Giorno: 30 marzo 2016

Passaggi

Sono-innamorata-di-Pippa-Bacca-chiedimi-perche_referencePenso che abbia ancora senso ri-parlare oggi della morte di Giuseppina Pasqualino di Marineo, meglio conosciuta come Pippa Bacca, l’artista milanese violentata e uccisa il 31 marzo del 2008 durante una performance. È importante ricordare quei fatti, a otto anni di distanza, perché, alla luce di una dolorosa attualità, emerge il dubbio che il dibattito aperto nei giorni successivi al ritrovamento del suo cadavere possa aver rappresentato il prodromo, oserei dire linguistico, di una pratica mediatica,  via via consolidata, dell’accogliere certi eventi drammatici secondo un’etica di tutela sociale ai limiti del tribale. Mi riferisco a Valeria Solesin o Giulio Regeni o a casi simili, là dove il contorno mediatico si è sovrapposto al contorno reale. In tutti questi casi e altri simili, in carenza spesso non casuale di un dibattito sull’intero contesto, la lettura mediatica e pubblica si è concentrata sulla vittima e la sua predestinazione più che sul carnefice e i moventi (diretti o indiretti che fossero) che hanno causato quelle morti “evitabili”, perché culturalmente e socialmente prevedibili. Il cadavere dell’artista milanese, partita l’8 marzo del 2008 con un’altra compagna per un percorso in autostop che le avrebbe portate da Milano fino a Damasco vestite da sposa, verrà ritrovato 15 giorni dopo. Nei giorni successivi, sui quotidiani, social network (Facebook era agli esordi in Italia), blog, il dibattito si concentrò sulla prevedibilità di un esito di per sé evitabile alle origini e quindi “fastidioso” per una società che si è ritrovata a mobilitarsi per risolvere un inutile problema. L’essere “femmina” e l’essenza “femminile” del progetto stesso non potevano concedere molti alibi a chi “poteva rimanersene a casa sua“. (altro…)

I me medesimi 21: Chiara

Parigi, museo Rodin, foto gm

Parigi, museo Rodin, foto gm

Di lei ho saputo poco. Solo che si chiamava Chiara. Ci siamo incontrati una sera a un concerto. La calca della gente aveva sfregato i nostri corpi uno contro l’altro. Quando l’ho guardata in faccia mi ha sorriso. Tutto il viso le si illuminava quando sorrideva. Alla fine del concerto mi ha chiesto: tu cosa fai nella vita? Risposi: la prossima volta che ci vediamo te lo racconto. Ma io abito in un’altra città, replicò lei. Poi mi scrisse il suo numero di telefono sul braccio e se ne andò fra la folla.
Ci scrivemmo dei messaggi. Mi fece sapere che nel fine settimana sarebbe stata di nuovo dalle mie parti. Cercammo di combinare un incontro, lei mi sistemò nell’ultima mezz’ora prima di prendere il treno. Appuntamento alla stazione. Arrivai in ritardo di un quarto d’ora. Mi rimproverò ironica: ormai puoi giusto accompagnarmi al binario. Io balbettai qualche scusa e salimmo su di una scala mobile continuando a guardarci. Improvvisamente non mi veniva più in mente niente da dire. Restavo lì a guardarla sorridere, con tutto il viso che si illuminava.
Allora lei chiese: tu cosa fai nella vita? Voleva proprio sapere quella cosa lì, come l’altra volta. Sentii l’obiettivo di una cinepresa che si chiudeva su di noi. Mi parve che qualcosa nella luce scurisse. Iniziai schernendomi, poi, visto che tanto ero senza risorse, glielo dissi annoiandomi al suono delle parole che stavo pronunciando. Poi le chiesi: e tu? Non ricordo cosa rispose.
Ci trovammo di nuovo zitti, ormai davanti al vagone. Ancora non trovavo nulla da dire. Lei mi guardava sempre con quel sorriso ipnotico e gli occhi che pulsavano. Non so come mi venne l’idea di baciarla, ma così feci. Lei indietreggiò ridendo. Sei troppo in ritardo per baciarmi, disse sempre ridendo e salì sul treno. Io restai a guardarla attraverso il finestrino, lei si sedette e riprese a guardarmi come prima: luminosa e felina.
Il treno partì. Più tardi le scrissi di scusare la mia iniziativa e lei rispose che mi avrebbe rivisto volentieri. Pensai che niente era perduto ma la sera stessa andai a cena da amici e conobbi un’altra ragazza che mi diede un appuntamento per il sabato successivo. La settimana ricominciò, il giorno dopo, con un messaggio di Chiara al quale non trovai niente da rispondere. Non risposi e non ci furono più altri messaggi.
Qualche mese dopo, faceva già freddo, camminavo per un viottolo del centro nel silenzio del crepuscolo. Da metà della via mi accorsi che in fondo c’era una persona ferma in piedi. Niente di strano, tranne qualcosa di luminescente che avvolgeva la figura. Doveva avere una giacca bianca. Mentre mi avvicinavo la persona appariva e spariva dietro l’angolo in fondo alla strada. Dondola sui piedi, pensai. Una volta sull’angolo non la vidi più, poi mi sbatté addosso come mossa dalla forza precisa di un pendolo. Mi trovai con il viso di Chiara a una spanna dal mio.
Ci misi un attimo a realizzare. Lei mi guardava in silenzio, sempre luminosa, ma senza sorridere. Perché non hai risposto al messaggio? Mi disse con un tono incalzante. Ma tu che ci fai qui? replicai io. Non capivo come poteva realmente essere lì ad aspettarmi visto che non sapeva niente di me. Perché non hai risposto al messaggio? Ripeté e fece un passo verso di me. Indietreggiai. Sbattei gli occhi ma non riuscivo a sfuggire a quella luminosità. In quel preciso momento il mio cuore si smarrì, mi sembrò di scivolare.
Perché non hai risposto al messaggio? Sentii ripetere un’altra volta mentre il mio piede inciampava in una grata di ferro e mi faceva cadere all’indietro nella penombra di un androne. Sentii un forte gracchiare, come il grido di un uccello notturno, prima di atterrare su di una spalla. Alzai lo sguardo in una frazione di secondo, il tempo di riprendermi dalla sorpresa, e mi trovai a fissare la lampada arancione di un lampione. Signore, tutto bene? Accorse il custode dello stabile e mi aiutò a rimettermi in piedi. Cercavo con gli occhi intorno ma la strada era ormai deserta.
Passarono altri giorni, al messaggio non risposi più.

