Mese: aprile 2016

proSabato: Aldo Palazzeschi, Giulietta e Romeo

Aldo_Palazzeschi_1

 

Giulietta e Romeo

La contemplazione del cielo adriatico mi fa pensare ai quadri di De Pisis. Nessun pittore ha sentito quanto lui il cielo, anche negli antichi spesso ti accorgi che il cielo rappresentò l’ultima preoccupazione dell’artista, l’ultima mano, una formalità dell’ultimo momento, quando non divenne una facile espressione retorica. In un quadro di De Pisis non di rado è protagonista il cielo con le sue nubi che il pittore ha scoperto e osservato sulla Laguna di Venezia, fra il bacino di San Marco e il mare del Lido: nubi vaganti, inseguibili, che si svuotano e si addensano, si accavallano e s’investono, s’alzano e si abbassano fino a toccare l’acqua e la terra come i tendaggi del palcoscenico; che assumono ogni forma per un gioco di prestigio in una varietà sbalorditiva che assume il più delle volte aspetto minaccioso, drammatico: fra le quali giostrano coi colori del prisma il sole e l’azzurro, rumoreggia il tuono. De Pisis ha saputo cogliere l’inquietudine di questo cielo.
Ma oggi, eccezionalmente il cielo del Lido è senza nuvole: neppure un frammento neppure uno straccio, né un fiocco né un filo, l’azzurro è così limpido e leggero che tu rimanendo disteso sulla spiaggia ti senti piacevolmente attratto fino a chiudere gli occhi per un senso di smarrimento dolcissimo. Il mare è composto da strisce di seta che dal turchese attraverso zone verdi giungono al blu fra luci argentine. Appena delle spumette languide sull’orlo dove l’acqua lambisce l’arenile. Due o tre vele bianche, lontano, fanno pensare a un idillio tirrenico, ma qui l’aria è pungente anche nella calma perfetta di un meriggio estivo.

(altro…)

Alessandro Pedretta: Dio del cemento (alcune poesie)

12920369_992222717520268_4315944149811394368_n

Alessandro Pedretta, Dio del cemento, Mora editrice, 2015

*

VENTUNO OTTOBRE

Se misurassi i passi
con le mie intenzioni
sarei un gigante
fragilissimo.

 

*
ABISSI

L’umano mio pensare
si fa sfregiato ed inerte
nella bolgia dei respiri soffocati
tra la cancrena di questo fango abitato
E più mi sollazzo solo con la mia testa
più m’accorgo che il mondo mio interno
è fantastica speranza
e abisso incontrollato.

 

*

LA VITA IN UN VECCHIO MACELLO

Voglio vivere in un vecchio macello
con le grida delle bestie incubate nei muri
strisciare i polpastrelli sulle pareti macchiate
percepire il dolore di una volta
per crearmi una corazza adesso.
Voglio costruire case già crollate
percorrere ponti inclinati
marcire nel mio stesso pensiero
che s’affina con la costanza
della propria titubanza.
Voglio perire in una fogna
assaggiare gli scorpioni
credere che la vita è una promessa
giocarmi l’opposto della moneta
capire la creazione distruttrice
di una cometa.
E poi
voglio che nessuno mi segua
pedinare un chimico solleone
mi sento sciocco
se qualcuno
mi dà ragione.

 

*

(altro…)

Gli undici addii #7: Vacanze di Natale

Wayne_raccontoNatale

Giulio era morto di stanchezza, tanto per incominciare, e su questo punto non c’era dubbio possibile. Il primo ciclo di mesi fino alle vacanze era stato massacrante, ma percorreva lo stesso il marciapiede a passo svelto, cercando di anticipare la campanella del mattino, perché sapeva cosa poteva accadere se la sua terza G rimaneva scoperta più di cinque minuti: l’ultimo consiglio di classe gli aveva schiarito le idee riguardo alla fatica che avrebbe durato per far ammettere tutti i suoi giovani scimuniti agli esami. E poi era il giorno prima delle vacanze di Natale, bisognava trovare il tempo e il modo per ingollare pandori e bere Coca Cola, perché tanto per cambiare le sue colleghe avevano negato la disponibilità a concedere un pezzetto delle loro ore per festeggiare l’arrivo delle feste e l’arrivederci a Gennaio.
Così quasi incespicò quando vide Amelia spuntare dalla strada e fiondarsi verso il cancello come un proiettile, senza un momento di esitazione. Prima che potesse pensare a qualcosa, la mano di un ragazzo biondo si poggiò bruscamente sulla spalla di lei e la trattenne. Era lo stesso che aveva scorto settimane prima, davanti scuola, accanto alla Smart blu, e sembrava fuori di sé. Giulio si fermò a distanza per osservarli. (altro…)

