Gian Piero Motti: “il filosofo dell’alpinismo” (di Pierluigi Boccanfuso)

Gian Piero Motti, I fallitiPersonalità complessa e affascinante quella di Gian Piero Motti. Com’era stato (molto meno però) Pasolini con il calcio, è unanimemente riconosciuto come uno dei più raffinati interpreti dell’alpinismo italiano tra gli anni Sessanta e Settanta; ne è stato anche tra i più importanti innovatori. Scrittore prolifico e studioso di sensibilità e acutezze straordinarie. Nato a Torino il 6 agosto del ’46,  si accostò giovanissimo alla montagna e nel 1972 venne ammesso nelle fila del Club Alpino Accademico Italiano. L’anno seguente entrò a far parte anche del GHM (Groupe de haute montagne) francese e, a metà degli anni Settanta, aveva alle spalle una notevole attività alpinistica che andava dalla scalata del Monte Bianco alle salite di grosso impegno tecnico in Dolomiti. Decise di lasciarci tragicamente nella notte tra il 21 e il 22 giugno 1983.
Gli amanti del Motti (e dell’alpinismo in genere) non ce ne vogliano ma, dopo questo breve excursus sullo sportivo, dobbiamo occuparci dell’aspetto letterario da cui ereditiamo un’ingente mole di articoli, monografie, introduzioni, traduzioni, opere di grande respiro alle quali Motti lavorò con alacre puntiglio.
Innanzitutto il suo impegno nel movimento di contestazione del ’68 che proprio a Torino ha il suo inizio. Ciò lo porta ben presto a forti dissensi con chi continua a privilegiare un alpinismo di stampo classico, i cui valori e le cui finalità non “possono essere messe in discussione”. Attorno alla sua figura nasce una corrente alpinistica che, agli inizi degli anni Settanta, dà uno scossone al mondo dell’alpinismo torinese e sarà poi definita il “Nuovo Mattino”. Il “movimento” nasce in un clima di rottura: basta con i codici di comportamento, con le gerarchie, con gli steccati che condizionano l’alpinismo; gli esponenti di questa esperienza (Galante, Bonelli, M. Kosterlitz, lo stesso Motti ecc.) saranno poi definiti il “Mucchio selvaggio” da Andrea Gobetti.
Altro momento di svolta e decisivo della sua vita avvenne il 15 giugno 1975 quando ebbe, ricercata, un’esperienza visionaria mentre si trovava nella sua amata Val Grande di Lanzo. “Dopo quel momento – spiega Alessandro Gogna – molti si resero conto che quell’uomo “aveva visto” più degli altri e “sapeva” più degli altri”.
Il Motti comprese che l’alpinismo non era soltanto ciò che tutti vedevano, raccontavano o praticavano: scendendo oltre la ruvida superficie si poteva scoprire come fosse un’allegoria del mondo e della vita, una sorta di punto d’osservazione privilegiato dal quale scrutare con attenzione fatti ed accadimenti di ogni genere.
Pagine memorabili come gli articoli I Falliti, Zero the Hero, Antiche Sere, Arrampicare a Caprie che, senza mancare di citare mostri sacri come Seneca, Gothamo il Budda, Buzzati, Brecht, segnano la sua produzione, in una vera e propria evoluzione e stilistica e di pensiero che qui potremmo provare ad analizzare in breve.
I Falliti, primo articolo risalente al 1972, dal contenuto chiaro, esplicito, seppur con abbondante presenza della metafora, si presta ad essere una prova spiccatamente intima, che riproduce in chiave biografica (anche se il messaggio viene esteso a molti dei falliti, suoi colleghi), e biologica, un po’ il suo tormento e la sua esistenza votata all’alpinismo, sicuramente tormentata. Dall’ammissione costernata del doversi dimenticare “triste realtà, le letture che sempre hanno saputo dirmi qualcosa di vero e che con l’alpinismo non hanno nulla da spartire” a quella di totale fallimento e condanna:

E allora ti dici finito, ti senti esaurito, svuotato: hai chiuso.
Ma cosa hai chiuso? Ma non ti accorgi, non ti rendi conto che ti sei creato l’infedeltà con le tue stesse mani, che hai tradito la tua essenza, che presuntuosamente ti sei isolato inseguendo fantasie morbose e cercando sensazioni sempre più esasperate? Hai sempre condannato chi si droga e non ti rendi conto che anche tu sei un drogato, perché la roccia è la tua droga.

