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Sono-innamorata-di-Pippa-Bacca-chiedimi-perche_referencePenso che abbia ancora senso ri-parlare oggi della morte di Giuseppina Pasqualino di Marineo, meglio conosciuta come Pippa Bacca, l’artista milanese violentata e uccisa il 31 marzo del 2008 durante una performance. È importante ricordare quei fatti, a otto anni di distanza, perché, alla luce di una dolorosa attualità, emerge il dubbio che il dibattito aperto nei giorni successivi al ritrovamento del suo cadavere possa aver rappresentato il prodromo, oserei dire linguistico, di una pratica mediatica,  via via consolidata, dell’accogliere certi eventi drammatici secondo un’etica di tutela sociale ai limiti del tribale. Mi riferisco a Valeria Solesin o Giulio Regeni o a casi simili, là dove il contorno mediatico si è sovrapposto al contorno reale. In tutti questi casi e altri simili, in carenza spesso non casuale di un dibattito sull’intero contesto, la lettura mediatica e pubblica si è concentrata sulla vittima e la sua predestinazione più che sul carnefice e i moventi (diretti o indiretti che fossero) che hanno causato quelle morti “evitabili”, perché culturalmente e socialmente prevedibili. Il cadavere dell’artista milanese, partita l’8 marzo del 2008 con un’altra compagna per un percorso in autostop che le avrebbe portate da Milano fino a Damasco vestite da sposa, verrà ritrovato 15 giorni dopo. Nei giorni successivi, sui quotidiani, social network (Facebook era agli esordi in Italia), blog, il dibattito si concentrò sulla prevedibilità di un esito di per sé evitabile alle origini e quindi “fastidioso” per una società che si è ritrovata a mobilitarsi per risolvere un inutile problema. L’essere “femmina” e l’essenza “femminile” del progetto stesso non potevano concedere molti alibi a chi “poteva rimanersene a casa sua“.
Il libro di Giulia Morello, Sono innamorata di Pippa Bacca. Chiedimi perchépubblicato per le edizioni Castelvecchi, si pone proprio come obiettivo l’azzeramento del “surplus mediatico”, ripartendo dalle fonti più dirette: familiari, amici, critici, curatori e collaboratori per restituire dignità al percorso di una donna, che non si può che definire come “vita” nelle sue esperienze, scelte, dinamiche, incontri, contraddizioni e coerenze e che non aveva ragione di chiudersi entro i limiti di una paura socialmente e culturalmente concordata. Chiariamoci, la storia raccontata da Giulia Morello non è assolutamente una storia di coraggio, ma di coerenza. L’autrice, attraverso una tecnica che in quanto regista di documentari le è cara, lavora sulle origini dell’artista-persona: raccoglie testimonianze, documenti e indizi, fino a compiere lo stesso percorso in autostop. Tutto ciò non al fine di giustificare e redimere, ma per restituire dignità a quel percorso “umano” ripulendolo da quell’idea di hybris con cui “tribalmente” era stato rivestito l’atto disubbidiente di Pippa Bacca artista e persona e di conseguenza il suo contorno famigliare, amicale e professionale che non era stato in grado di “proteggerla“. Il libro racconta una storia umana conclusa in maniera violenta, non per predestinazione, ma solo per tragica casualità e vuole annullare le giustificazioni consolatorie e assolutorie di una società che si tutela attraverso le prevedibili paure verso se stessa e non, come diceva Pippa Bacca prima di partire, verso il “freddo e le bestie feroci”.

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