CIÒ CHE DISSE IL LEGNO: TWIN PEAKS ATTRAVERSO I MONOLOGHI DELLA SIGNORA CEPPO #4

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

leland palmer

[Episodio tre: Riposa nel dolore]

There is a sadness in this world, for we are ignorant of many things. Yes, we are ignorant of many beautiful things…things like the truth. So sadness, in our ignorance, is very real. The tears are real. What is this thing called a tear? There are even tiny ducts, tear ducts, to produce these tears should the sadness occur. Then the day when the sadness comes…then we ask. Will this sadness which makes me cry…will this sadness that makes my heart cry out, will it ever end? The answer, of course, is yes. One day the sadness will end.

C’è una sorta di tristezza in questo mondo, perché ignoriamo molte cose. Sì, ignoriamo molte cose belle…cose come la verità. Così la tristezza, nella nostra ignoranza, è molto reale. Le lacrime sono reali. Ma cosa intendiamo per lacrime? Ci sono persino condotti sottili, condotti lacrimali, per produrre queste lacrime quando sopraggiunge la tristezza. Allora il giorno in cui la tristezza arriva… quel giorno ci domandiamo. Questa tristezza che mi fa piangere…questa tristezza che fa urlare il cuore, finirà mai? La risposta ovviamente è sì. Un giorno la tristezza finirà. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
 .
 Questo monologo è fondato su un assurdo logico e sentimentale: il nostro mondo è avvolto nella tristezza, ma la tristezza finirebbe se scoprissimo cose belle come la verità. Non è una strana dichiarazione per una storia in cui la verità che si cerca è quella di un omicidio? Cosa può mai avere di bello? Come non sembra esserci nulla di bello nella vita misteriosa e torbida di Laura Palmer, che a quanto risulterà dall’autopsia faceva anche uso di cocaina. In questo episodio si svolge il funerale della ragazza, e il suo turbolento fidanzato Bobby Briggs accusa la comunità di Twin Peaks di non averla mai aiutata, pur conoscendo i suoi problemi. Il padre di Laura, Leland Palmer, si getta sopra la bara al momento della sepoltura, la macchina s’inceppa sotto il suo peso e comincia ad andare su e giù: è una scena grottesca, ridicola nella sua esagerazione, ma non per questo meno angosciante (mentre Leland affonda e risale, si vedono la terra e le radici). Eppure anche le lacrime di un padre, come quelle di tutti, nascono da tiny ducts, da piccoli condotti chiamati appunto lacrimali. Ridurre il pianto alla sua essenza fisiologica è naturalmente un modo per svilirlo, per togliere importanza al dolore. Si arriva così a un finale paradossale nel suo ottimismo: la tristezza finirà, of course, senza dubbio. Siamo in piena negazione freudiana, si esagera per nascondere anche a se stessi la paura che questa tristezza, al contrario, will never end.
 .
@Andrea Accardi
.

Cesare Viviani, Osare dire

Cesare Viviani, Osare dire (Einaudii)

