Gli undici addii #5: “Sciopero”, di Gianluca Wayne Palazzo

da TatooTribes.com

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«Ricorda che non puoi fare lezione.»
«Ok… Perché?»
«Si tratta di uno sciopero. Devi solo coprire la classe, non puoi fare lezione al posto del professore che sciopera.»
«Carlini.»
«Esatto.»
Amelia annuì.
«E come faccio a…»
Ma la vicepreside si era allontanata, con la solita fretta da scoiattolo che aveva quando era costretta a fare, insieme al proprio, il lavoro della dirigente. Il suo strofinarsi i capelli per l’ansia era un gesto apotropaico che non aveva mai sortito l’effetto di alleviare una grana, ma in compenso le aveva assottigliato i capelli sulla fronte in una sorta di stempiatura da stress.
Amelia poteva capirla. Poteva capire tutto quello che nasceva dalla frustrazione di non riuscire a… ottenere… i risultati… attesi.
Annuì a se stessa e raggiunse la scala che portava al secondo piano. Camminava con passo cauto, trattenendo l’istinto insensato di portare le ginocchia al petto, e la gonna stretta le si accorciò sulle gambe mentre saliva. Se la spinse in basso per la centesima volta. Che cosa le aveva detto il cervello di indossare una gonna così corta? Non aveva le gambe per una gonna come quella. Soprattutto non era il luogo per una gonna come quella.Sorrise gelida al bidello che la aspettava con aria scocciata sulla soglia della terza G e lui le fece posto senza rispondere al saluto. Prese un respiro e socchiuse gli occhi come per osservare un dettaglio lontano, poi varcò l’ingresso senza guardare verso di loro, verso quelli, non era ancora il momento, devi prima inghiottire, prima respirare con calma…
C’era uno strano silenzio però. Voltò la testa come un robot appena fu dietro la cattedra e li vide, tutti e sette. Uno era seduto sul banco, due ragazze stavano in piedi schiacciate contro il termosifone, gli altri ai banchi, impigriti dal nulla delle ore precedenti di quella giornata di sciopero.
«Buongiorno» bisbigliò rauca, poi si schiarì la gola e le uscì un tuono: «Buongiorno!»
«Buongiorno» risposero tutti, e man mano si sedettero. Amelia si lasciò scivolare sulla sedia tenendo ferma la gonna. Per fortuna la cattedra era coperta sul davanti, nessuno sarebbe andato a riferire a quegli sciacalli di genitori che la professoressa Riccio veniva a scuola mezza nuda.
Li lasciò a occuparsi delle loro faccende, sopprimendo la tentazione di suggerire qualche mansione per tenerli tranquilli. Nessuno doveva obiettare che aveva violato il sacro diritto di sciopero, per carità, di gente sempre pronta a ricavarsi un venerdì libero, gente di ruolo, gente come il professor Carlini… Guarda caso erano sempre i precari come lei che non scioperavano mai, non possiamo permettercelo, quindi sta a noi coprire i buchi, e guai a fare lezione, i buchi vanno tappati lasciando gli alunni liberi di scalmanare, se necessario. In fondo non era per parcheggiarli lontano che i genitori li mandavano a scuola anche quando tutti i docenti scioperavano?
Aprì il registro per firmare e si ritrovò di fronte, onnipresente, in un nero più nero e calcato di tutte le altre, la firma di Giulio.
Carlini.
Ovunque, Carlini. Che razza di grafia era quella? Da bambino, eppure così ambiziosa, così ingombrante, così priva di senso della misura e dell’imbarazzo. Strofinò con l’indice una di quelle firme, ne sentì il rilievo sotto al dito. Seguitò a strofinare. Perché?
Carlini, Carlini, Carlini…
Giulio. Ricordava persino il suo nome. Incomprensibile.
