Mese: marzo 2016

proSabato: Giorgio Caproni, Una spallata al re

dal sito di Rai Letteratura

dal sito di Rai Letteratura

Una spallata al re

Agostino era entrato nel deposito dei trams per iniziare il suo turno alle cinque pomeridiane e i due guardiani che, sul predellino d’una vettura, vociavano nella profonda luce appesantita dall’odore di ferro riscaldato e di calda polvere impastata d’olio nero, nemmeno si accorsero di lui. Se ne accorse il cane il quale, uscito all’improvviso dal sonno, gli corse incontro ancora un poco barcollante per la brusca sveglia e tuttavia mosso da quella spinta di cui si animano i cani fiutando una persona attesa. Ma nemmeno ai latrati di giubilo del cane i due operai uscirono dal chiuso del loro discorso: avevano tutta la voce tesa ed è naturale che un uomo penetrato profondamente in una discussione, non possa uscirne di un tratto come un cane dal sonno. Agostino questo lo capiva e non si meravigliava perciò di non essere veduto, nemmeno da quello cui doveva dare il cambio: si meravigliò piuttosto di tutte le parole tese dei due guardiani, le quali penetrando in lui ora che si era fermato ad aspettar la fine del discorso teneva intanto fra le ginocchia la testa del cane, un poco curvo ad accarezzarla ma già con tutta attenzione altrove) toccavano in lui un punto che ora, mentre quelle cose erano dette in tal modo, come poteva non interessarlo più? Erano come tante spinte troppo sgarbate sul suo petto e fu lui alfine a imporre con la voce la sua presenza: «Al re non si deve mancare di rispetto», disse. «Voi parlate di un re come parlereste di uno di noi, di un guardiano». Aveva allontanato con una ginocchiata il cane che ancora tentava di penetrare nella sua attenzione, e mentre i due lo guardavano con occhi pieni di meraviglia aggiunse: «Noi siamo un popolo troppo ignorante, tutto il nostro male è qui. Noi non rispettiamo nemmeno il nome del Re: e come volete poi che ci rispettino gli altri?».
«Ti ha insegnato a dire così il colonnello?», gli rispose allora, dopo un poco di sospensione e con una voce esageratamente dolce, colui cui doveva dare il cambio. «Ti ha insegnato questo bel pensierino il colonnello quando eri carabiniere?». Senonché l’altro, quello che fino al quel punto aveva governato il discorso, volle subito intervenire a spegnere quella miccia fuori luogo: «Ora se parli così sei davvero un ignorante come dice Agostino», disse all’altro senza tuttavia mettere alcuna punta offensiva nelle sue parole. «Tu non devi offendere Agostino e nemmeno i carabinieri che ci sono per il nostro bene, anche i colonnelli. Agostino dice così perché è abituato alla disciplina dell’Arma, ma lo sa anche lui, ora, cosa vuol dire re e votare contro il re. Non è così, Agostino?». Agostino non lo sapeva se fosse o non fosse così. (altro…)

Helene Paraskeva, L’odor del gelsomino egeo

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Helene Paraskeva, L’odore del gelsomino egeo. Poesie, La Vita Felice 2014. Prefazione di Plinio Perilli. Postfazione di Annamaria Ferramosca