Cesare Viviani, Osare dire, Einaudi, 2016. € 11,00, ebook € 6,99

di Mario De Santis

*

Avevamo letto nel 2012 Infinita fine di Cesare Viviani, seguendolo nell’ulteriore tappa del suo lungo cammino di poesia, portare alle estreme conseguenze gli esiti e il senso di quarant’anni di ricerca. Ma se dagli anni Settanta agli anni Novanta questa medesima ricerca era ancora dentro il Novecento, seppure dopo la lirica, negli ultimi vent’anni Viviani ha iniziato un lungo esercizio di “uscita dalla recita”, come aveva già scritto nel libro del 1981, L’amore delle parti. Il libro del 1993, L’opera lasciata sola, fu il punto di svolta che arriva, con diverse trasformazioni, al libro del 2012. Già da allora Viviani affrontava i temi che gli sono cari, il rapporto tra vivente, la natura, e un soggetto che si confronta con ciò che sa per interpretarla, il divino, mondato da tutte le false presenze, così come il teatro delle forme della vita comune, dei saperi e dei linguaggi, compresi quelli della poesia e da cui emergeva anche un sentimento di pietas verso l’umano. Iniziava allora anche un progressivo abbandono del territorio della lirica, quasi radicalmente ponendosi sul confine di riconoscibilità (e di grande originalità) della poesia tutta, anche la più sperimentale e antilirica. Percorso estremo per ribadire che ogni forma d’espressione e interpretazione è ingannevole spettacolo. Da anni Viviani affronta una riflessione profonda che nasce dalla filosofia, dalla psicoanalisi, dalla meditazione in senso più ampio, e da un’intima indagine del rapporto con il mondo e con il divino, il silenzio di quest’ultimo nella storia. Se il Novecento ha scardinato certezze, e tolto fondamenta al Soggetto, al Vero, neppure la rappresentazione in arte di questo terremoto, della crisi, della nevrosi, dell’assenza, niente ha senso, né l’idea di un’Espressione o di una Creazione. È qui che Infinita fine – come il precedente Credere all’invisibile – prendeva su di sé questa riflessione praticandola, coerentemente, ovvero portando la poesia a un livello di rottura unico nel panorama italiano. La scelta allora degli attuali brevi testi affermativi – ma con un richiamo ad una sua lunga consuetudine di scrittore per aforismi – senza orpelli stilistici era quella annunciata proprio in alcuni versi de L’opera lasciata sola: «il racconto in prima persona/ con i virtuosismi/ è una spirale che ad ogni giro si restringe.» Ecco, al giro più stretto ora sono l’apoditticità, la sentenza e l’aforisma, il taglio liminale dell’epigrafe dei testi di Infinita fine: portata a un ground zero dell’espressione, per privarla di inganno e per assimilarla alla matericità del mondo, la parola, qualsiasi essa sia, poetica o della terapia analitica o della scienza, dei saperi umanistici, poteva avere ancora un qualche credito, è inevitabile per la natura umana, ma a patto sempre di svelarne il vuoto di sé e del tutto e puntare ad esso, al coraggio di confrontarsi con il silenzio dell’universo: scriveva in un verso che la «fede nella parola salva», ma, subito dopo aggiungeva con ironia, solo «la parola ‘paradiso’ salva», il resto non è nel dire. La parola, la sua bellezza ingannatrice, è al massimo “rimedio istantaneo agli insulti del tempo”. Dunque se il resto non è nel dire, perché continuare ancora? Il livello di riflessione attraverso il paradosso di una pratica antipoetica della lingua, della sintassi, della frase e della Dichtung nel suo complesso era così estremo che sembra davvero sul punto di un abbandono del fare poesia, all’ammutolimento di quella materia-natura chiamata sempre a unica appartenenza,  un consegnarsi, come scrive in Infinita fine, «senza corpo, senza volto, senza espressione» a un «oceano ondeggiante/ senza fine» dove tutto c’era tranne che ancora un opera del dire, un’opera dell’arte.
È quindi sorprendente, quasi uno scarto ulteriore, ma di lato, l’apparizione del libro del 2016, che già nel titolo riprende direttamente la questione e riporta anche evocazioni di una preghiera della parola e del nome: Osare dire. (altro…)

I me medesimi n. 25: Antonio Cerantola

parigi foto gm

parigi foto gm

 

Si presenta elegante, per uno che dorme al parco Sempione. Con quel maglioncino da donna nero indossato al rovescio sul petto nudo. Oggi dev’essere passato da qualche bagno perché è tutto bello pettinato e sbarbato. Non lo vedi arrivare perché non è uno di quelli che si trascinano da un cestino a un altro. No, lui va in giro senza borse, con il suo maglioncino da donna al contrario. Una camminata piratesca, da vascello.

Ti arriva davanti e ti dice: guardi che io non ho mica fame sa? Cosa gli vuoi rispondere a uno così? Ha forse sete? gli chiedi. Ti sorride come uno che ha trovato finalmente qualcuno con cui intendersi. Se ha gentilmente un euro mi prendo un bicchiere di vino, e indica il baracchino lì a tre metri. Tu sei seduto ad aspettare che ti facciano il panino, lo guardi e non ti passa neanche per l’anticamera di fare la solita sceneggiata del no no no.

