Giorno: 5 marzo 2016

Fausta Genziana Le Piane, Stazioni / Gares

Stazioni_Gares

 

Fausta Genziana Le Piane, Stazioni/Gares, Edizioni EventualMente 2011

Lampi negli sguardi che si incontrano casualmente e si imprimono vicendevolmente, talvolta con dolore, sempre con una sorpresa rinnovata; urti inattesi che pur costringono a una sosta, a un’alzata di sopracciglio, a un’impercettibile ma inevitabile curva delle spalle; bagagli d’intralcio, bagagli di conforto, abbandonati, trascinati, stretti a sé; predellini, marciapiedi, sale d’aspetto, corridoi, scompartimenti i luoghi della grande allegoria del viaggio dell’esistenza: hanno tutta la parvenza di dettagli da scatti impressionistici questi ‘canti dell’estranea contiguità’ della raccolta Stazioni/Gares di Fausta Genziana Le Piane.
I testi, che appaiono qui nella doppia redazione, in italiano e in francese, curata dall’autrice, hanno il pregio di esaltare, con un dettato limpido e non privo di richiami al patrimonio lirico dell’impressionismo (penso in particolare ad alcune poesie di Théophile Gautier e di Oscar Wilde) la sonorità e, insieme, la ricchezza di valenze simboliche dell’una e dell’altra lingua. (Anna Maria Curci)

*

LE PETIT SEAU ROUGE

Accompagnée de sa grand-mère,
la gamine va
dans un bruit de ferraille
lentement
sur le quai.

Sérieuse, elle monte dans le train
et
alors que son regard triste
poignarde le mien,
sur les marches
brille son
petit seau rouge,
coccinelle de ma chance.

IL SECCHIELLO ROSSO

Accompagnata dalla nonna,
la bambina sferraglia
adagio
sul marciapiede.

Sale seria sul treno
e
mentre il suo sguardo triste
pugnala il mio,
sugli scalini brilla il suo
secchiello rosso,
coccinella della mia fortuna. (altro…)

proSabato: Mario Luzi, Venezia. Racconto

Venezia

…..Per quanta familiarità abbia potuto prendere con questo genere di visite sempre nel viaggiatore che arriva a Venezia si produce un felice strappo nella temperie psichica abituale. Il modo stesso dell’arrivo predispone l’animo a un mutamento che poi il tragitto in battello attraverso un traffico né fluviale né marinaro confermerà. Ma già alle porte di Venezia, quando la pianura densa e fastosa ma vinta da una specchiata malinconia non è ancora del tutto trascorsa, si comincia ad agitare nel petto qualcosa come una promessa che si è certi non verrà disillusa. È vano cercare un nome per codesta aspettativa e codesta impazienza: tutti, l’oriente, l’opulenza, il miracolo e l’artificio e gli altri che ci soccorrono, vi rientrano per qualche parte e nessuno compiutamente. Si tratta in ogni modo dell’ebrietà di un’evasione e di un esilio che è piuttosto un rimpatrio come se l’immaginazione lunga e ordinaria di tanti anni uscisse da noi liberandosi per andare incontro ad una delle sue sedi reali. Siamo nell’imminenza di una separazione, di uno stacco, ma non verso l’ignoto; ché, la prima o la centesima volta, la città preesiste sempre intensamente nell’anima ed è il luogo dove la nostra vita, la nostra stessa, trasportata in un suolo chimerico, tra mille aspetti che richiamano ed eludono il ricordo della terra, si esalta e si incendia.
…..Così mentre il treno corre sul lungo viadotto, tra le acque grigie appena mosse che urtano contro i piloni ed i pali, la nostra smania non è finita, ma la città è già presente nello spirito ansioso. Vedere poi il canale animato di vaporini, di gondole, di barconi e, specialmente se è sera, le calli ed i rii terrà fitti di una vita minuta e accalcata, dove le operazioni del vivere sembra si ripetano diminuite e più facili come in un giuoco, vedere tutto questo non stupisce più se non per la esatta coincidenza con quello che la mia immaginazione ci aveva rappresentato. Le Mercerie, ed ivi le rosticcerie, i piccoli bar con stive, ora vivamente illuminati, assecondano in noi l’idea di un fitto nidificare quasi a contrasto con quella della notte e del mare. Le parole, le cadenze che corrono, i dialoghi che potete cogliere, più o meno concitati, confermano l’impressione che qui gli uomini si tengano stretti e che da questa necessaria abitudine abbiano derivato quella affabilità e dolcezza perfino nelle liti che, suppongo, non potranno mai essere definitive. Che cosa potrebbe infatti eclissarsi ed andare perduto? Niente qui, neppure la più cauta e circospetta amicizia, neppure i convenevoli di una relazione casuale o vaga. E inoltre che cosa potrebbe rimanere in disparte, riparare nell’intimo? Tutto si deve qui esprimere, tutto deve rientrare in questa naturale commedia.
…..È più facile vivere qui, diciamo camminando incantati. E ci lasciamo portare dalla città dovunque le piaccia, sicuri di non poterci perdere. È allora che, seguendo quella o questa tra le tentazioni di un dedalo, si arriva nella piazza e ci troviamo seduti al caffè davanti a qualche amico venuto chi sa da dove e pure, in quel luogo, niente affatto imprevisto.
…..Ma se poi, per un caso o per un’attrazione invincibile, vi affacciate da qualche luogo aperto sulla laguna, dalle Zattere o dalla Giudecca, e tanto più se vi siete lasciati sedurre da un viaggio alle isole, a Burano o a Torcello non importa, o anche a Murano, tutta la gaiezza si sarà presto convertita in desolazione. Il fiotto triste e grigio batte contro la vostra imbarcazione e, nell’esser respinto, produce un commovimento lustro breve e pesante e mai avrete la felicità di una spuma o di un tremito in queste acque che non si rompono. Talvolta bordeggiando le barene e le tumbe, traspaiono dal fondale basso le alghe e ci si domanda se si è in una palude. Dovunque un’opacità e come il fumo di una corruzione lontana; e mentre ci tendiamo a ricevere il senso del mare, della terra e dell’erba si avverte la presenza di qualche altro elemento frammisto. Allora un giorno popolose e floride, che Torcello ebbe migliaia e migliaia di anime di cui non c’è traccia al di fuori della chiesa la cui parte inferiore è invasa dalle acque. Il rintocco delle campane dà un suono incrinato e sfatto specialmente quando, venuto meno il torbido fulgore del pomeriggio, le acque si coprono di una bruma sottile e il loro moto, allontanato e attutito dietro quel velo, si fa però più profondo e ripete più struggente l’affanno e la pena dell’esistenza. Anche a Murano le fucine sono silenziose e, mentre vi passiamo accanto, vediamo un borgo dalle muraglie annerite e fradice. Affrettiamoci allora a rientrare nel fitto e nel vivido della città.

© Mario Luzi, Venezia in OTTO LUOGHI, in Trame, Milano, Rizzoli, 1982² (Firenze, Vallecchi, 1942).