«E l’unica speranza / il rapace che attorno vira, vibra, libra / affamato, prepotente / e scarno». Sono versi tratti da L’odore del gelsomino selvatico di Helene Paraskeva e ne indicano in modo chiaro alcune peculiarità: il respiro ampio a dispetto della brevità della misura scelta; il lavoro di montaggio e smontaggio con le parole, con coppie o triadi di termini attigui e differenziati per aggiunta o scarto di lettera, cambio di iniziale; il procedimento, che attraversa e supera il divertissement, rivelando l’intenzione pro-vocatoria (si chiama avanti, si sfida, si e-sorta vivamente alla riflessione). E ancora: il filo conduttore del viaggio (nel caso dei versi menzionati il tema è già rivelato dal titolo del componimento, Viaggio in automobile); lo scenario naturale preso, traslato e non di rado trasformato ad arte.
L’odore del gelsomino egeo si mescola ad altri odori in un itinerario che attraversa mondi diversi eppure accomunati dalla curiosità e dalla creatività di Helene che fa incontrare miti della sua terra natia e personaggi a lei familiari dalla frequentazione di lunga data con la letteratura di lingua inglese. È bosco straniato, ancor più che incantato, è piazza metropolitana, è interno, luogo di riti sociali smascherati come asfittici e ipocriti, è giardino domestico, è macchia mediterranea, è giungla preromantica allestita per l’incontro con «la lungimirante belva», la tigre di Blake, è, ancora, la selva bizzarra di incontri del paese delle meraviglie di Lewis Carroll.
Annusiamo allora quegli odori, gelsomino, origano ed incenso, candele e parate, sacro e sociale; esploriamo quei luoghi che ci sorridono ora miti ora scientemente stralunati ora palesemente beffardi: «Brucia l’origano, brucia l’incenso, / bruciano le candele, le parate, / i panegirici e le finte feste. // Indosseremo del Centauro Nesso la camicia / che, insieme al resto, l’acuta fitta cauterizza. / Sì, cauterizza.»
Il nostos – molto di più di un tema, qui, è un personaggio di primo piano – è ripreso e talvolta persino strattonato, così che perfino la nostalgia ha odore, sapore, connotazione introvabili altrove: «Non lo cercare / il mondo che tu conoscevi, non c’è più, / Ti sfugge, corre, scorre, / vola via, evapora. / Né quella vecchia / divisione regge più, / sembra un’idea romantica.». Eppure, non si depone del tutto la speranza e il ritorno si palesa per ciò che appare più caro e familiare e prezioso a colei che scrive, il racconto, memoria e affabulazione, memoria e trasmissione di affabulazioni: «Pensa alle storie incantate / che ascoltavi con piacere, / nereidi, fauni e mostri antropofagi. / Pensa alle principesse, alle festose lavandaie, / ai principi guerrieri / e ai titanici serpenti che / divenivano divini fiumi. // E torna a raccontare!» (altro…)

Oswaldo Reynoso, Niente miracoli a ottobre

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Oswaldo Reynoso, Niente miracoli a ottobre, Edizioni Sur, 2015 (trad. di Federica Niola), € 16,00, ebook € 9,99

di Martina Mantovan

 

Tra le strade di Lima viene messa in scena la caleidoscopica commedia umana di un corpo sociale in trasformazione, diviso e ferito dalle marcate iniquità di ceto e da un inurbamento massiccio e dissociato da un parallelo processo di industrializzazione. Nella Lima degli anni Sessanta non c’è spazio per gli ultimi: l’ingranaggio sociale si alimenta delle miserie quotidiane, del sangue e del sudore dei sommersi che cercano di farsi salvati, di tenere alta la testa per non affogare in un mare di ingiustizia e folla.

E il cielo color cenere brucia lentamente, e diventa arancione, sopra le case vecchie e grigie al centro di Lima. A occidente si annuncia l’ora delle streghe. I volti bruni diventano color mattone scuro e quelli pallidi acquisiscono una magica tonalità rosata. E nella via stretta, fra i muri delle case, la folla neroviola avanza come un’onda, ritmica, spingendo, pregando, ammassandosi.

