Giorno: 7 aprile 2016

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #1

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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signora ceppo

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[Episodio Pilota: Passaggio a Nord-Ovest]

Welcome to Twin Peaks. My name is Margaret Lanterman. I live in Twin Peaks. I am known as the log lady. There is a story behind that. There are many stories in Twin Peaks. Some of them are sad, some funny. Some are stories of madness, of violence. Some are ordinary. Yet they all have about them a sense of mystery. The mystery of life, sometimes the mystery of death. The mystery of the woods, the woods surrounding Twin Peaks. To introduce this story let me just say it encompasses the all. It is beyond the fire. Though few would know that meaning. It is a story of many but it begins with one and I knew her. The one leading to the many is Laura Palmer. Laura is the one.

Benvenuti a Twin Peaks. Il mio nome è Margaret Lanterman. Vivo a Twin Peaks. Sono conosciuta come la Signora Ceppo. C’è una storia dietro questo nome. Ci sono molte storie a Twin Peaks. Alcune sono tristi, altre divertenti. Alcune sono storie di pazzia, di violenza. Altre sono storie comuni. Tutte hanno però intorno un alone di mistero. Il mistero della vita, talvolta il mistero della morte. Il mistero dei boschi, dei boschi che circondano Twin Peaks. Per introdurre questa storia lasciatemi dire che racchiude ogni cosa. È al di là del fuoco. Anche se pochi ne saprebbero il significato. È una storia di molti ma comincia con una persona e io la conoscevo. Quella persona che porta ai molti è Laura Palmer. Laura è quella persona. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)

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La signora Ceppo ci introduce dentro Twin Peaks, e attraverso il suo primo monologo Lynch descrive nascostamente la struttura dell’opera e formula una dichiarazione di poetica. Ci dice che sono tante storie insieme, che è una storia con tanti personaggi, ma che tutto comincia da Laura Palmer, ed è grazie a lei se le tante storie e i tanti che le vivono restano in qualche modo uniti. Quando si scoprirà il mistero dell’omicidio di Laura, tutte le vicende collaterali, che fino a quel momento convergevano per forza centripeta verso l’episodio principale, si ritrovano a essere disordinatamente liberate, la trama diventa gratuita e convulsa, la tensione crolla per risalire in parte solo dopo molti episodi. Perché poi si parla di fuoco? Dal punto di vista di un ceppo (e dei boschi) è la minaccia per eccellenza, ma lo sarà per tutti i protagonisti: “fuoco cammina con me” è la frase che ricorre fin dall’inizio, scritta col sangue in un biglietto sul luogo dell’omicidio, recitata dall’uomo con un braccio solo nel sogno dell’agente Cooper; in un incendio è morto il marito della Signora Ceppo, che ha poi sbarrato il camino di casa; e altro ancora. Il fuoco segna il passaggio dalla vita alla morte, e in assoluto il superamento di un limite. Questa storia racchiude tutto perché ha superato i limiti e riunito ciò che non stava insieme. Come l’umorismo lynchiano, mescolanza di sad funnymadness ordinary, la cui doppiezza è simboleggiata dalle stesse cime gemelle che fanno da sfondo e da titolo.

@ Andrea Accardi

Marco Aragno, Absolute

absolute copertina

Marco Aragno, Absolute, Con-fine edizioni, 2015, € 12,00

Recensione di Gianluca Furnari

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Quelle che Marco Aragno registra in tutta la sua scrittura – con coerenza di sguardo, ma senza immischiarsi, come un corrispondente straniero – sono le metastasi di un mondo che non sa più smaltire le proprie scorie, e si affanna ad ammassarle, a rimpastarle, a occultarle in discariche di frontiera. È un mondo indigesto, una giungla di leggi alla rovescia, dove le prede mettono in salvo la pelle atteggiandosi a predatori, e i predatori non sono poi così sicuri degli spazi che marcano. In Absolute questo mondo assume i connotati bruti dell’entroterra campano, una fungaia di centri commerciali, «tappata dal cemento», tagliata da «lunghi stradoni di periferia» (pp. 1-2).
Quarant’anni – e innumerevoli terremoti – separano l’epoca del racconto dalla primavera del ’75, quella che a Pasolini dettò la commossa, incantata laus Neapolis delle Lettere luterane: il capoluogo campano, «ultima metropoli plebea», «ultimo grande villaggio», accoglieva agli occhi del poeta le energie residue di una sana razza proletaria, miracolosamente immune agli scempi del «miracolo economico» («I napoletani […] in questi anni […] non sono molto cambiati. Sono rimasti gli stessi napoletani di tutta la storia»).
Neanche una memoria posticcia sopravvive, di quel «grande villaggio», nella Campania di Aragno, dove a durare è una società «mezza contadina e mezza non si sa che», convertita alle liturgie dell’immagine, del conformismo, dell’incultura. Ci si stupisce persino che gli uomini, e le cose, e i mostri di cemento che qualcuno chiama palazzi, si reggano in piedi su un palcoscenico così crepato. E, ciò che fa lo spettacolo grottesco, esiste un solo canovaccio per tutti i giovani attori: corteggiare l’autodistruzione, bere fino alla feccia, perché quel mondo già finto sembri ancora più finto, e tremi sotto lo sguardo.
Le maschere no, quelle cambiano in continuazione: c’è chi fa il camaleonte, e «si adegua ad ogni ambiente e a ogni trasformazione sociale», e chi fa l’orso e «se ne frega dei conformismi e continua ostinato a camminare col proprio passo» (p. 117).  Se la luce è giusta, poi, i camaleonti barcollano come «elefanti ubriachi pronti a stramazzare a terra» (p. 109). Ma gli orsi sono pecore nere, e rarae aves, nella fauna di Absolute: per tipi simili uscire allo scoperto, unirsi alle danze, è tutt’altro che una passeggiata. (altro…)