Giorno: 16 marzo 2016

I me medesimi n. 19: Rosy

San Paolo, foto gianni montieri

San Paolo, foto gianni montieri

Rosy si siede sempre allo stesso posto, vicino al finestrino. Anche il suo signorino si siede sempre allo stesso posto, di fronte a lei ma in diagonale. È lei che glielo tiene, perché sale a capolinea quando il treno delle 6.53 è vuoto. Allora può fare quello che vuole. Butta il suo giaccone, nero e corto, sul sedile del suo signorino e non ci fa sedere nessuno.

Una mattina, un paio di fermate dopo, c’era uno che insisteva per sedersi lui. Rosy s’è alzata, davanti a questo che diceva di spostare il giaccone. Era la metà di lui ma l’ha guardato in faccia e gli ha detto: ma che minchia vuoi? Ma vatti a sedere di là! Quello ha sbuffato però è andato.

Poi sale il suo signorino. Lei sa la fermata, lo aspetta. Sa anche che sale sempre dalla stessa porta e, se lo trova libero, si siede sempre allo stesso posto. Proprio come lei. A tutti e due piace sedersi sempre allo stesso posto. Allora lei glielo fa trovare libero, sposta la giacca un attimo prima che lui arrivi così lui non deve neanche chiedere se è libero ma si siede e basta.

Rosy è felice di vederlo arrivare e sedersi così, senza neanche alzare lo sguardo. Poi lui inizia a leggere il suo giornale e lei se lo può guardare in pace fino all’altro capolinea. E brava che anche stamattina ce l’hai fatta, si dice. Lui non si è accorto di niente. Che vergogna se si accorgesse! Se dovesse un giorno chiederle se può sedersi lì e lei dovesse spostare la giacca. Gli darebbe dello scimunito e lui cambierebbe posto per sempre.

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Una frase lunga un libro #49: Giordano Tedoldi, Io odio John Updike

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Una frase lunga un libro #49: Giordano Tedoldi, Io odio John Updike, minimum fax, 2016, € 14,00, ebook € 6,99

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Non le posso rivelare che i miei occhi prendono il colore di tutto ciò che mi colpisce molto.

 

Alcuni errori che ho commesso prima di leggere Io odio John Updike:

  • ho letto l’introduzione al libro fatta dall’autore, in cui si dice – tra le altre cose – che questi racconti sono slegati, sono frammenti, sono singole storie, non c’è un filo da seguire, non c’è una trama nascosta. Sono racconti, punto e basta;
  • ho letto un paio di belle recensioni, che tenevano in considerazione ciò che Tedoldi ha scritto nell’introduzione. Gli davano ragione, ma non del tutto;
  • non ho letto questi racconti quando uscirono nel 2006 per Fazi, perdendo (ma questo lo scoprirò in un secondo momento) così dieci anni di tempo. Conoscevo (sono pubblici) i motivi che hanno portato minimum fax alla nuova pubblicazione del libro. Per fortuna la sera della presentazione di Milano giocava il Napoli, altrimenti sarei stato rovinato.

Ancor prima di leggere sapevo troppe cose, pur non sapendo nulla delle storie e di come fossero scritte. Ho deciso di aspettare qualche settimana, giusto il tempo di dimenticarmi le recensioni, di smontare l’attesa che avevo nei confronti del libro, di prepararmi a far finta di niente rispetto a quello che aveva scritto Giordano Tedoldi nell’introduzione. Ed eccomi qui.

Tedoldi non mi ricorda nessuno, questa è la prima cosa che mi viene da dire, e siccome i racconti mi sono piaciuti moltissimo, questa cosa sta dalla parte della lavagna dove si segnano i buoni, i complimenti. La mancata somiglianza con altri scrittori non dipende da chissà quali artifici o acrobazie che Tedoldi compie scrivendo; dipende, invece, da uno sguardo unico sulla realtà, uno sguardo poi capace di piegare la realtà alla fantasia, fino a farle sovrapporre. I personaggi dei nove racconti (di cui l’ultimo, Sciarada, è stato scritto per questa riedizione) potrebbero esistere per davvero, ma io non ne ho conosciuto nessuno: io non avrei saputo inventarli. Giordano Tedoldi inventa; ha un’immaginazione incredibile, sostenuta da una scrittura chiara, molto precisa, che può sembrare a volte sgraziata ma che non lo è. Ora, è chiaro, che volendo potrei trovare, impegnandomi, il famoso filo che secondo molti dovrebbe unire le raccolte di racconti, ma perderei tempo e sminuirei la forza di questo libro, perché secondo me ha ragione Tedoldi: queste sono storie che potrebbero stare in nove libri diversi, storie che puoi leggere a mesi di distanza l’una dall’altra, intervallandole con romanzi, racconti, gite in bicicletta, poesie e molte partite di calcio, senza che questa distanza tra un racconto e l’altro ne indebolisca la potenza, riduca lo stupore di chi legge. Questo è anche il motivo per cui storie scritte più di un decennio fa sembrano scritte adesso, sembrano nuove, la mia idea è che lo sembreranno anche tra vent’anni.

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