Giorno: 4 aprile 2016

Verso il Festival dei Matti – Ciclo d’incontri a Ca’ Foscari

 

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Verso il Festival dei Matti, settima edizione
(Nel nome degli altri, 13-15 maggio 2016)

CFZ Cultural Flow Zone

Zattere al Pontelungo,  Dorsoduro 1392 – Venezia

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Primo incontro, 6 aprile 2016 ore 18.30

La depressione non è (nera).
Conversazione intorno a Goliarda Sapienza al Festival dei Matti.

Con

Anna Toscano, poetessa, scrittrice e fotografa, insegna Lingua Italiana all’Università di Ca’ Foscari
Anna Poma, curatrice del Festival dei Matti

 

 

La depressione non è nera/ la depressione è bianca
di quel bianco lancinante / sulle palpebre del mattino
di quel bianco lattiginoso /attorno alle orecchie
di quel bianco sporco/ del soffitto nella notte
di quel bianco placenta /in cui ci si vede allo specchio
di quel bianco albume/  del cervello nella notte
di quel bianco viola/  che sono le labbra dei morti.
La depressione è nera/ solo negli occhiali
che proteggono/ dalle notti in bianco

Anna Toscano 

 

Con il Festival dei Matti non chiediamo alla scienza, che inchioda agli spigoli del mondo ogni altro dire, le parole per discernere normalità e follia, per leggere come ci dimeniamo in questa  contraddizione che ci abita.
Preferiamo la prosa e i versi dei poeti, quel dire che sfianca la presa e si divincola dai cardini dell’ “ovvio” e “necessario”,  perché in questo dire le cose e le sorti riescono a sgusciare  altrove e i profili delle vite si rifanno.
Parleremo di questo a partire dal lavoro di Goliarda Sapienza  “una scrittrice italiana che è stata anche attrice di teatro e di cinema, e che, con le sue scelte di donna e di autrice, ha impresso alla sua vita e alla sua scrittura un segno indelebile di autenticità e impegno”. A Goliarda Sapienza e alle sue “porte aperte” abbiamo dedicato un’intera sessione del Festival dei Matti 2015.

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Fukushima: il nuovo disco “alchemico” dei Kleinkief. Con un’intervista a Thomas Zane

© Camilla Martini

© Camilla Martini

Proponiamo oggi sul nostro blog un’intervista a Thomas Zane, chitarra e voce dei Kleinkief, che qualche giorno fa hanno pubblicato il loro quinto disco, Fukushima. Seguirà poi una recensione che precede – cronologicamente – l’intervista, e cioè non è stata influenzata in alcun modo dalle risposte che qui leggerete – ed è questo già motivo di “alchimia”. Buon ascolto prima (!) e buona lettura poi.

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https://soundcloud.com/kleinkief

Un nuovo lavoro con un titolo apocalittico e “non integrato”, molto contemporaneo; cos’avete di nuovo da comunicare con la vostra musica?

Il titolo nasce durante una chiacchierata con il nostro art designer, Matteo Scorsini. Gli stavo raccontando cos’era uscito dalle session di registrazione e quando gli parlai della suite strumentale che chiudeva il disco, appunto Fukushima, lui mi guardò con occhi da killer e disse “Lo chiamiamo così!”. Non dovetti convincere il resto della band, eravamo e siamo tutti innamorati di quella non-canzone ed abbiamo appoggiato con entusiasmo il suo desiderio.
Il disco è continuamente pervaso da note apocalittiche, con la punta delle dita rimane ancorato alla realtà, ma il grosso è ampiamente immerso in un mare d’incubi e visioni oniriche. Volevamo un disco ambizioso, autentico e particolare e volevamo fare un sacco di casino, ora che è tutto finito, che è finalmente “nato”, sono molto felice di com’è andata, il risultato ha di gran lunga superato le mie attese.

Banalmente: come sono nate le canzoni, quanto avete lavorato e come? Quindi qual è stata la direzione che avete intrapreso, in particolare nei testi?

Quasi tutto è nato su temi improvvisati nella nostra amata stanza. Abbiam giocato e sperimentato molto, tenendo sempre tese le orecchie, aspettando la scintilla. Ci è parso presto evidente che avremmo potuto e dovuto osare.
Abbiamo fatto una lunga e appassionata preproduzione curata dal nostro chitarrista Nicolò che ci ha portato a decidere di registrar “live”, senza click e tracce guida.
A questo punto è cominciata la ricerca del posto giusto, conclusasi fortunatamente poco dopo, abbiamo avuto tutto per noi il C32 [sito a Mestre, n.d.r.] per 3 interi giorni, un teatro dedito a molteplici performance, molto accogliente e spazioso che abbiamo sfruttato in pieno. Giorni intensi ed appassionati che ricorderemo.

