Giorno: 11 marzo 2016

Aulo Pedicini. Il percorso dell’anima

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© Aulo Pedicini

(Sabato 12 marzo 2016, alle ore 18.00, si inaugura l’esposizione dell’artista Aulo Pedicini, a cura di Veronica Longo, all’Atelier Controsegno, in Via Napoli 201, Pozzuoli, Napoli (lungomare Bagnoli, nei pressi della stazione Cumana Dazio).
Per questa speciale occasione saranno proiettate delle diapositive storiche che mostrano il percorso del Maestro e ci sarà una dimostrazione di stampa con una sua lastra originale).

Tra mito e contemporaneità

Ammirando le opere di Aulo Pedicini mi è tornata in mente la poesia di Costantino Kavafis Ionica, che qui riporto nella traduzione di Nelo Risi:

Se abbiamo abbattuto le loro statue
se li abbiamo scacciati dai loro templi
non per questo gli dèi sono morti. O terra
di Ionia, sei tu ch’essi amano ancora./
Quando il mattino d’agosto ti avvolge tutta
nella tua aria passa un vigore di quella loro
vita e una figura d’efebo, indecisa,
immateriale, a volte corre via veloce
sull’alto delle tue colline.

Nelle opere di Pedicini è presente la stessa immedicabile nostalgia che traspare dai versi di Kavafis per un mondo irrimediabilmente perduto e che però continua a parlarci per accenni e accensioni improvvise. La memoria, che sembra essere il cuore dell’ispirazione di Pedicini, è l’unica dimensione che guida l’uomo nell’inestricabile labirinto del passato e nell’enigma del tempo, come si evince chiaramente, in maniera volutamente allegorica, dall’opera in cui compare la parola Cnosso nei caratteri dell’alfabeto greco.

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© AuloPedicini

Le opere di Aulo Pedicini, come ogni vera opera d’arte, sono frutto di una visione, prima che sensoriale, mentale. Prima che con gli occhi del corpo l’artista vede con l’occhio della mente, è la memoria stessa che si fa visione, lo dimostrano potentemente le acqueforti e le acquetinte del presente catalogo che sembrano voler cogliere non la realtà o la percezione che l’artista ne ha ma l’archetipo che vi si nasconde, la forma originaria che si cela ad uno sguardo superficiale e che, invece, si mostra nella sua nitida bellezza allo sguardo dell’artista. Potremmo dire che in Pedicini agisce una memoria che non è solo biografica ma è mitico-poietica; le opere nascono da appunti visivi che l’autore ha colto negli anni, nei suoi viaggi e soggiorni in vari siti mediterranei, e diventano l’occasione, sia negli schizzi originali sia nella produzione grafica, per meditare sul senso del vedere e delle forme. Una memoria che, attraverso la visione, vuole risalire alla dimensione ancestrale e mitica del nostro stare al mondo, ad un’età in cui la presenza del sacro era visibile, era l’orizzonte entro cui si muovevano i popoli mediterranei. Per Pedicini, come per Kavafis, gli dèi anche se fuggiti non sono morti, aleggiano tra le rovine dei templi, tra i capitelli, nei vuoti e nei pieni dei colonnati e diventano sguardo, desiderio, corpo, forma e carne, anzi il marmo dei colonnati spezzati diventa carne che tornisce le spalle, la schiena, i glutei di donne che nella loro terrena bellezza rimandano, accendendo il desiderio di chi le contempla, alla bellezza che non muta, eterna, immutabile, che dona – è questa la speranza di ogni artista – a chi sappia coglierla, la gloria che permane oltre la fine. Lo sguardo di Pedicini coglie il rivelarsi delle forme, soprattutto femminili, in una plasticità scultorea che risalta nel lucore mediterraneo che fa da sfondo a gran parte delle opere; lucore che si accende in una serie di gialli, di rossi, di ori che rendono l’assolutezza e la verticalità del momento epifanico delle forme che si porgono allo sguardo. Quel che impressiona del gesto artistico di Pedicini è che, pur rivolgendosi al passato, la sua percezione del mondo è sempre di una contemporaneità radicale, anche nelle opere che maggiormente si confrontano con l’arte antica. Ciò emerge ancor di più in alcune delle incisioni di questo catalogo, in cui la lettura del gesto grafico si fa ancor più evidente; le forme in alcuni casi, regrediscono al loro stato germinale di macchie di colore che si distendono sul foglio e da cui possono emergere a loro volta  altre forme, in un gioco infinito tra caos e ordine. I colori si fanno a volte diafani, altre volte invece si concentrano densamente, il segno passa da una dimensione allegorica ad una simbolica, in cui il referente è alluso ma rimane indeterminato e costringe lo spettatore a entrare nell’opera per completarla con la propria specifica visione.

