Giorno: 2 aprile 2016

Il sublime “poeta della mona”: Giorgio Baffo (di Paolo Steffan)

7455930_1_l

Il sublime “poeta della mona”. Giorgio Baffo (Venezia, 1694-1768)

di Paolo Steffan

 

Co me vien un pensier fazzo un sonetto,
e ’l fazzo in Venezian, come son nato,
sibben che so, che ghe xe più d’un mato,
che me condanna, perchè parlo schietto

È poeta licenzioso e sublime autore di sonetti (sua forma metrica privilegiata) odorosi e vivaci, ma che − diversamente che negli affrettati ritratti di maniera che spesso se ne fanno − ha trascorso vita onesta, con diversi significativi incarichi politico-giudiziari da uomo dignitoso. Franco Brevini lo definisce figura «di primissimo piano» nel nostro Settecento in dialetto, ma già nel suo tempo aveva un illustre estimatore come Giacomo Casanova, che parla di lui come «sublime genio, poeta […] grande e unico». Nel Novecento, poi, Guillaume Apollinaire (che era per Pasolini «il più grande poeta del primo Novecento», assieme a Kavafis e Machado) leggerà, amerà e tradurrà Baffo, fino a ritenerlo tra i più grandi del Settecento tout court, e senz’altro il più grande dentro «Venise, […] sexe femelle de l’Europe» (che potremmo tradurre, alla Baffo, «Venezia, mona d’Europa»).
Al di là della preponderante insistenza sul sesso e sull’osceno in generale, Baffo si dimostra essere anche un raffinato cultore della filosofia illuminista, di cui trapelano − tra una ‘buzarada’ (licenziosità) e l’altra − dei significativi segni, che ci incitano ad andare più a fondo nella lettura del “poeta della mona”, che Almansi definì a suo tempo «monamaniaco». I due elementi convivono, in sonetti come Nu semo nati tutti alla ventura:

Del ben presente donca nu godemo,
affrettemose a gustar ogni affetto,
e i più squisiti vini tracanemo.

De balsami odorosi el collo, el petto,
le man, i brazzi, e ’l cazzo profumemo,
sia el nostro ultimo fin solo el diletto.

Tra gli elementi di freschezza del dettato baffesco, vi è senz’altro la potenza sorgiva del suo dialetto, lingua cittadina (ma spesso poco urbana!) di cui si sente il puro spontaneo sgorgare: il suo ci suona come linguaggio della quotidianità tanto del popolo che di una élite veneta che stava lentamente naufragando assieme al potere della gloriosa Repubblica Serenissima. Da questo punto di vista, allora, il suo quadro torbidamente osceno della Venezia settecentesca sembra contenere tutti i germi di una spensierata decadenza ormai senza ritorno, dando dignità alla dichiarata poetica del vero («Mi son amante della verità», afferma apertamente Baffo) sostenuta da un inconfondibile «stil scoverto». (altro…)

proSabato: Dino Buzzati, Il Veneto della pianura

i misteri d'italia buzzati poetarum

Il Veneto della pianura

Vicenza, luglio 1965
Il Veneto della pianura è un posto abbastanza misterioso, se non uno dei posti più misteriosi d’Italia. Non è che ci siano molti fantasmi, castelli in rovina, oggetti e creature sinistre, ruderi stregati, paesaggi che danno inquietudine, personaggi enigmatici. Anzi.
Il basso Veneto è così misterioso proprio perché il mistero non si vede. La luce del mattino qui esprime pace e buoni raccolti, la luce del pomeriggio raccomanda di non esagerare nel lavoro, la luce del tramonto dice amore, felice notte, dormirete tranquilli. Le case del Veneto non sono accigliate o severe, non hanno l’aria di nascondere qualcosa. I vicoli, i cortili, i quadrivi non sono mai ambigui o minacciosi. Il male si direbbe debba sentirsi spaesato. Però ascoltate:
La storia della signora Vittoria Manzan. «A Pomegliano, durante l’ultima guerra, mia sorella Ermenegilda si è ammalata. Febbre, dolori, le ghiandole gonfie, i dottori non ci capivano niente. Un bel giorno, sa come ci dico, è capitata una donna di Arcade con due occhi che pareva una strega. Guarda mia sorella e dice: Vedrà che stasera sentirà una persona che farà pipì nella sua. Tutte robe fantastiche. E alla sera nella stanza si sente come una fontana che buttava. Da principio si credeva che piovesse. Abbiamo aperto la finestra, ma niente… Quella donna è tornata dopo due giorni e noi le abbiamo raccontato tutto. Allora lei: Domani notte lei sentirà dei sassi che busseranno alla porta. Viene la notte e si sentono quattro cinque sassi  che vengono giù per la scala… Se li abbiamo trovati? No, non c’era niente… E dopo altri due giorni quella là torna e dice: Provate a vuotare il piumino del letto. E noi l’abbiamo vuotato e c’erano dentro due pezzi di legno legati in croce e poi una cosa tonda di filo grosso con tante piume intorno e poi degli stecchetti anche questi con le piume legate con filo bianco. Allora noi abbiamo bruciato il piumino con tutto quanto. E dopo altri due giorni la donna è tornata e ha detto a mio cognato di andare a Sant’Urbano di Godega da una chiromante a farsi fare le carte, che gli avrebbe detto chi aveva fatto il maleficio. Mio cognato va e la chiromante gli dice di accendere il fuoco e di buttarci sopra una manciata di sale, che la donna che ha fatto il maleficio verrà. Infatti, buttato il sale, è piombata in casa una donna del paese e mio cognato l’ha tenuta chiusa a chiave per un’ora. Poi lei è scappata e non si è più vista, così mia sorella è guarita.» (altro…)