Nel giorno della processione del Signore dei miracoli, patrono del Perù, l’autore ci invita ad immergerci nelle vite di una famiglia, nella sua tragedia casalinga; nei piccoli grandi drammi personali, nelle fatiche e preoccupazioni, negli orgogli e nelle modeste meschinità: Don Lucho, padre e impiegato di banca, si oppone alle conseguenze di uno sfratto che reputa declassante, terrorizzato all’idea di veder scivolare la propria dignità tra la melma delle barriadas di periferia. I capitoli scandiscono le dodici ore entro cui si svolgono gli avvenimenti: la frenetica corsa di Don Lucho; la preghiera della madre, angelo del focolare e di un’economia domestica divenuta sistematica lotta per la sopravvivenza; le miopi illusioni della figlia Bety circa la possibilità di una scalata sociale attraverso il proprio corpo; l’insofferenza e imminente deflagrazione di un figlio in cerca di riscatto attraverso un senso indefinito di rivolta. (altro…)

Altri dischi #2: Slint, Spiderland

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Slint

Spiderland

Touch and Go, 1991

 

Tre armonici, una pausa e due terzine. Non potrebbe iniziare in modo più semplice uno dei dischi più rivoluzionari nella storia della musica rock, timido e inconsapevole artefice del cosiddetto fenomeno del post-rock e di tanta musica a venire. Originari di Louisville, il chitarrista e cantante Brian McMahan e il batterista Britt Walford si erano già fatti notare con gli Squirrel Bait, gruppo hardcore punk dal sound rabbioso e senza compromessi, ma fu quando ai due si unirono il chitarrista David Pajo e il bassista Ethan Buckler che il corso della Storia cambiò per sempre. Pubblicato nel 1989, Tweez è qualcosa di totalmente nuovo e rivoluzionario, un agglomerato di suoni caotici ed eterei, densi e metafisici, schegge impazzite all’insegna di una godereccia e dissoluta anarchia, ma anche governate da una logica austera, come se la band si divertisse a giocare con le aspettative dell’ascoltatore, sovvertendole scientificamente. La direzione è incerta, tutto viene messo in discussione in questi nove meravigliosi frammenti suonati in piena libertà. Lo scioglimento della band subito dopo la pubblicazione dell’album sembra già decretare Tweez a episodio isolato e irripetibile, e gli Slint a breve (e meravigliosa) parentesi. Nessuno poteva immaginare ciò che sarebbe uscito due anni dopo dalla loro (breve) reunion. Registrato con Todd Brashear al posto di Buckler, Spiderland è indubbiamente figlio di quell’album, ma elevato a livelli sublimi. Ancora più astratto e sfuggevole, l’album raggiunge vette di originalità trascendente, sorretta da un’ispirazione così autentica e cristallina che un paragone con i King Crimson più sperimentali non suonerebbe affatto esagerato. Non si può catalogare la musica di questi sei componimenti, ci si può soltanto abbandonare all’espressione beffarda dei quattro musicisti ritratta sulla copertina ed entrare in un labirinto nero in cui ci si perde e si ritrova la strada di continuo, ma senza mai raggiungere la meta. I suoni sono glaciali e pungenti, sanno ammaliare ed estasiare con semplicità e disinvoltura, le stesse qualità con cui, un attimo dopo, sanno esplodere e travolgere tutto.
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Davide Valecchi, Inediti 2011-2016

lost_words foto di Davide Valecchi

lost_words foto di Davide Valecchi

Non erano in piedi neanche le pareti
quando sono finiti i soldi
e nel giro di qualche anno
tutti i discorsi sulla solidità del cemento armato
si sono sciolti come l’anima cattiva del ferro
venuta fuori in macchie rossastre
fin dalla prima pioggia.

Qualcuno è riuscito comunque a finirla
ma credo sia superfluo dire
che non siamo stati noi
anche se passandoci accanto
ogni volta abbiamo guardato
attraverso i rettangoli di vuoto
tra le colonne portanti.

*

Il ronzio della cabina elettrica
ai piedi dello sterrato
arriva come un presagio del freddo
quando le macchine non ce la fanno
e bisogna lasciarle in fondo
per risalire a piedi.

Di solito siamo alla fine dell’estate
e accolgo il contrattempo
per fissare lo sguardo sulla ghiaia,
dove si trovano a volte
monete incrostate di terra,
pezzi di filo bicolore
o certi piccoli dischi di plastica rossa
che se lanciati in aria seguono il vento:
a monte alcune case non sono ancora finite.