Non ti vuol vendere niente, non ti chiede neanche l’elemosina. A lui, che ti arriva lì davanti, con la sete dei santi bevitori, e te lo dice pure, voglio dire: un bicchiere di vino glielo offri senza fiatare. Sull’unghia. L’euro scivola, animato di vita propria, dalla tua tasca alla sua mano. È un compare che cerca compari. Non gli vuoi essere compare? La stagione è bella e lui s’è fatto il bagno. Stare all’aperto a bersi un bicchiere. C’è di meglio?

Grazie, dice lui. Poi si fanno due parole di cortesia e lui si scusa ma adesso andrebbe a prendersi il suo bicchiere. Va verso il baracchino. Ma torno, assicura. Poi aggiunge: se posso. Ma certo, gli dici, la aspetto. Hai visto che era un compare? Solo i pirati camminano così. Ci si dà del lei certo: siamo gentiluomini, anche se di fortuna. Lei aspetta il panino? Ti grida. Gli fai sì con la testa. Aspetti che vedo a che punto siamo.

Poi torna con il bicchiere. Mi scusi, continua a dire. Prego, gli rispondi sempre. Tutti e due tic. Oggi sembra in forma. Bella giornata, continua a dire e si scusa se si ripete. Ha un accento milanese forte radicato nel naso, con le parole che sgocciolano agli angoli della bocca, in fondo alle mandibole. Ha sessantatre anni e da dieci dorme al parco Sempione, se piove: al Teatro Strehler. Conosco tutti gli attori e i registi, quando escono all’una alle due, io sono lì.

(altro…)

Una frase lunga un libro #55: Deborah Gambetta, L’argine

gambetta

Una frase lunga un libro #55: Deborah Gambetta, L’argine, Melville, 2016. € 16,50

*

Le persone non lo sai quello che ti possono combinare. Le persone tu credi di conoscerle e invece la cosa più misteriosa al mondo, sono proprio le persone. La vita che sta dentro la testa delle persone è diversa da quella che sta fuori. Tu fai una vita e dentro la tua testa il film è un altro. Fa le scintille la vita dentro la tua testa, manda bagliori spaventosi.

 

 

Questo romanzo comincia dal finale, anzi comincia da un epilogo, perché un finale vero e proprio non c’è mai, il finale è soltanto per chi muore. Chi resta vivo muore continuamente, invece, e continuerà a morire anche dopo che avremo smesso di leggere. Chi muore dalla prima all’ultima pagina e forse dopo è Sandro, il protagonista. Deborah Gambetta ci dice subito cosa è accaduto, con un incipit splendido: Sandro uccide i genitori di sua moglie, sua moglie e – infine – Matteo, il figlio di tredici anni. Lo troveranno la mattina dopo gli omicidi, quasi congelato (siamo in pieno dicembre), scalzo e in camicia: «Camminava sull’argine di un torrente, il Sillaro. Aveva camminato tutta la notte. Tutta la notte fino all’alba. Quasi venticinque chilometri attraverso i campi». Cosa succede a un certo punto alle persone? Mi pare questa la domanda da cui partire per provare a raccontare questo romanzo bello e non facilmente catalogabile. (Non ho controllato nelle librerie, ma non mi stupirei se lo piazzassero tra i gialli, semplificare va per la maggiore. Se esistesse un reparto “Disagio” lo metterei lì, ma non esiste, questa è narrativa allo stato puro, punto). Alle persone e quindi a Sandro succedono molte cose, alcune grandi, altre piccole, ma tutte si accumulano, si stratificano, segnano, formano, mutano. Ogni fatto accaduto a Sandro è quasi sempre figlio di una rinuncia, di quello che lui vede come accettazione, ma non passiva, delle cose. Sandro vede nell’assecondare gli altri l’unica maniera di essere lasciato in pace. Eppure asseconda e accumula. Rinuncerà agli studi di veterinaria quando quella che diventerà sua moglie resterà incinta, farà il muratore per molti anni nella ditta del suocero, classico uomo che si è fatto da sé, che lavorerebbe anche il giorno di Natale e che crede solo in chi si “comporta da uomo”; prima di questo rinuncerà a soffrire sul serio quando suo padre morirà, farà a meno del pianto. Quando si separerà dalla moglie rinuncerà alle “cose”, che comunque non ha mai sentito sue. Inscatolerà tutto a caso e nasconderà a casa di sua madre, sceglierà di vivere in un appartamento anonimo e non parlerà con nessuno, eccetto un vecchio, altro bellissimo personaggio. Rinuncerà al figlio, perché non saprà come rapportarsi a lui, non saprà come avvicinarlo, non vorrà avvicinarlo. Non lascerà avvicinare troppo Eva, una ragazza conosciuta nella fabbrica dove ha trovato lavoro, non sarà in grado di tenerle aperta la porta.

