Giorno: 22 marzo 2016

L’epifania dell’orrore. Novelle gotiche italiane

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L’epifania dell’orrore. Novelle gotiche italiane, a cura di Giuseppe Ceddia, Stilo Editrice, 2015, € 14,00

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Signori, entrate, qui dentro c’è un mondo che non conosciamo, o che non conosciamo abbastanza. Un mondo di cui abbiamo sfiorato la superficie con gli occhi, qualche volta soltanto. Un mondo dove il buio, l’orrore, la fantasia, il mistero e il divertimento, sì pure quello, dominano sovrani. Un mondo che è fantastico, che è quello del fantastico. Un mondo in cui perdersi, in cui la letteratura ci fa compiere quel viaggio verso luoghi sconosciuti e immaginari, come quelli del fiabe, del magico e del perduto. Luoghi in cui si uccide e si ama, dove il sortilegio e la sventura sono compagni della misericordia, fratelli della paura e della miseria. Signori, benvenuti nel regno del gotico, accomodatevi in queste novelle scritte in tempi lontani ma non lontanissimi, novelle gotiche italiane, qui molto ben raccolte e presentate da Giuseppe Ceddia.
Ceddia è dottorando in Italianistica all’Università degli studi di Bari e, tra le molte altre cose, si occupa della ricerca degli elementi “gotici” dal Romanticismo in poi. Questione che mi incuriosisce molto, come tutte le faccende letterarie che sono lontane dalle mie letture abituali. Ceddia introduce le novelle, con un ricchissimo  e coltissimo saggio, parliamo di dieci racconti e dieci autori «considerati erroneamente minori», invece molto importanti se si vuol leggere il gotico italiano, se si ha voglia di avvicinarsi a un modo diverso di raccontare, spiegando proprio il senso di quella parola che ho usato più sopra, la parola fantastico. Quella parola vista sotto nuova luce dopo la definizione che ne darà Tzvetan Todorov nel suo La letteratura fantastica. Per spiegarmi meglio cito proprio Ceddia: «E allora, cos’è il fantastico per lo studioso? È l’incertezza, il dubbio. In sostanza, quando il lettore si chiede cosa il narratore stia raccontando, prende vita il concetto di fantastico. Insomma, è l’esitazione la quintessenza del processo che definisce una narrazione ‘fantastica’». Quindi, non propriamente la narrazione di tipo non realistico.  Questo è molto interessante, così come lo sono questi dieci racconti, prendiamo due incipit:

Da Margherita di Cesare Balbo (1829)

Ei non ha cosa di che io cerchi più correggere, come delle sciocche paure e superstizioni che quasi tutti mi vengono arrecando alla casa paterna. Delle quali, ogni volta che io volli chiedere ragione agl’ignoranti genitori, il più sovente trovai che non davano credenza essi medesimi a quelle befane, a quegli uomini, o lupi neri, a quegli spiriti, di che andavano spaventando i paurosi monelli. Ma dicono non potersi educare bambini, né far loro fare ciò che si vuole, o trattenerli da ciò che non si vuole senza queste paure.

Da L’ombra del Sire di Narbona di Emma Perodi (1893)

La terza festa di Natale la neve era cessata e il vento erasi calmato come per incanto. Nonostante, anche in quel giorno, dopo desinare nessuno uscì dal podere del Marcucci, perché gli uomini stessi rammentavano di aver provato grandissimo diletto a udir dalla bocca della Regina quelle novelle con cui ella aveva allietata la loro infanzia, e che avevano il vago presentimento di sentir raccontare per l’ultima volta. La vecchia massaia, dopo la morte del marito, col quale aveva diviso in pace gioie e dolori per quarant’anni, era ridotta uno spettro e aveva, come si suol dire, un piede nella fossa. I figli che non l’avevano lasciata mai, non s’erano accorti del suo deperimento, avendola sempre sott’occhio; ma lo avevano notato dacché Cecco era tornato a casa e non aveva fatto altro che domandare se la mamma era stata ammalata. Allora anch’essi avevano aperto gli occhi, e il timore di perderla presto s’era insinuato nell’animo di que’ figli affezionati.

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Ritratto di anziana. “Ruggine”, di Anna Luisa Pignatelli

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Chi l’incrociava per strada senza conoscerla pensava che fosse una vecchia strana perché, ridotta com’era, si metteva ancora sulle unghie lo smalto viola. Qualcuno prendeva quelle unghie laccate come un segno evidente di ricchezze nascoste, di propensione alla seduzione e perfino alla magia nera.
Alcuni, pochi, vedendola procedere nei vicoli curva e con passo incerto, appoggiata al bastone, ne intuivano dallo sguardo schivo l’indole solitaria e dalla schiena piegata in avanti la presenza di un peso nell’anima, di un segreto che sembrava schiacciarla.
Quelli che avevano sentito parlare di lei conoscevano quale fosse il segreto di quella vedova: aveva avuto una relazione col proprio figlio e non sembrava serbarne memoria, come se quanto successo non avesse su di lei lasciato traccia.

Così si chiude il primo capitolo di un breve libro che sembra quasi dimenticare di essere una storia, diventando il ritratto di un’anziana donna di provincia che tutti chiamano “Ruggine” per il sodalizio con l’ex-randagio gatto Ferro. Un libro particolare, capace di presentare gli eventi più sordidi – l’incesto, il raggiro, l’aggressione – con la più aggraziata delle narrazioni e insistere sui dettagli più comuni – la solitudine, la vecchiaia, l’attesa della morte – per quelli che effettivamente sono: la più brutale delle violenze cui è sottomesso l’essere umano.
Ruggine è una donna anziana, vedova di un amore chiamato per cognome (“il Neri”) il cui figlio, che ha abusato di lei, è ora in una casa famiglia. Al sicuro dalla madre, pensano i suoi compaesani, che si divertono a spiarla dagli scuri delle finestre chiedendosi quando la morte, che prende la gente dai vicoli a due a due, prenderà anche lei.
Fino all’ultima pagina, e non come se si dovesse sbrigare una pratica preliminare, il ritratto di Ruggine è reso vivo dalle sue abitudini quotidiane, dai suoi acciacchi diurni, dal tono di viola che le dà la tinta ai capelli: Ruggine ingaggia battaglia ogni mattina per alzarsi dal letto, tiene il conto delle sue frequentazioni dai negozianti che la pensione del defunto Neri le permette di incontrare, trova una direzione alla sua giornata nel poter scambiare una chiacchiera con il salumiere a proposito del tempo. I suoi momenti più vitali sono quelli scambiati con il gatto Ferro, che non ha voluto castrare per permettergli di condurre quella vita di lotte e amorazzi che fa da contraltare non solo alla sua esistenza ma a quella delle anime grette e imbruttite del suo paese. (altro…)