Non era… quello… che si aspettava
«Professoressa.»
Si rese conto di avere la testa affondata nelle pagine del registro e non si mosse, come un animaletto che si finge morto per evitare nuovi traumi. Ma non poteva effettivamente funzionare in quel contesto, così sollevò l’occhio in su e la vide. Una ragazzina, una ragazza. Una bella ragazza. Bellissima. Accidenti. Alzò la testa, lenta e costante come un ascensore.
«Lei è la Riccio, vero?»
Amelia non disse nulla, come se qualunque affermazione potesse essere usata contro di lei. Ma Alessia annuì lo stesso con un sorriso luminoso.
«Salve, buongiorno. Mi scusi. Posso chiederle una cosa?»
Amelia deglutì vistosamente e ancora non rispose.
«A proposito della tesina per l’esame. Un consiglio…»
Un cenno della testa. Poteva essere “sparisci” oppure “spara”. Alessia spostò i lunghi capelli castani all’indietro rivelando un fascino da diciottenne e Amelia sviò lo sguardo inspirando.
«In italiano porterò Leopardi, Il sabato del villaggio. Volevo incentrare la mappa concettuale sul tema dell’attesa, dell’aspettativa. In positivo e in negativo. Per esempio la vigilia della prima guerra mondiale in storia, Aspettando Godot in francese e inglese, in scienze invece…»
«Quindi?»
«Ehm… non so, se le andasse di darci un’occhiata. Non sono sicura sia un buon progetto.»
«È un’idea tua?»
Alessia sorrise e alzò le spalle.
«Beh, sì. Mi ritrovo molto in quella poesia. Nelle speranze che sono più… significative delle esperienze vere e proprie.»
Amelia piegò appena la testa di lato. Questo sembrò imbarazzare un po’ la ragazza che prese a grattare col dito il bordo della cattedra.
«Boh, forse è per il clima degli esami, e perché non so proprio cosa fare dopo. Cioè, prenderò il liceo classico sì, ma… Lei cosa ha studiato dopo le medie?»
Orrore e discriminazione, pensò Amelia.
«Scientifico» rispose. La ragazza si morse un labbro, sulle spine, e allora Amelia si sforzò di sorriderle, certa che ne sarebbe uscita una smorfia acida. Invece Alessia spalancò gli occhi e si avvicinò poggiando la pancia contro la cattedra.
«Ho anche scritto un racconto su questo tema» fece, scuotendo la mano come se fosse una cosa di nessuna importanza. «Magari… lo leggerebbe, per caso?»
Amelia prese a giochicchiare nervosamente col fermaglio a fiocco sulla testa.
«Perché non lo fai leggere al vostro professore di lettere…»
Fece una smorfia per sollecitare un nome che proprio non ricordava.
«Il Carlini?»
Amelia annuì, sì, forse.
«Non lo so, però… Non fa niente» scosse la testa «non è importante. In realtà avrei voluto portare Pasolini. Il pianto della scavatrice. Sa, “Solo l’amare, solo il conoscere conta”…»
Amelia annuì, pensosa, e si mosse un po’ sulla sedia. Quella voce la metteva in agitazione.
«È il mio poeta preferito, ma non si può.»
Scosse la testa e si morse ancora il labbro: «Non si può proprio…»
Amelia attese senza chiedere.
«Eleonora, la mia amica… la mia migliore amica» aggiunse, alzando un sopracciglio come se fosse solo un modo di dire «lo ha scelto già lei. Non me lo perdonerebbe.»
«Potreste portarlo tutte e…»
«No. No, poi nemmeno il Carlini vuole che facciamo doppioni, e… No.»
Sorrise, a disagio. Si sporse in avanti senza badarci e poggiò i gomiti sulla cattedra. Guardava al lato della testa di Amelia, sovrappensiero.
«È strano come cambiano le amicizie crescendo, vero? Secondo me prima non era così. Prima di facebook, dei social network. Dei fidanzati.»