*

Ce ne vorrebbe di tempo
per tirare fuori i nomi
dal mucchio di oggetti da macero
cresciuto dietro la casa.

Anche il periodo dell’anno finisce per contare
insieme all’ora del giorno,
alla lunghezza delle ombre,
ai piani di esistenza
e ai tappini di latta dei succhi di frutta
ritrovati nell’erba.

Ma è il nome del riflesso
che cambia di continuo
e sotto tutto il resto a ruota. (altro…)

#Unafraselungaunlibro: i primi 50 numeri

Amsterdam - foto di Anna Toscano

Amsterdam – foto di Anna Toscano

Una frase lunga un libro è arrivata alla cinquantesima puntata, questo post che riepiloga tutti i numeri è per festeggiare e ringraziare i lettori, gli scrittori, i traduttori e gli editori. Grazie, vi aspetto per il numero 51, tra una settimana.
Gianni Montieri

*

n. 1  Silvina Ocampo, La promessa

n. 2 John Williams, Stoner

n. 3 Bernard Malamud, L’uomo di Kiev

n. 4 Iosif Brodskij, Fondamenta degli incurabili

n. 5 Joyce Carol Oates, Sulla boxe

n. 6 Robert McLiam Wilson, Eureka Street

n. 7 Robert Seethaler, Una vita intera

n. 8 Massimo Zamboni, L’eco di uno sparo

n. 9 Josephine W. Johnson, Il viaggiatore oscuro

n. 10 Mario Benedetti, Grazie per il fuoco

n. 11 Emma Reyes, Non sapevamo giocare a niente

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Calibro Festival 2016

calibro

 

 

calibro 2

Da giovedì 31 marzo a domenica 3 aprile 2016 torna CaLibro
Festival di letture a Città di Castello

La quarta edizione di CaLibro è ormai alle porte: il Festival di letture, organizzato dall’Associazione culturale “Il Fondino”, grazie anche al sostegno e al patrocinio del Comune di Città di Castello e della Regione Umbria, sarà caratterizzato dalla presenza di ospiti prestigiosi e iniziative coinvolgenti che interesseranno un vasto pubblico: dai più piccoli ai più grandi, dagli appassionati di narrativa e di poesia, a quelli di ciclismo, spaziando dalla musica all’arte grafica. Il tutto tenendo sempre come punto di riferimento centrale i libri e la letteratura. Gli eventi, come sempre, si svolgeranno nei luoghi più caratteristici e suggestivi del centro storico della città.
Il 31 marzo si inizierà con l’evento “Il fantasma e la bussola”, che vedrà ospite il vincitore del Prix Goncourt 2015, il più importante premio letterario in Francia, Mathias Énard, col suo romanzo “Bussole” (in Italia uscirà a settembre per E/O e a CaLibro ne saranno letti alcuni estratti in anteprima), che l’ha portato sotto i riflettori della stampa e della critica mondiale.
Lo scrittore francese è già uscito in Italia con Zona (Rizzoli e BUR, 2008), Parlami di battaglie, di re e di elefanti (Rizzoli, 2010), Via dei ladri (Rizzoli 2012). Insieme a lui, in uno dei due atti della serata, Filippo Tuena col suo Memoriali sul caso Schumann (Il Saggiatore, 2015), romanzo sugli ultimi scampoli di vita del grande compositore Robert Schumann e dei fantasmi che vedeva quando venne colto da follia.
Il 1° aprile sarà al centro l’epica letteraria del ciclismo con l’evento ll Cannibale e il Pirata. Storie, eroi e libri di ciclismo, un incontro con i giornalisti e scrittori Claudio Gregori (Eddie Merckx, il Figlio del tuono, 66thand2nd) e Marco Pastonesi (Pantani era un dio, 66thand2nd) che parleranno, intervistati da un gruppo di appassionati, dei protagonisti dei loro libri e delle grandi storie del ciclismo. (altro…)

