Giorno: 24 marzo 2016

Altri dischi #2: Slint, Spiderland

slint-spiderland

Slint

Spiderland

Touch and Go, 1991

 

Tre armonici, una pausa e due terzine. Non potrebbe iniziare in modo più semplice uno dei dischi più rivoluzionari nella storia della musica rock, timido e inconsapevole artefice del cosiddetto fenomeno del post-rock e di tanta musica a venire. Originari di Louisville, il chitarrista e cantante Brian McMahan e il batterista Britt Walford si erano già fatti notare con gli Squirrel Bait, gruppo hardcore punk dal sound rabbioso e senza compromessi, ma fu quando ai due si unirono il chitarrista David Pajo e il bassista Ethan Buckler che il corso della Storia cambiò per sempre. Pubblicato nel 1989, Tweez è qualcosa di totalmente nuovo e rivoluzionario, un agglomerato di suoni caotici ed eterei, densi e metafisici, schegge impazzite all’insegna di una godereccia e dissoluta anarchia, ma anche governate da una logica austera, come se la band si divertisse a giocare con le aspettative dell’ascoltatore, sovvertendole scientificamente. La direzione è incerta, tutto viene messo in discussione in questi nove meravigliosi frammenti suonati in piena libertà. Lo scioglimento della band subito dopo la pubblicazione dell’album sembra già decretare Tweez a episodio isolato e irripetibile, e gli Slint a breve (e meravigliosa) parentesi. Nessuno poteva immaginare ciò che sarebbe uscito due anni dopo dalla loro (breve) reunion. Registrato con Todd Brashear al posto di Buckler, Spiderland è indubbiamente figlio di quell’album, ma elevato a livelli sublimi. Ancora più astratto e sfuggevole, l’album raggiunge vette di originalità trascendente, sorretta da un’ispirazione così autentica e cristallina che un paragone con i King Crimson più sperimentali non suonerebbe affatto esagerato. Non si può catalogare la musica di questi sei componimenti, ci si può soltanto abbandonare all’espressione beffarda dei quattro musicisti ritratta sulla copertina ed entrare in un labirinto nero in cui ci si perde e si ritrova la strada di continuo, ma senza mai raggiungere la meta. I suoni sono glaciali e pungenti, sanno ammaliare ed estasiare con semplicità e disinvoltura, le stesse qualità con cui, un attimo dopo, sanno esplodere e travolgere tutto.
(altro…)

Davide Valecchi, Inediti 2011-2016

lost_words foto di Davide Valecchi

lost_words foto di Davide Valecchi

Non erano in piedi neanche le pareti
quando sono finiti i soldi
e nel giro di qualche anno
tutti i discorsi sulla solidità del cemento armato
si sono sciolti come l’anima cattiva del ferro
venuta fuori in macchie rossastre
fin dalla prima pioggia.

Qualcuno è riuscito comunque a finirla
ma credo sia superfluo dire
che non siamo stati noi
anche se passandoci accanto
ogni volta abbiamo guardato
attraverso i rettangoli di vuoto
tra le colonne portanti.

*

Il ronzio della cabina elettrica
ai piedi dello sterrato
arriva come un presagio del freddo
quando le macchine non ce la fanno
e bisogna lasciarle in fondo
per risalire a piedi.

Di solito siamo alla fine dell’estate
e accolgo il contrattempo
per fissare lo sguardo sulla ghiaia,
dove si trovano a volte
monete incrostate di terra,
pezzi di filo bicolore
o certi piccoli dischi di plastica rossa
che se lanciati in aria seguono il vento:
a monte alcune case non sono ancora finite.

*

Ce ne vorrebbe di tempo
per tirare fuori i nomi
dal mucchio di oggetti da macero
cresciuto dietro la casa.

Anche il periodo dell’anno finisce per contare
insieme all’ora del giorno,
alla lunghezza delle ombre,
ai piani di esistenza
e ai tappini di latta dei succhi di frutta
ritrovati nell’erba.

Ma è il nome del riflesso
che cambia di continuo
e sotto tutto il resto a ruota. (altro…)