Giorno: 1 aprile 2016

Libri in parallelo: Sarah Bernhardt, le mongolfiere e l’importanza del tostapane

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Julian Barnes, Livelli di vita, Einaudi 2013, € 16,50, ebook € 9,99, traduzione di Susanna Basso
Roger Rosenblatt, Una nuova vita, Nutrimenti , 2016, € 15,00, ebook € 7,99, traduzione di Nicola Manuppelli

Libri in parallelo: Sarah Bernhardt, le mongolfiere e l’importanza del tostapane

di Giulia Guida

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«You put together two things that have not been put together before. And the world is changed. People may not notice at the time, but that doesn’t matter. The world has been changed nonetheless». Metti insieme due cose – scrive Barnes nell’incipit del suo “Livelli di vita” – apparentemente molto distanti l’una dall’altra e l’assetto dell’universo potrebbe uscirne non solo mutato, ma divelto a tal punto da divenire irriconoscibile a chi lo ha abitato fino a pochi istanti prima: in questo cosmo sottosopra, violentemente illuminato o sfigurato dalla comparsa di una frattura, le strutture rapidamente si sfilacciano o si esaltano, la prospettiva abituale schizza impazzita fuori fuoco, i valori si sovvertono, i contorni si sgranano, deformandosi dentro schegge di colore caotiche, affamate e incuranti delle conseguenze causate dall’esplosione innescata da quel piccolo taglio nella tela. Ѐ una lacerazione sottilissima, quasi non ci si accorge della differenza. Ogni cosa appare uguale a se stessa, mentre tutto diventa alieno come un codice cifrato.

Nelle ultime settimane mi è capitato di leggere due libri in parallelo, due libri che tramite percorsi diversi tentano di venire a patti con la morte di una persona cara. E paradossalmente entrambi – con una tenacia buffa e dolorosa – contengono nei rispettivi titoli la parola vita. Tra immagini che si inseguono in un gioco di correlativi oggettivi, gli autori riflettono sulla distanza che si instaura tra due persone che sono state intimamente legate l’una all’altra, ma che la morte di una delle due ha relegato su livelli di esistenza inconciliabili. Pertanto, mi è sembrato naturale e necessario seguire il consiglio di Barnes e rileggere il suo romanzo alla luce di Una nuova vita di Roger Rosenblatt, pubblicato questo gennaio da Nutrimenti nella bella traduzione di Nicola Manuppelli. Ho deciso di mettere insieme due uomini, Rosenblatt e Barnes, entrambi artigiani della parola (sebbene negli ultimi anni si sia dedicato principalmente al memoir e alla saggistica, Rosenblatt è stato un nome di punta del giornalismo statunitense, lavorando tra gli altri per il New York Times e il Washington Post), il cui status quo viene improvvisamente sconquassato da una perdita inaspettata: per Rosenblatt la figlia Amy, deceduta a causa di un infarto dovuto a una malformazione cardiaca congenita, e per Barnes la moglie Pat, morta morta poco tempo dopo che le era stato diagnosticato un cancro. Nei giorni successivi al lutto, il corso del tempo si arresta, il presente si sospende in un limbo privo di accadimenti, il corpo si prosciuga fino a trasformarsi in un groviglio informe e bellicoso di linee spezzate, le mani compiono sovrappensiero i gesti di sempre – versare il latte nella tazza, rispondere al telefono, rassettare i cuscini del divano – come se queste azioni potessero ancora reclamare un significato dentro schemi condivisi, ma gli occhi sono altrove, rovesciati tra i fotogrammi della memoria, le rughe si disegnano sulla fronte cave come lo scheletro di un feretro. Di fronte a queste morti – in cui a mancare non è soltanto la presenza fisica della persona, ma soprattutto quella morale –  Rosenblatt e Barnes si sentono d’un tratto vecchissimi, colpevoli di essere sopravvissuti e soli. Di una solitudine che – la lingua originale in questo caso ci aiuta – non è solitude, isolamento ricercato e goduto, ma loneliness, senso di abbandono e incomunicabilità. I due uomini sono soli nel mondo, soli con il loro carico di sofferenza da sbobinare nel processo senza fine che Barnes definisce grief-work, il lavoro da compiere sul e attraverso il dolore per poter costruire un nuovo schema, che abbia interlocutori e oggetti diversi, ma che permetta al sopravvissuto di orientarsi nel mondo-voragine che gli si dischiude davanti. In quanto scrittori, è nella reinvenzione della lingua che i due individuano lo strumento per rapportarsi a una realtà ormai permanentemente danneggiata. La lingua non deve essere edulcorata, non può pretendere consolazione, da qui l’insofferenza degli autori per il ripetersi di formule come “mi dispiace per la scomparsa di tua figlia” o “nonostante la sua battaglia contro il cancro, è venuta a mancare”: per diventare reale, la morte ha bisogno di una lingua precisa, che non faccia giri di parole, che sia lo specchio diretto dell’assenza.

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Gli undici addii #5: “Sciopero”, di Gianluca Wayne Palazzo

da TatooTribes.com

da TatooTribes.com

 

«Ricorda che non puoi fare lezione.»
«Ok… Perché?»
«Si tratta di uno sciopero. Devi solo coprire la classe, non puoi fare lezione al posto del professore che sciopera.»
«Carlini.»
«Esatto.»
Amelia annuì.
«E come faccio a…»
Ma la vicepreside si era allontanata, con la solita fretta da scoiattolo che aveva quando era costretta a fare, insieme al proprio, il lavoro della dirigente. Il suo strofinarsi i capelli per l’ansia era un gesto apotropaico che non aveva mai sortito l’effetto di alleviare una grana, ma in compenso le aveva assottigliato i capelli sulla fronte in una sorta di stempiatura da stress.
Amelia poteva capirla. Poteva capire tutto quello che nasceva dalla frustrazione di non riuscire a… ottenere… i risultati… attesi.
Annuì a se stessa e raggiunse la scala che portava al secondo piano. Camminava con passo cauto, trattenendo l’istinto insensato di portare le ginocchia al petto, e la gonna stretta le si accorciò sulle gambe mentre saliva. Se la spinse in basso per la centesima volta. Che cosa le aveva detto il cervello di indossare una gonna così corta? Non aveva le gambe per una gonna come quella. Soprattutto non era il luogo per una gonna come quella. (altro…)