I me medesimi n. 20: Nando

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I me medesimi n. 20: Nando

Dormì in auto con la radio accesa. Alla mattina si svegliò in mezzo al traffico, la batteria era esaurita e lui decise di bruciare i propri documenti. Era pulito adesso. Non c’erano più macerie nel suo spirito. La polvere soffiata via dalla brezza notturna. Nessun sintomo di tristezza ad appesantirgli i movimenti delle mani. Era pronto ad ammazzarsi. Adesso sì.

Adesso non era neanche più un pensiero. Non era un chiodo fisso né un’idea intermittente. Adesso quello di ammazzarsi era un proposito certo. Certo come la certezza che si metteranno le calze prima delle scarpe o che si aprirà l’ombrello in caso di pioggia. Un movimento stabilito, un gesto preciso, familiare. Come aprire il cartone del latte o preparare il caffè. Come alzarsi alla mattina.

Uscì dall’auto e si stirò. Considerò quanto fosse bella quella giornata di sole. Le altre auto gli passavano di fianco e la gente che camminava sul marciapiedi non lo guardava. Lui sorrise con la bocca aperta, mentre sbadigliava. Si passò la mano fra i capelli e infilò la giacca. Chiuse l’auto e andò a pigliare un caffè con lo stesso spirito con cui si fanno le cose nei giorni di vacanza.

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Una frase lunga un libro #50: Roberto Bolaño, Notturno cileno

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Una frase lunga un libro #50: Roberto Bolaño, Notturno cileno, Adelphi, 2016, € 15,00, ebook € 7,99; trad. di Ilide Carmignani

Ora muoio, ma ho ancora molte cose da dire. Ero in pace con me stesso. Muto e in pace. Ma all’improvviso le cose sono emerse. La colpa è di quel gioco invecchiato. Io ero in pace. Ora non sono più in pace. Bisogna chiarire certi punti. Quindi mi appoggerò su un gomito e solleverò la testa, la mia nobile testa tremante, e cercherò nell’angolo dei ricordi quelle azioni che mi giustificano e perciò smentiscono le infamie che il giovane invecchiato ha sparso in giro a mio discredito in una sola notte fulminea. A mio presunto discredito. Bisogna essere responsabili. È tutta la vita che lo dico.

Il numero cinquanta di Una frase lunga un libro non poteva che essere Notturno cileno di Roberto Bolaño, per due motivi; il primo è che un numero così alto per una rubrica di recensioni richiede un festeggiamento, richiede un libro e uno scrittore superiori alla media. Il secondo è paradossale e splendido. Come sapete, la rubrica, molto semplicemente, parte da una frase che rappresenti il cuore di un libro o che consenta di individuare un punto di partenza di un romanzo. Roberto Bolaño, maestro di molte cose e anche di paradossi, di enigmi, di ribaltamenti di prospettiva, con Notturno cileno (uscito per la prima volta in Spagna, nel 2000) scrive un romanzo che ha un ritmo così serrato (non ci sono nemmeno i capitoli) che impedisce le pause e che pare reggersi su un’unica lunghissima frase. Eccolo, il mio amato Bolaño arriva e mi risolve e spiega l’idea della rubrica. Il brano che ho scelto è – inevitabilmente – l’incipit, fatevelo bastare, non potevo ricopiarvi il libro, ma quando arriveremo in fondo pochi di voi non si precipiteranno fuori a comprarlo; come il protagonista di Ninna nanna di Palahniuk (Mondadori, 2005, trad. di M. Colombo) si precipitava fuori di casa per comprare le patatine al formaggio dopo averne visto la pubblicità.