Per quanto concerne i testi, per la prima volta ho lavorato anche a cose non mie; cominciò tutto quasi per caso, conobbi qualche anno fa Fabio Macellari, anni orsono lui vide i Kleinkief e ne rimase colpito, quando incrociò il nostro nome nel social network mi scrisse e da lì è nato uno scambio quasi quotidiano di sfoghi, paranoie e divertissement lessicali. Rimasi subito attratto dal suo modo di scrivere così poetico e viscerale, audace e pazzo, una sera provai ad improvvisare usando i suoi versi, mi piaque moltissimo e a lui pure. Da quell’improvvisazione è nata “Grattacieli” la canzone che apre il disco, quella che più mi piace cantare.

Cosa lo differenzia dai primi dischi e cos’è cambiato negli ultimi anni e rispetto all’ultimo del 2013 Gli Infranti (di cui abbiamo chiacchierato qui)?

Son passati tanti anni da quando abbiamo realizzato il primo disco; nonostante tra loro ci siano enormi differenze si sente che la band è comunque la stessa, perlomeno il fine ultimo, far qualcosa di musicalmente bizzarro e audace. Rispetto a Gli Infranti le differenze sono abbastanza evidenti. Prima di tutto è cambiato il gruppo. Sono entrati in pianta stabile Claudio (piano elettrico) ed Erik (basso) ed è rientrato Fabio (chitarra elettrica). Le possibilità espressive e i giochi armonici sono aumentati rendendo gli arrangiamenti più complessi ma non meno diretti. La seconda differenza arriva dall’uso in fase compositiva dell’accordatura aperta in RE della mia chitarra, già peraltro usata per i primi due dischi. Questo ha portato una cupezza maggiore rispetto a Gli Infranti, spalancando le porte ad una sperimentazione psichedelica, da sempre presente nei nostri brani, ma che prima non era mai emersa con così tanta forza. Il suono del Fender Rhodes di Claudio e i ruvidissimi giri di basso di Erik hanno poi spostato l’asse verso le sonorità dei primi anni ’70, anche questa una novità per i Kleinkief.

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Anna Toscano, Una telefonata di mattina

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Anna Toscano, Una telefonata di mattina, La Vita Felice 2016, € 12,00 (Novità editoriale)

In distribuzione dal 10 Aprile

*

Dalla prefazione di Valeria Vigano:

Girare nel mondo, girare in se stesse. Senza uno schema tirare linee da un punto all’altro dove ci si sofferma per un po’, mai assuefatti, spaesati nonostante i gesti quotidiani dell’esistenza. Ecco cosa accade in Una telefonata di mattina. E nel nostro abitare momentaneo tra continenti non mettere l’impronta vera, ma sentirla dentro, con Anna. Sono le impronte degli incontri lungo la gittata dell’arco degli anni, donne e uomini privati, e le atmosfere di  poeti universali, Borges, Benedetti. […] Possono coesistere nostalgia e futuro? Anna dice di sì, stanno in quella frazione minuscola che si sussegue a frazione minuscola, che è il presente. Le presenze abitano qui, tra queste pagine di morti e di vivi, di cani e di umani. La memoria perduta di Auguste,  la prima diagnosticata dal dott. Alzheimer come disordine da amnesia di scrittura, viene raccolta da queste parole in versi che, al contrario, non dimenticano affatto rimpianti, paradossi, il contorno preciso delle cose. Parole in forma di poesia illuminate da luce chiara e limpida, impietosa nell’indicare la rotta ammattita e le ombre svelate.

 

*

 

Un giorno

Un giorno ho fatto il numero
di una casa in cui ho vissuto
e sapevo vuota buia chiusa.
Ho lasciato suonare a lungo
ma nessuna stanza rispondeva:
il salotto ha appena girato gli occhi
il corridoio ha sospirato un poco
la camera da letto ha tremato.
Una lacerazione mentre giravo
nelle stanze con quello squillo
impertinente, insistente, inutile.
Che qualcuno per dio risponda,
ma si sente solo un’eco di tomba.

*

Avevo un amore

Avevo un amore,
molto amato,
che teorizzava
la sostituzione del cuore
con un sacchetto:
«per vuotarlo quando
è troppo colmo» diceva.
Io gli rispondevo
che dentro al costato
tenevo della moquette
a forma di cuore,
forse marca Ikea.
Alla fine della storia
lui ha svuotato il sacchetto,
io ho passato l’aspirapolvere,
le cicatrici le ho rammendate
forse con del filo spinato.

*

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