Sul “nascondimento” di Nadia Campana (di Pierluigi Boccanfuso)

campana«Farsi orecchio del proprio tempo» questa la definizione di Marina Cvetaeva che si farà drammatico compito in Nadia Campana, solitaria nel suo cercare precoce una posizione indipendente di pensiero.
Nata a Cesena nel ’54, dopo la formazione classica, lo studio appassionato della letteratura classica e moderna, e delle coeve avanguardie, culminato nella laurea con Luciano Anceschi (La poetica di Antonio Porta), c’è l’incontro con la letteratura anglosassone, gli studi semiotici, infine la scelta di vivere a Milano dove avviene l’incontro con Milo De Angelis, il conseguente confronto con quegli assoluti che la obbligano a trascendere l’oggetto amato, sia persona sia poesia. Cresce perciò la sua tensione a raggiungere il rango di poeta attraverso esperienze cruciali (prima Dickinson, poi appunto la Cvetaeva) che la spingono a un Altrove sempre più incognito. È la poesia della giovane maturità (morirà a Milano, a soli trentuno anni).

Guardiamo dalla cima del monte
il filo di calma che è nato
del mio petto tu conti ogni grano
e ogni cuore si prende di colpo
il suo tempo: un amore
è tornato e si è accorto
il suo disco ci copre.
Adesso tu devi guardarmi
per quella collana di sì
nella mia pelle che apre
la piana la strada
e i fondi della notte
i centesimi della sete.

.

*

Ho fatto un grande sogno ma non ne ricordo
niente babbo amiamo le teste bruciate
dell’amore ma non la misericordia e
i chiodi come coltelli di gelosia
tra poco cadrà la strada su di te
spergiuro sulla mia infanzia scrivo
lettere, se non mi dai da mangiare
i capelli mi diventeranno come crine
e come un fucile. Notte di lupi
sprangare l’angelo del vento
qui è la piega
dove non sarà nuovo morire

.

*

più viventi durante il viaggio
molti orizzonti per ore e ore
immersi in distanza
attraverso le canne e i buchi
l’acqua mutare in aria
eseguire la caduta
usare le labbra

.

*

il coltello segava segava
datemi un pane datemi un pane
ma questo no, sa di piume
e in bocca si fa masticare
come terra o sabbia dei morti
verso il centro conchiglie
e per questo accelero…
se l’incertezza non mi guarisce
trovo un’eco più potente
posso farlo, è la fine
anche se dietro non sono le orme
il filo dell’alba ha quest’ordine

.

*

Tutte le dolcezze sono alle dita
di rosa l’abito tinge
lungo l’azzurro pieno, come ti chiamavo
a cancellarmi, quaggiù, ti prego.
Per te, io ti, io te sono
che mi contiene nel tremante ricorso
del tuo silenzio vienimi incontro
orizzonte e allarga esso.
Come rami contro il cielo entrai in lui
una specie eletta dal suo cuore
come mondi sognati da miriadi di sogni
sradicati al centro quasi affondando
diciamo.

È un’opera composita questa della Campana. Verso la mente è la raccolta di poesie da cui trascende il monologo lirico di un io femminile giovane, inquieto, ombroso, talvolta euforico e allegro.
La sua è poesia di forte caratterizzazione, da dove subito traspaiono netti i suoi tratti: spesso ciascuno dei componimenti, e spesso ciascun verso, mostra al suo interno vuoti, interruzioni, veri e propri salti temporali e dimensionali. Una frammentazione evidente del verso, tanto da rendere irregolare l’andamento del senso. Vivo e intenso utilizzo degli organi sensoriali (Guardiano dalla cima del monte; tu devi guardarmi, ascoltando treni, guarda il campo ecc.) dai quali fa dipendere la più vera (e disturbata) essenza delle sue percezioni, quasi a denotare un reale che sfuma, un fumo che tenta disperatamente di afferrare con le mani e trattenerlo a sé. In tutta la raccolta si ha un’abbondanza di verbi, spesso all’infinito o all’imperativo, per lo più con verbi di movimento: “attaccare/ il pane con il coltello diritto”; “troppo doversi amare troppo/ doversi pensare amami tu/ prendimi corpo felice”; “eseguire la caduta/ usare le labbra”, che tuttavia tengono statico l’andamento, le immagini sono ben impresse e lì rimangono. Inconfondibili e denotanti una certa scrittura d’ansia, nevrotica, le funzioni anaforiche: “ardi sorella ardi sorella”; “il coltello segava segava”. Convulsioni o semplicemente abili soluzioni stilistiche, sempre non gettate lì per caso, che rendono il collante sintattico corroso, indebolito, il ritmo appare sincopato, nonostante la mancanza di punteggiatura.
Un lettore abituato a cercare anche in poesia la frase o un insieme strutturato di parole, davanti a Verso della mente deve arrendersi e sottoporsi a ripetute docce fredde: può inseguire il probabile e mai del tutto accertabile senso per tre, quattro, cinque versi al massimo, ma poi gli sfugge, tanti sono gli scarti, le irregolarità dei versi. Come se Nadia Campana perseguisse con tenacia esclusivamente le accensioni liriche; e queste bruciassero il loro potenziale in attimi. Una costruzione del testo a livello immaginifico di una grande intensità senza esaltarla, come d’altronde potente e abile è la Campana nel tesserne le fila, mantenendolo coeso nell’effluvio di luoghi vissuti/vivibili-terribili, susseguirsi di visioni che, nella loro illogicità, trovano squisita armonia e non-arrendevolezza, dalle quali spesso si ricava il particolareggiato rapporto con la natura, che, più che interiorizzata, pare vissuta come se la poetessa l’abitasse – piccola esistenza animale(sca) – completamente dal di dentro. Spesso i componimenti osservano sempre un climax ascendente di tensione, un crescendo fino ad una quasi sempre chiusura ottimale, dove la metafora è più protagonista che mai, la musicalità è sospesa e sacrificata.
I temi fondanti della poesia di Nadia Campana sono la stanchezza, il desiderio di calma o di un’allegria ed euforia irriverenti. il sopraccennato rapporto con la natura, reso come se fosse la poetessa ad essere pensata da lei! Si potrebbe definirla una poetessa del nascondimento, del segreto, perfino dell’autocancellazione, bisogno profondo di appartarsi fino ad annullarsi (o farsi annullare: “come ti chiamavo/ a cancellarmi”) con il suo “frammentismo smozzicato”, risultato di una coerenza riflessa al suo vissuto amoroso, passionale, appartato, convulso, culminato nel tragico epilogo del suicidio.

© Pierluigi Boccanfuso

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