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Bolaño sceglie un uomo per protagonista, un uomo che è molte cose, a cominciare dal nome, ne ha due. Quello vero, quello dell’uomo di chiesa, Sebastián Urrutia Lacroix, e quello da poeta e critico letterario, nome d’arte, quindi, Ibacache. Padre Ibacache, gioca Bolaño. Un uomo di potere, almeno in apparenza, un uomo che ha potuto decidere e incidere vestito con l’abito talare, e un uomo che ha potuto attraverso la critica letteraria cambiare o non cambiare le sorti di questo o quel poeta, benedire o maledire una prosa o uno scrittore. Gioca Bolaño, lo ha sempre fatto, in tutti i suoi romanzi, mappe che conducono dentro altre mappe, isole trovate e perdute, personaggi che si rincorrono da un racconto a un romanzo; il gioco qui è tutto in una notte, dove contano il delirio di chi sta arrivando alla fine dei suoi giorni e la memoria che ordina e disordina i pensieri come avviene soltanto nei sogni.

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L’epifania dell’orrore. Novelle gotiche italiane

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L’epifania dell’orrore. Novelle gotiche italiane, a cura di Giuseppe Ceddia, Stilo Editrice, 2015, € 14,00

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Signori, entrate, qui dentro c’è un mondo che non conosciamo, o che non conosciamo abbastanza. Un mondo di cui abbiamo sfiorato la superficie con gli occhi, qualche volta soltanto. Un mondo dove il buio, l’orrore, la fantasia, il mistero e il divertimento, sì pure quello, dominano sovrani. Un mondo che è fantastico, che è quello del fantastico. Un mondo in cui perdersi, in cui la letteratura ci fa compiere quel viaggio verso luoghi sconosciuti e immaginari, come quelli del fiabe, del magico e del perduto. Luoghi in cui si uccide e si ama, dove il sortilegio e la sventura sono compagni della misericordia, fratelli della paura e della miseria. Signori, benvenuti nel regno del gotico, accomodatevi in queste novelle scritte in tempi lontani ma non lontanissimi, novelle gotiche italiane, qui molto ben raccolte e presentate da Giuseppe Ceddia.
Ceddia è dottorando in Italianistica all’Università degli studi di Bari e, tra le molte altre cose, si occupa della ricerca degli elementi “gotici” dal Romanticismo in poi. Questione che mi incuriosisce molto, come tutte le faccende letterarie che sono lontane dalle mie letture abituali. Ceddia introduce le novelle, con un ricchissimo  e coltissimo saggio, parliamo di dieci racconti e dieci autori «considerati erroneamente minori», invece molto importanti se si vuol leggere il gotico italiano, se si ha voglia di avvicinarsi a un modo diverso di raccontare, spiegando proprio il senso di quella parola che ho usato più sopra, la parola fantastico. Quella parola vista sotto nuova luce dopo la definizione che ne darà Tzvetan Todorov nel suo La letteratura fantastica. Per spiegarmi meglio cito proprio Ceddia: «E allora, cos’è il fantastico per lo studioso? È l’incertezza, il dubbio. In sostanza, quando il lettore si chiede cosa il narratore stia raccontando, prende vita il concetto di fantastico. Insomma, è l’esitazione la quintessenza del processo che definisce una narrazione ‘fantastica’». Quindi, non propriamente la narrazione di tipo non realistico.  Questo è molto interessante, così come lo sono questi dieci racconti, prendiamo due incipit:

Da Margherita di Cesare Balbo (1829)

Ei non ha cosa di che io cerchi più correggere, come delle sciocche paure e superstizioni che quasi tutti mi vengono arrecando alla casa paterna. Delle quali, ogni volta che io volli chiedere ragione agl’ignoranti genitori, il più sovente trovai che non davano credenza essi medesimi a quelle befane, a quegli uomini, o lupi neri, a quegli spiriti, di che andavano spaventando i paurosi monelli. Ma dicono non potersi educare bambini, né far loro fare ciò che si vuole, o trattenerli da ciò che non si vuole senza queste paure.