(altro…)

Questa è la mia casa, di Paolo Bottiroli. Recensione

questa-e-la-mia-casa-poetarum

Paolo Bottiroli, Questa è la mia casa, Edizioni La Gru, 2016, € 11.00

Chissà perché tutti fuggivano a Parigi.
Poteva essere per la città, indubbiamente era una delle più belle d’Europa, se è vero che anche Hitler l’aveva preservata dai bombardamenti, ma doveva esserci dell’altro. Per gli italiani era sempre stata lei la sorella maggiore dove rifugiarsi, anche se sarebbe stato più sicuro scegliere un paesino qualsiasi della provincia, immerso tra campi di grano e vigneti, non così nell’occhio della storia come passeggiare tra i filari d’alberi dei Jardin du Luxembourg.
A Parigi erano fuggiti ladri, anarchici e intellettuali. Assassini, disertori e anti-fascisti. Era lì che si era nascosto il bandito Sante Pollastro, prima di essere arrestato. Lì che Pietro Gobetti aveva trovato una giovanissima morte in esilio. Sempre lì, ormai da mesi, vivevano decine di italiani, adottati dai compagni d’oltralpe.
.
Alessandro era nervoso. Respirava un clima pesante intorno a lui. La polizia aveva cominciato a fare controlli. Si sentiva preso di mira dagli investigatori. Nonostante non avesse alcun tipo di contatto coi brigatisti, la sua posizione politica non lo metteva al sicuro. Non era facile essere di sinistra in quegli anni, si ricevevano attacchi da tutte le direzioni: dalle forze dell’ordine, dagli estremisti di destra, ma anche dai militanti più intransigenti della propria fazione.
La sua faccia ormai era nota come quella di un calciatore. A ogni incontro pubblico, durante ogni dibattito, c’erano occhi che lo cercavano, dopo le affermazione più ardite puntavano su di lui per osservarne le reazioni, scommettendo su una smorfia o un piccolo movimento verso il megafono, pronto a brandirlo per far sentire le proprie ragioni. L’aria stava diventando di piombo. Non c’era notte che riuscisse a dormire e se non chiudeva occhio lui non lo chiudeva nemmeno Elena. Negli ultimi mesi l’aveva vista invecchiare velocemente. Litigavano in continuazione.
«Vai a Parigi per un po’, ti farà bene», aveva consigliato a Elena un’amica del partito. «Ho sentito Davide, puoi stare in una mansarda nel suo pianerottolo, il compagno che ci abita andrà via qualche mese e cerca da affittare a poco.»
«Non sono più una ragazzina e Ginevra è incinta…», aveva risposto Elena.
«Vai! Tornerai in tempo per veder nascere Giacomo!»
Dopo le prime ritrosie si era fatta convincere.

Partire dal titolo e dai titoli di questi racconti che Paolo Bottiroli scrive con la stessa leggerezza con cui la casa della copertina si lega − con un filo blu − alle nuvole: Questa è la mia casa è un percorso nell’anfiteatro della storia e del ricordo. Da un lato l’Italia (che c’è sempre), quella più provinciale e le sue spinte nell’oltre, a Parigi ad esempio, come nella porzione di testo citata in testa nome che ritorna un’altra volta; dall’altro la dimensione storica, che collima con un’idea di familiarità narrativa. E se “leggerezza”, “percorso” e “ricordo” sono parole abusate − e di cui si abusa spesso −, se queste parole non bastassero sarà quell’«universo unico e circolare» della quarta di copertina a dirci quello che queste trame narrano su una linea retta, con la certezza di chi sa posare le parole sulla pagina come un piede dopo l’altro, un piede alla volta, durante il proprio cammino: così ci si approccia a questi testi, ci si affaccia con uno sguardo cauto nelle intimità degli altri. “Casa” dice “io”, e dice anche che queste intimità non fanno cortocircuito bensì si dipanano, si declinano nei tanti luoghi naturali, cittadini o altri che ritornano però al sé più proprio.
Il libro è pervaso da un tono di accortezza lieve nel procedere, che lega Bottiroli maggiormente al racconto tradizionale “lirico” del nostro Novecento; la narrativa contemporanea è ammessa secondo alcuni tratti di postmodernità. Infatti, le citazioni di Fenoglio, Levi, Rodari iniziano alcune prose confermando una direzione − eppure c’è spazio anche per il cantautorato di Fabi, Silvestri e Gazzè, o di Le luci della centrale elettrica. (altro…)