A questa esasperazione segue la frustrazione di ciò che è dovuto diventare per la montagna, il ricordo lieto di quando la montagna gli piaceva, in un gioco di alternanza di tempi verbali, in una sospensione continua tra passato e futuro, delusione/disillusione vs precognizione amara mentre il presente, abbondantemente usato dal nostro, dà uno stacco freddo, sicuramente aggressivo. Porta il lettore sull’orlo di quel che racconta senza concedergli la giusta e clemente distanza da ciò che si narra. Sembra quasi accorgersene e, a tratti, recupera quell’indulgenza che il passato offre se non fosse per il fatto che ci ricasca, volontariamente, come in un dannato vizio.
L’evoluzione nei suoi articoli prosegue soprattutto nello stile che in Zero the Hero pubblicato nel 1980 (il titolo si riferisce ad un personaggio immaginario che esce niente meno che dalla fantasia di Daevid Allen, un freak australiano leader dei Gong, gruppo progressive-rock) si fa più ermetico, oscuro, allegorico seppur coadiuvato da una formidabile lucidità analitica. Di sicuro il più controverso e misterioso scritto di Motti, furono molti coloro che non capirono il senso il senso di quella pagina bianca  e delle carte del “matto” e dell’“appeso” dei tarocchi inseriti nel testo. Trattasi, per capirci, del lancio di una provocazione assoluta, proclamando a gran voce la necessità di azzerare ogni cosa, ribaltando un ordine ormai privo di ogni senso e necessità. Su questo pezzo, egli sembra esattamente sul crinale fra le speranze e le aspettative del primo periodo e la disillusione finale: l’ultimo grido, a metà fra una preghiera ed un ammonimento disperato. Una sorta di estremo appello caduto nel vuoto.
In seguito ad Antiche Sere che, come spiega sempre A. Gogna, sono forse la contemplazione dell’irraggiungibile e aggiunge Wu Ming 1, parlando di Point Lenana, la necessità di mantenere un legame spirituale con la tradizione alpinistica, con il senso di avventura (una rilettura della concezione di alpinismo proposto nel Nuovo Mattino, largamente fraintesa e contrapposta tout court all’alpinismo tradizionale), Arrampicare a Caprie, l’ultimo lavoro edito nel 1983.
Denso di riferimenti psicoanalitici, non è altro che l’amara constatazione della fine del Nuovo Mattino, il crollo di un’illusione che diventa metafora della vita:

Il free climbing inteso non tanto nel senso di “arrampicata libera” ma in quello più ambizioso e filosofico di “libero arrampicare”, pareva essere nato come espressione di libertà e di assoluta disinibizione. Ahimè… ora ci si va accorgendo che invece ha portato gli alpinisti a schiavitù, dogmi, imposizioni, divise da portare, fazioni, provincialismi, miti e mitucci dell’uomo muscolo alla Bronzo di Riace, glorie e gloriuzze, re e reucci di paese… un quadro forse peggiore di quello dell’alpinismo di ieri.

L’ideale di vita di Gian Piero Motti, ridotto ai minimi termini, era la ricerca della propria strada, della propria via: un cammino personale che, una volta individuato, si dischiude man mano che lo si percorre.
Era l’esaltazione della vita in parete, di un ritrovato rapporto tra l’uomo e la natura con il gesto che, compiuto sulle rocce del fondovalle piuttosto che sulle ciclopiche muraglie alpine, non perdeva comunque alcun significato: potrebbe sembrare paradossale ma, a livello di vissuto interiore, per Motti esisteva perfetta coincidenza tra il trovarsi sul Nord-Ovest della Civetta o su una solare placca granitica a pochi metri da terra. Scendere per poi risalire, lasciare il mondo di cristallo dell’alta quota per tornarvi con uno sguardo nuovo; ecco l’essenza del grande ritorno (alla montagna) che ricorda quello di Ulisse a Itaca.

© Pierluigi Boccanfuso

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