Da L’ombra del Sire di Narbona di Emma Perodi (1893)

La terza festa di Natale la neve era cessata e il vento erasi calmato come per incanto. Nonostante, anche in quel giorno, dopo desinare nessuno uscì dal podere del Marcucci, perché gli uomini stessi rammentavano di aver provato grandissimo diletto a udir dalla bocca della Regina quelle novelle con cui ella aveva allietata la loro infanzia, e che avevano il vago presentimento di sentir raccontare per l’ultima volta. La vecchia massaia, dopo la morte del marito, col quale aveva diviso in pace gioie e dolori per quarant’anni, era ridotta uno spettro e aveva, come si suol dire, un piede nella fossa. I figli che non l’avevano lasciata mai, non s’erano accorti del suo deperimento, avendola sempre sott’occhio; ma lo avevano notato dacché Cecco era tornato a casa e non aveva fatto altro che domandare se la mamma era stata ammalata. Allora anch’essi avevano aperto gli occhi, e il timore di perderla presto s’era insinuato nell’animo di que’ figli affezionati.

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Ritratto di anziana. “Ruggine”, di Anna Luisa Pignatelli

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Chi l’incrociava per strada senza conoscerla pensava che fosse una vecchia strana perché, ridotta com’era, si metteva ancora sulle unghie lo smalto viola. Qualcuno prendeva quelle unghie laccate come un segno evidente di ricchezze nascoste, di propensione alla seduzione e perfino alla magia nera.
Alcuni, pochi, vedendola procedere nei vicoli curva e con passo incerto, appoggiata al bastone, ne intuivano dallo sguardo schivo l’indole solitaria e dalla schiena piegata in avanti la presenza di un peso nell’anima, di un segreto che sembrava schiacciarla.
Quelli che avevano sentito parlare di lei conoscevano quale fosse il segreto di quella vedova: aveva avuto una relazione col proprio figlio e non sembrava serbarne memoria, come se quanto successo non avesse su di lei lasciato traccia.

Così si chiude il primo capitolo di un breve libro che sembra quasi dimenticare di essere una storia, diventando il ritratto di un’anziana donna di provincia che tutti chiamano “Ruggine” per il sodalizio con l’ex-randagio gatto Ferro. Un libro particolare, capace di presentare gli eventi più sordidi – l’incesto, il raggiro, l’aggressione – con la più aggraziata delle narrazioni e insistere sui dettagli più comuni – la solitudine, la vecchiaia, l’attesa della morte – per quelli che effettivamente sono: la più brutale delle violenze cui è sottomesso l’essere umano.
Ruggine è una donna anziana, vedova di un amore chiamato per cognome (“il Neri”) il cui figlio, che ha abusato di lei, è ora in una casa famiglia. Al sicuro dalla madre, pensano i suoi compaesani, che si divertono a spiarla dagli scuri delle finestre chiedendosi quando la morte, che prende la gente dai vicoli a due a due, prenderà anche lei.
Fino all’ultima pagina, e non come se si dovesse sbrigare una pratica preliminare, il ritratto di Ruggine è reso vivo dalle sue abitudini quotidiane, dai suoi acciacchi diurni, dal tono di viola che le dà la tinta ai capelli: Ruggine ingaggia battaglia ogni mattina per alzarsi dal letto, tiene il conto delle sue frequentazioni dai negozianti che la pensione del defunto Neri le permette di incontrare, trova una direzione alla sua giornata nel poter scambiare una chiacchiera con il salumiere a proposito del tempo. I suoi momenti più vitali sono quelli scambiati con il gatto Ferro, che non ha voluto castrare per permettergli di condurre quella vita di lotte e amorazzi che fa da contraltare non solo alla sua esistenza ma a quella delle anime grette e imbruttite del suo paese. (altro…)

Fabio Franzin, Corpo dea realtà (tre poesie)

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Poesie estratte da Corpo dea realtà, Culturaglobale, Cormons, Gorizia, 2016

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