Vittorio Sereni, Un venticinque aprile

gli immediat dintorn

Un venticinque aprile

Tardi, anche tu li hai uditi
quei passi che salivano alla morte…
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Geme da loro in noi nascosta una ferita
e le dà voce il vento dalla pianura,
l’impietra nelle lapidi.

.

.

Nota
Come riportato nella nota presente in tutte le edizioni di Gli immediati dintorni (il Saggiatore, 1983 [2013]), ripresa anche nel volume La tentazione della prosa (Mondadori, 1998), sotto il titolo Un venticinque aprile Sereni ricompose i versi iniziali e finali della poesia Nel sonno, prima poesia della sessione Il centro abitato nella raccolta Gli strumenti umani (1965), apportando una leggera variazione alla struttura originale della sequenza conclusiva. La lunga gestazione della poesia in sei parti, datata “1948-1953”, e testimoniata dalla tormentata stesura, come documentano le pagine di varianti riportate nell’Apparato critico del ‘meridiano’ Poesie (Mondadori, 1996), ci racconta, ancora una volta, ce ne fosse bisogno, il sentimento serienano dell’appuntamento mancato con la Storia, e nello specifico con la Resistenza, conseguente alla prigionia.
Il lungo taglio, simboleggiato dalle due file di puntini, operato per includere i cinque versi negli Immediati dintorni, andrà perciò letto anche alla luce dei non pochi versi omessi, e soprattutto di quelli che compongono tutto il quinto movimento; è in questo, infatti, che Sereni cala la poesia, prendendo come riferimento la datazione, nella nuova dimensione politica italiana venutasi a creare dopo il 18 aprile 1948 (data nella quale riverbera un altro componimento sereniano della stessa raccolta, ossia Saba), dove molti avvertirono tradite le conquiste del Fronte Popolare, ma che nel poeta acuisce i «sospetti e pensieri di colpa» (Nel sonno, V 13) per via di quella che Sereni stesso, in una tarda intervista (settembre 1982), definisce «la crisi dello scrittore borghese» che nella sconfitta riconosce i segni «dell’involuzione della democrazia in Italia» (Apparato critico, cit., p. 582). [fm]

I poeti della domenica #66: Antonio Porta, La parola Fine

bausch-Kontakthof-poetarum-porta-la-parola-fine

Pina Bausch da “Kontakthof”, 1983

LA PAROLA FINE

atti contatti patti scatti
scaduti contratti piccoli ricatti
il dito indice gratta blando dietro
l’orecchia destra segnala la svolta pericolosa

tango che ti sprango ti striscio
come superbo fa un organo dondolando tra un gigante e l’altro

Ma l’anatra è Madre più di una umana madre
richiama riconduce guida nutre la vita

Dai buchi della Terra i risorti spuntano
uno a uno si ripiegano su di sé
si erigono come asparagi i corpi degli umani
fluttuano (Resurrezione è questo dopo
la Fine la vergogna esserci)
la Foto di gruppo deve essere ancora più orrenda

Se ti spogli stai più lontano possibile
pure continua a guardarmi bene fino in fondo

finalmente, ora, getta in platea
la rete, la gabbia, la corazza scagliosa
offri il tuo Ventre alla mia Bocca
appena aperta sulla Scena, o Madre
o sorella o famelica amante dai che scompaia
l’Equivoco Signore che pronuncia
la parola Fine.

13.7.1983: Pina Bausch alla Scala

© Antonio Porta, La parola Fine in Invasioni. Poesie 1980-1983, Milano, Mondadori, 1984.