Amelia grattò con la gola. Sentiva il profumo della ragazza adesso, e non le piaceva. Ancora un minuto e le avrebbe chiesto di spostarsi un po’. Magari se tornava al posto era ancora…
«Ti sei fidanzata?» chiese senza nemmeno rendersene conto. Non appena ebbe parlato sentì che diventava paonazza e cercò una maniera di ricacciare in bocca le parole, ma Alessia fu più lesta.
«Assolutamente no» fece, sconcertata. «E… nemmeno Eleonora, in realtà. Però i ragazzi si mettono in mezzo. Se pensi sempre a un ragazzo non pensi alle tue amiche, secondo me. No?»
Amelia fece un movimento circolare con la testa, esattamente a metà fra un sì e un no.
«Lei è sposata?» chiese Alessia. «O ha un… compagno?»
Amelia si raddrizzò sulla sedia, rigida come una scultura di legno africana e la ragazzina si ritrasse indietro, quasi mortificata.
«Scusi, sono proprio un’impicciona…» sorrise, e benché fosse un sorriso di riparazione rischiarò l’aula. «Non me lo deve dire. Cioè…»
«Beh» mormorò Amelia «il tuo progetto comunque mi sembra, sì, interessante.»
Alessia intensificò il sorriso e si sporse di nuovo avanti. Adesso era con la pancia e fin quasi il petto sulla cattedra e la fissava negli occhi.
«Davvero?» esclamò. «Io la sento tanto questa cosa del futuro, cioè, dell’incertezza, delle illusioni…»
Si velò improvvisamente e le scattò appena una guancia, come se rispondesse a un’accusa, o avesse mostrato una debolezza e volesse subito ritirarla.
«Insomma, tutti i castelli in aria, quello che crediamo di essere… quando poi passa il tempo e ti accorgi che è cambiato tutto. Siamo cambiati noi, e adesso siamo, non lo so… diversi
Amelia si costrinse a non spostare indietro la testa. Aspirò il profumo della ragazza e sentì le nuove tracce del suo sudore, l’odore dei capelli. Non disse nulla.
«Mia madre vuole che prosegua con la danza, ma io non riesco a starci dietro» fece Alessia, spostando gli occhi su di lei. Si passò la lingua dietro alla guancia, sconsolata. «Al liceo, poi… Lei fa sport?»
L’aveva detto come se non le interessasse davvero, e forse allora Amelia sentì che la morsa della sua presenza si stava allentando e rispose: «Alla tua età pattinavo. Fino a quindici anni.»
«Che bello» sorrise la ragazza con dolcezza. «Pattinaggio su ghiaccio o…»
«A rotelle.»
Alessia annuì, contenta. «Era brava?»
«Ero brava, sì.»
«E perché ha smesso?»
Oh, certo non lo racconterò a te. Non questo. Non la storia di noi cinque amiche, di come tutto è cambiato, a quindici anni, di come ancora non ho capito cosa, non ho capito davvero chi…
«Abbiamo fatto un tatuaggio» si sentì rispondere. «Tutte quante, per dire addio alla squadra.»
«Un tatuaggio?» domandò Alessia, incantata. Amelia annuì e la guardò davvero in faccia, una coppia di occhi ambrati, poi sorrise per la prima volta quel giorno.
«Un pattino. Sulla caviglia.»
«Davvero!» rise Alessia. Si staccò dalla cattedra e le ruotò attorno. «Che carino, me lo fa vedere?»
E all’improvviso si avvicinò a lei inginocchiandosi a terra, ai suoi piedi, aveva il sorriso di una bambina sul corpo slanciato già da donna, e quando posò gli occhi sulla sua caviglia nuda, su quelle gambe serrate nella gonna stretta, Amelia cominciò a tremare e pensò

basta con queste sciocchezze
basta con queste sciocchezze
basta con queste scio

© Gianluca Wayne Palazzo

Il presente è il quinto di una serie di racconti ispirati al mondo della scuola. Chi volesse recuperare i precedenti li troverebbe qui sotto. Dello stesso autore, su Poetarum Silva, Fenomenologia del Nuntemove.