Giorno: 28 marzo 2016

Tiziana Marini, Lo scatto della lucertola. Lettura di Plinio Perilli

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Celebrazione provvisoria del personaggio-donna. Tiziana Marini, poetessa concreta e immaginaria, quotidiana e astrale.

di Plinio Perilli

La lucertola cui Tiziana Marini dedica il titolo del suo ultimo libro, ovviamente (Lo scatto della lucertola, La Vita Felice, Milano, 2016), è sia concreta che immaginaria, quotidiana e astrale come tutta o quasi la sua poesia.  Niente male per un’autrice capace in soli quattro versi di raccontarci come dall’interno il senso stesso dei miti, antichi o di sempre fa lo stesso:

Migrazione di sogni dagli orli verde-notte.
Piange la Chioma di Berenice
piange stelle tra i rami
dove i nidi fuggono in cerca della luna.

Cabale o invocazioni, trasmutazioni di sorta – Tiziana esce sempre dal Tempo, perché tutto l’immaiuscola e lo contiene, angelico e terrestre come le elegie omeopatiche con cui Rilke si curava, umbratile e innalzato:

Dov’è caduto l’angelo?
Dove cadde la speranza?
Una macchia d’asfalto, l’ombra del cielo
fra le sillabe del bene.

Ricordo ora quasi con tenerezza la prima volta che ci accingemmo a dar veste e lustro editoriale alle “poesie” puntigliose e dolci di Tiziana. Lei scriveva, impennava o carezzava i suoi versi tutti a stampatello (cfr. Solo l’anima vede, Pagine, Roma, 2011) – sì,  proprio come il parlato dei fumetti, e insieme, i titoli strillati d’un giornale, i messaggi cadenzati della pubblicità, se vogliamo anche il dialogo capzioso ed epocale dei quadri appunto di Roy Lichtenstein:

TUTTO AMO DI ME
ANCHE IL DOLORE
SE DIVIDESSI L’IDEALE
DALLA MIA REALTÀ.
E NON NE SON CAPACE,
SOLO PER QUESTO SAREI DIVERSA
E INACCETTABILE AI MIEI OCCHI.
UN IO FELICE
NON GENERA SPERANZA.

Ricordo le facce, più che divertite, turbate delle redattrici editoriali, mentre si accingevano all’opera. Le loro domande leziose (il lezio è una merce abbondante in letteratura, specie oggigiorno): “Ma allora i titoli come dobbiamo metterli? Sempre in maiuscolo o in maiuscoletto? (altro…)

“Pasque: sigillo di un engagement”. Su Andrea Zanzotto (di Renzo Favaron)

Serpente

Disegno di Renzo Favaron

“Pasque: sigillo di un engagement”

di Renzo Favaron

Come ha ben evidenziato Stefano Agosti, Pasque (Milano, Mondadori, 1973) non introduce un tema nuovo nella già cospicua varietà di motivi presenti in tutta l’opera precedente di Zanzotto. Tuttavia, al di là di un richiamo che affonda le sue radici in Dietro il paesaggio, dove sono introdotti alcuni nuclei paradigmatici (la ripresa su uno sfondo sacramentale già istituito della passione di Cristo e i riti della germinazione e della veglia) che riaffioreranno più tardi in immagini più martoriate e sempre più espressione di un universo ctonio, Pasque si configura in termini innovativi soprattutto sotto il profilo della deflagrazione grammaticale, già inaugurato con la Beltà, segnando, a sua volta, una svolta più decisiva nel consolidare un sistema di composizione che non appare più soltanto percussivo, ma anche diffusivo, e che dimostra addirittura una certa affinità con il discorso musicale più prossimo alla dodecafonia. In effetti, gli elementi che compongono la pagina scritta non si congiungono in serie armoniche proporzionate e convenientemente intervallate, ma sono organizzati in una sequenza intermittente di scatti fonico-ritmici che trasbordano dai modi usuali di segnare e combinare accordi e nessi tonali, per dare vita a una partitura che si costituisce in un rapporto con la realtà capace di accogliere tutte le modulazioni e qualità sonore in esso presenti; non solo, come è stato più volte sottolineato, ha luogo in Pasque il passaggio tecnico dal monologo alla polifonia (per altro già nelle IX Ecloghe alla voce monologante si alternava il dialogo), ma si assiste altresì a un’ulteriore variazione nella tessitura dell’ordito poetico, dal momento che la dislocazione dei versi procede sulla scorta di un continuo sbocciare e scoppiare, per quanto sia altrettanto evidente l’operare di una forza che esercita un ferreo controllo nell’ordinare il magma composito scaturito dalle ripetute deflagrazioni verbali. Lo stesso Zanzotto asserisce che lo spessore polifonico e polidisfonico della poesia si riversa nella messa in scena del luogo-lingua e, contemporaneamente, nel suo essere, in quanto testo, “potenziale sovrapposizione di tutto su tutto”; in questo senso la poesia di Pasque si snoda tralasciando qualsiasi forma sequenziale, costituendosi anzi come contrappunto di voci che esprimono ciascuna una speciale melodia, dove appunto i molteplici elementi trasposti sul testo si dispongono seguendo una “mobilità pendolare” che gravita nell’ambito di “un punto onnivoro”, ossia esigendo un riscontro sincronico sul piano sia spaziale che temporale. L’esempio di Pasque a Pieve di Soligo è forse quello più significativo nel rendere conto di una simile operazione poetica: nella poesia in questione l’autore recupera infatti una forma di componimento in cui le iniziali dei periodi di versi si succedono in modo da formare dei nomi, ciascuno dei quali designa l’avvio di un’azione che in sincronia si giustappone alle altre senza trapasso, come se si trattasse di un frammento che va a comporre un eterogeneo collage. Lungi dal prendere le forme di un discorso dialetticamente risolto, il lavoro di Zanzotto risulta strutturato da mille pointillés, o incrinature entro cui si apre il discorso delle letture, degli avvicinamenti, i quali, a ben guardare, una volta avviati sulla strada di un possibile incontro, di un sospirato imbattersi tra loro, assumono all’improvviso direzioni opposte, divaricanti, come di punti di fuga. (altro…)