I poeti della domenica #65: Sandro Penna, Tanto amici eravamo che un segreto

il viaggiatore insonne poetarum

Tanto amici eravamo che un segreto
dell’uno era dell’altro. D’uno solo
egli non ne parlò mai con se stesso.

© Sandro Penna, Tanto amici eravamo che un segreto, in Il viaggiatore insonne, Genova, Edizioni San Marco dei Giustiniani, 1977.

proSabato: Sandro Penna, Un piccolo fatto di cronaca

cose comuni e straordinarie penna

Un piccolo fatto di cronaca

…..Un giorno X, dopo aver vagato tutto il pomeriggio in città, si ritrovò, all’imbrunire, quasi in campagna, là dove le case sono ormai sparse e finiscono le corse degli autobus.
…..Quando fu la sera, ancora in quel punto della periferia, e trovandosi casualmente in compagnia di Y, egli fu fermato dalle guardie. Le quali domandarono a X, fra l’altro, perché si trovasse proprio in quel punto della città. X spiegò che, dopo aver girovagato molto e senza un fisso itinerario, era in quel punto che si era trovato, proprio in quel punto così senza ragione. Le guardie si accontentarono della spiegazione, come parve a X, ma poi domandarono a Y la stessa cosa. E Y disse che abitando in campagna aveva l’abitudine, quando poteva e con la sua bicicletta, di fare delle corse verso la città.
…..Le guardie allora si guardarono con espressione. Domandarono come si erano conosciuti, X e Y. X e Y risposero quasi in coro la naturale cosa: trovandosi insieme sullo stesso metro quadrato di globo, si erano prima parlati a proposito del tempo, poi dell’autobus che passava loro vicino, eccetera, eccetera. Avevano così fatto un poco di amicizia e, parole su parole, era venuta quell’ora.
…..Ma a questo punto le guardie persero la pazienza. E il loro capo disse: «Sentite, signor X, a chi volete dare da bere che dalla vostra casa di via Mazzini, girovagando e girovagando siete capitato qui, e proprio qui a cinque chilometri e più di strada? E a chi volete dar a intendere che proprio qui, e per caso, avete incontrato Y che viene dalla campagna e con la bicicletta per caso, anche per puro caso, proprio qui si ferma?»
…..Rispose X: «Ma vi assicuro, signora guardia, che è la pura verità. Potevo capitare in qualsiasi altro posto. E anche Y poteva capitare, come credo, in un altro posto qualsiasi. Solo, allora, non ci saremmo conosciuti. Anzi, non avremmo nemmeno incontrato voi guardie. Io avrei incontrato un’altra persona, Y un’altra, o forse nessuno, se voleva, nessuno.»
…..Ma, com’è facile immaginare, una tale spiegazione parve infantile a tutte le guardie e specialmente al loro capo che infuriò: «Signor X, ma per chi mi avete preso? Ma se voi stesso mi state dando la conferma delle vostre bugie! Ma come: voi andate girando per tanti chilometri e vi ritrovate in questo, in questo punto; Y viene dal lato opposto e si trova in questo, in questo punto. Voi non vi conoscevate e fate la conoscenza, voi due fra milioni di persone, proprio voi due, e dove? In questo punto! Signor X, non dico che questo sia un assassinio, ma vi porterò in cella tutti e due per punirvi delle vostre bugie.»
…..E il giorno dopo, nella sua cella, e già sapendo che la sera stessa sarebbe stato messo il libertà, il signor X pensava languidamente alla bellezza di quell’avventura. Soltanto, nemmeno lui sapeva perdonarsi quelle assurde bugie. Sentiva bene, adesso, come si fosse diretto tutto il giorno verso quell’incontro. Rivedeva, del resto, Y approdare dolcemente verso di lui con la sua bicicletta fino al palo dei fili elettrici, dove anche lui si era fermato. La campagna era bellissima da quel punto e l’ora del crepuscolo era senza dubbio quella fissata.

© Sandro Penna, Un piccolo fatto di cronaca, in Cose comuni e straordinarie, a c. di Elio Pecora, Genova, Edizioni San Marco dei Giustiniani, 2002. Il racconto proposto è datato «7 aprile ’41-v.Brescia ore 1-1,30 (0-mezza), pubblicato su un quotidiano non identificato nel 44/45» [nota del curatore].