In ultimo potremmo dire che la cifra propria del percorso artistico di Pedicini, sia che essa si esprima nella pittura o nella scultura o nelle altre forme d’arte che Aulo padroneggia da par suo, è sintetizzata nell’equilibrio tra antico e contemporaneo, tra forma e caos, tra luce e buio, tra colore e disegno, in cui si manifesta il senso angoscioso e irrisolto della condizione umana, ma anche la stupefatta meraviglia verso l’apparire della bellezza.
Tutti i lavori muovono da una matrice classica che però va oltre la mera figurazione,  e si caratterizzano per un acceso cromatismo e per una costante sensibilità alla materia e al segno. L’elemento figurativo dei corpi e dei reperti allude all’orizzonte sacro in cui si inscrive la realtà tragica dell’uomo, della quale si può ricostruire un senso legando insieme, in unico itinerario espressivo, i frammenti che ci giungono da un passato remoto con quelli tra cui ci aggiriamo nella nostra contemporaneità. Ed è proprio il gesto artistico che può tenere insieme mondi apparentemente così distanti. È la devozione al bello a cui l’artista dedica la propria opera e la propria esistenza che indica un percorso, un senso, un orizzonte entro  il quale inscrivere un’intera vocazione. È la bellezza nella sua divina manifestazione che può redimere l’esistenza dal dolore e dalla morte e darle quel senso che spesso resta oscuro, come già aveva compreso all’inizio della nostra civiltà Saffo, poetessa molto amata da Pedicini, nel suo inno ad Afrodite:

O mia Afrodite dal simulacro
colmo di fiori, tu che non hai morte,
figlia di Zeus, tu che intrecci inganni,
o dominatrice, ti supplico,
non forzare l’anima mia
con affanni né con dolore;

ma qui vieni (…) Vieni a me anche ora;
liberami dai tormenti,
avvenga ciò che l’anima mia vuole:
aiutami Afrodite.

La mostra resterà aperta dal 12 al 26 marzo, dal martedì al sabato: 10.00 – 14.00 e 16.00 – 20.00; domenica 16.00 – 19.30. Lunedì e festivi chiuso. INGRESSO LIBERO.
Info: +39 3398735267 – controsegno@libero.it
www.controsegno.com

Mai Più Senza #11: “Almanacco del giorno prima”

“Mai più senza” è una rubrica di recensioni che raccoglie libri celebri e non, italiani e stranieri, editi da più o meno tempo, in maniera apparentemente indistinta: “Mai più senza” è stata, infatti, l’esclamazione che la curatrice ha rivolto a uno scatolone di libri, qualche giorno dopo un trasloco. Questo l’unico criterio: la condivisione di uno scatolone ideale, da preservare in caso di qualsiasi sgombero.
Se avevo promesso di fermarmi al decimo episodio era perché non avevo previsto il libro che sto per recensire. Oggi è il suo secondo compleanno, e lo festeggio piegandomi a un grande assioma di Melville: «esistono iniziative per le quali il metodo corretto è un adeguato disordine.»

Almanacco-

Chiara Valerio, “Almanacco del giorno prima”, Einaudi 2014, euro 17,00, e-book euro 8,99

 

Io sono stato innamorato degli oleandri dai due ai sei anni. Li vedevo arrossire ogni volta che ci camminavo a fianco, moltiplicarsi giorno dopo giorno, allungarsi dalla siepe fino al centro della strada dove passavo per andare a scuola due volte al giorno e una settimana dopo l’altra, allungarsi per toccarmi. E poi, dopo che mamma si era comportata da suocera acida dicendo Sono velenosi, li ho visti ritrarsi delusi, offesi, pallidi, raccogliersi dietro foglie scure e appuntite come le lance di ferro dei cancelli. Sono certo che era amore, che altro poteva essere? Così la notte in cui ho smesso di volare e ho rinunciato all’eternit, sono sceso in giardino, ho raccolto una busta intera di fiori di oleandro, rosa pallido e rosso carminio, e li ho portati in camera. […] La mattina dopo sono stato svegliato da un urlo. Sentivo benissimo, dunque non ero morto, evidentemente i fiori di oleandro mi amavano troppo per ammazzarmi. Ed è per questo che te li ho portati, Elena, perché vorrei amarti come mi hanno amato questi fiori, e vorrei che tu mi amassi come mi hanno amato questi fiori. E poi perché, anche senza amore, gli oleandri sono fiori bellissimi.

È questa l’intossicazione con cui ho amato Almanacco del giorno prima. E con cui ho amato Elena, la donna che vende la propria assicurazione sulla vita sulla soglia dei settant’anni, e Alessio, il ragazzo rampante e geniale che la compra salvo innamorarsi di lei e rimanere invischiato nella più arzigogolata forma di lutto si possa immaginare: il terrore di veder morire, dopo aver prezzato la certezza che morirà, chi continua a ripeterci che non risponderà al nostro amore.

Che cosa intendeva in effetti Elena per pistacchi? E per tutte le altre cose visibili e invisibili?

C’è una tecnica che appartiene solo ai musicisti e agli architetti nel costruire un libro alla maniera dell’Almanacco del giorno prima, ed è quella che fa dei tempi e dei modi del narrare una varietà necessaria a un insieme compatto. (altro…)