© Paolo Triulzi

sito dell’autore: PaoloTriulzi

Una frase lunga un libro #51: Rita Indiana, I gatti non hanno nome

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Una frase lunga un libro #51: Rita Indiana, I gatti non hanno nome, NN editore 2016,  € 16,00, ebook € 7,99; traduzione di Vittoria Martinetto

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È un mese che vado avanti così. Tutti i giorni, dopo aver chiuso la clinica, mi dirigo verso casa accumulando nomi e una volta arrivata li annoto tutti e ne aggiungo qualcuno in più. A volte, quando vado a dormire, il ronzio di tutti quei nomi, sussurrati da una voce che non è la mia, mi culla come fossi nella pancia di una grande nave. Quando chiudo gli occhi, il mormorio aumenta e disegna figura geometriche all’interno delle mie palpebre. E avanti così finché non mi addormento e sogno di aver trovato il nome, ma il gatto è morto o è scomparso e io cammino lungo una strada molto affollata, cercando un supermercato dove in cambio del nome del gatto mi diano un servizio di piatti da quarantaquattro pezzi.

Questo passaggio lo leggiamo nelle prime pagine del libro, ma è senza dubbio un passaggio chiave. Infatti, se non mostra del tutto il senso della storia, molto dice del modo in cui la storia ci verrà raccontata. Rita Indiana, giovane scrittrice caraibica, scrive così, come da dentro un sogno, come se ogni parola fosse accompagnata da una musica, da un ritmo segreto eppure riconoscibile; quello che viene chiesto al lettore, da subito, è di seguire quel ritmo, di adeguarsi. Leggere I gatti non hanno nome somiglia un po’ a ballare, somiglia un po’ a quando ti lasci andare al concerto del tuo gruppo preferito. Il ritmo di Indiana fa pensare alla gioia, anche se tutta gioia non è. La prosa Indiana, lo vediamo nelle brevi frasi che descrivono il sogno, è divertente e originale. Ironica e teatrale, piena di risata e tragedia, come sanno esserlo i caraibici e, in altro modo, i napoletani. Qualcosa del genere l’avevo trovata nel libro bellissimo di qualche anno fa,  La breve favolosa vita di Oscar Wao, di Junot Diaz (Mondadori, 2009  trad. di Silvia Pareschi), libro vincitore del Premio Pulitzer, se pensiamo al ritmo e al modo a volte grottesco, assurdo e commovente in cui i dominicani vivono le situazioni ordinarie o straordinarie, come se la capacità di gestire, manifestare o sopportare la follia fosse propria del loro DNA. Diaz scriveva, naturalmente, una storia molto diversa ma solo apparentemente più complessa. Indiana è più diretta e leggera, ma se vuoi seguirla devi ballare il ballo che avevi imparato con Diaz.

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