a est e a ovest, leggo e trovo conferma:

I nostri vent’anni hanno il profumo della grappa e dei monti nelle notti di pioggia. A ovest e a est.
E ora che i capelli si sono colorati di bianco come i picchi della Carnia, gli occhi hanno visto la verità. Che un’altra storia è stata scritta, e non è quella che aveva portato fra le vette e i dirupi del confine orientale i ragazzi a vent’anni. E la cortina di ferro si è dissolta, e il confine orientale, e il confine occidentale, sono parole che si sono perdute nel vento, e abbiamo paura di voltarci indietro.
Credevamo che i nemici fossero davanti a noi e, con tristezza, abbassiamo lo sguardo per non vedere quel tradimento dell’esistenza, quella menzogna infernale: i nemici erano fra di noi.
A est e a ovest.
Come sempre.
Una dura sconfitta, una pesante lezione, che non abbiamo ancora imparato.

Da qui partiamo per tornare indietro a rileggere l’intero volume di racconti, a seguire l’io narrante nelle sue peripezie – Disagi, disavventure, distrazioni, come recita il titolo di un racconto – e nelle sue rievocazioni, nelle sue provocazioni che hanno sempre capo e coda, che possiedono metodo nell’impertinenza e che si possono ricondurre alla coerenza del sentire, dell’agire, del testimoniare.
Non stupisce allora trovare in uno dei racconti che rappresenta un vero e proprio manifesto, Menzogna e conoscenza, una lettura lucidissima, per tappe essenziali e, purtroppo, da altri dimenticate se non addirittura manipolate, della storia dal cosiddetto “secolo breve” ai giorni nostri; gli eventi vengono menzionati e rievocati con puntualità, nella sacrosanta tensione di chi sa individuare moventi e motivi, ragioni e interessi. Questa, sì, è una lettura che dovrebbe entrare nel canone dei testi che accompagnano percorsi educativi, uno strumento – la cassetta degli attrezzi in copertina lo ricorda – per contrastare l’analfabetismo, primario o di ritorno, della memoria. A far da contraltare al bilancio esatto di Menzogna e conoscenza, lo slancio e l’ammonimento di Non mi voglio lavare, che ricorre ai toni apparentemente distanti del clownesco e del visionario per propugnare la resistenza all’omologazione – tutti disinfettati, profumati, impomatati – in vista di una esistenza su questo pianeta che sia degna di essere chiamata tale, che non sia sopravvivenza, dunque, che non sia la sorte dei polli in batteria.
Il profondo rispetto-amore dell’autore “impertinente”, Massimo Pacetti, per l’umanità, quella indifesa e pertanto perenne bersaglio degli assetati di potere, non è mai, neanche per un momento, disgiunto dal profondo rispetto-amore per la natura, sia che esso si manifesti in una gustosissima e ironicamente misantropa Lettera al vulcano   – spunto è l’eruzione del vulcano Eyjafjöll nel 2010 – sia che racconti, con la dovizia di particolari di chi conosce il significato quotidiano, non vacanziero, della vita in campagna, la scanzonata e insieme utopistica avventura de Il gran regno delle galline.
Nella campagna è immerso l’autobiografico Sbandata in curva, che va a ripescare le radici dello spirito indomito,  che si accolla tutti i rischi, della “capa tosta” del nostro “impertinente”.
È commedia umana, quella che si manifesta nei Racconti impertinenti; è commedia che ironizza e auto-ironizza, senza esclusioni di colpi sotto la cintura, su rituali di corteggiamento e vanità titillate e scalfite, come avviene in Occasioni sprecate. È commedia che non teme, impertinente com’è, di sconfinare nel territorio serio, serissimo, dei diritti umanitari calpestati; è condanna della crudele farsa delle parole, dei termini-barbiturici, è indignazione dinanzi alla maschera beffarda di nomi, come ‘Cocktail’, che celano dietro di sé la pratica odierna delle esecuzioni capitali.
La materia vasta e multiforme dei Racconti impertinenti trova il denominatore comune nel ritmo narrativo, agile, spedito. Chi legge mantiene i sensi desti, si diverte, rimugina, prova a schivare i colpi,  rincorre i guizzi di chi scrive e da questi viene pungolato, interpellato, sfidato, perfino. A che cosa?  A restare immobile dopo la lettura di questo libro, a non approfondire, esplorare, alzarsi in piedi, chiedersi: che cosa posso fare? Provateci a farlo, sembra dire l’autore, poi venite a raccontarmelo.

© Anna Maria Curci