Giorno: 25 marzo 2016

Helene Paraskeva, L’odor del gelsomino egeo

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Helene Paraskeva, L’odore del gelsomino egeo. Poesie, La Vita Felice 2014. Prefazione di Plinio Perilli. Postfazione di Annamaria Ferramosca

«E l’unica speranza / il rapace che attorno vira, vibra, libra / affamato, prepotente / e scarno». Sono versi tratti da L’odore del gelsomino selvatico di Helene Paraskeva e ne indicano in modo chiaro alcune peculiarità: il respiro ampio a dispetto della brevità della misura scelta; il lavoro di montaggio e smontaggio con le parole, con coppie o triadi di termini attigui e differenziati per aggiunta o scarto di lettera, cambio di iniziale; il procedimento, che attraversa e supera il divertissement, rivelando l’intenzione pro-vocatoria (si chiama avanti, si sfida, si e-sorta vivamente alla riflessione). E ancora: il filo conduttore del viaggio (nel caso dei versi menzionati il tema è già rivelato dal titolo del componimento, Viaggio in automobile); lo scenario naturale preso, traslato e non di rado trasformato ad arte.
L’odore del gelsomino egeo si mescola ad altri odori in un itinerario che attraversa mondi diversi eppure accomunati dalla curiosità e dalla creatività di Helene che fa incontrare miti della sua terra natia e personaggi a lei familiari dalla frequentazione di lunga data con la letteratura di lingua inglese. È bosco straniato, ancor più che incantato, è piazza metropolitana, è interno, luogo di riti sociali smascherati come asfittici e ipocriti, è giardino domestico, è macchia mediterranea, è giungla preromantica allestita per l’incontro con «la lungimirante belva», la tigre di Blake, è, ancora, la selva bizzarra di incontri del paese delle meraviglie di Lewis Carroll.
Annusiamo allora quegli odori, gelsomino, origano ed incenso, candele e parate, sacro e sociale; esploriamo quei luoghi che ci sorridono ora miti ora scientemente stralunati ora palesemente beffardi: «Brucia l’origano, brucia l’incenso, / bruciano le candele, le parate, / i panegirici e le finte feste. // Indosseremo del Centauro Nesso la camicia / che, insieme al resto, l’acuta fitta cauterizza. / Sì, cauterizza.»
Il nostos – molto di più di un tema, qui, è un personaggio di primo piano – è ripreso e talvolta persino strattonato, così che perfino la nostalgia ha odore, sapore, connotazione introvabili altrove: «Non lo cercare / il mondo che tu conoscevi, non c’è più, / Ti sfugge, corre, scorre, / vola via, evapora. / Né quella vecchia / divisione regge più, / sembra un’idea romantica.». Eppure, non si depone del tutto la speranza e il ritorno si palesa per ciò che appare più caro e familiare e prezioso a colei che scrive, il racconto, memoria e affabulazione, memoria e trasmissione di affabulazioni: «Pensa alle storie incantate / che ascoltavi con piacere, / nereidi, fauni e mostri antropofagi. / Pensa alle principesse, alle festose lavandaie, / ai principi guerrieri / e ai titanici serpenti che / divenivano divini fiumi. // E torna a raccontare!» (altro…)

Oswaldo Reynoso, Niente miracoli a ottobre

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Oswaldo Reynoso, Niente miracoli a ottobre, Edizioni Sur, 2015 (trad. di Federica Niola), € 16,00, ebook € 9,99

di Martina Mantovan

 

Tra le strade di Lima viene messa in scena la caleidoscopica commedia umana di un corpo sociale in trasformazione, diviso e ferito dalle marcate iniquità di ceto e da un inurbamento massiccio e dissociato da un parallelo processo di industrializzazione. Nella Lima degli anni Sessanta non c’è spazio per gli ultimi: l’ingranaggio sociale si alimenta delle miserie quotidiane, del sangue e del sudore dei sommersi che cercano di farsi salvati, di tenere alta la testa per non affogare in un mare di ingiustizia e folla.

E il cielo color cenere brucia lentamente, e diventa arancione, sopra le case vecchie e grigie al centro di Lima. A occidente si annuncia l’ora delle streghe. I volti bruni diventano color mattone scuro e quelli pallidi acquisiscono una magica tonalità rosata. E nella via stretta, fra i muri delle case, la folla neroviola avanza come un’onda, ritmica, spingendo, pregando, ammassandosi.

Nel giorno della processione del Signore dei miracoli, patrono del Perù, l’autore ci invita ad immergerci nelle vite di una famiglia, nella sua tragedia casalinga; nei piccoli grandi drammi personali, nelle fatiche e preoccupazioni, negli orgogli e nelle modeste meschinità: Don Lucho, padre e impiegato di banca, si oppone alle conseguenze di uno sfratto che reputa declassante, terrorizzato all’idea di veder scivolare la propria dignità tra la melma delle barriadas di periferia. I capitoli scandiscono le dodici ore entro cui si svolgono gli avvenimenti: la frenetica corsa di Don Lucho; la preghiera della madre, angelo del focolare e di un’economia domestica divenuta sistematica lotta per la sopravvivenza; le miopi illusioni della figlia Bety circa la possibilità di una scalata sociale attraverso il proprio corpo; l’insofferenza e imminente deflagrazione di un figlio in cerca di riscatto attraverso un senso indefinito di rivolta. (altro…)