Gli undici addii #3: “Ricevimento”, di Gianluca Wayne Palazzo

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La mandria aveva pascolato mansueta fuori dalla porta dell’aula finché aveva creduto che il tempo sarebbe stato sufficiente per dare ascolto a tutti – e questo è uno dei piccoli segreti che i genitori ignorano della scuola: il tempo di un ricevimento non basterà mai davvero per tutti, perché l’unico tempo sufficiente sarebbe un tempo infinito, come infinite erano le storie, le vite, le spiegazioni, infinite la varianti dei loro figli e infinita l’inutilità delle parole.
L’unica cosa finita era il caffè nel mio bicchiere di plastica marrone, anche se facevo ancora il gesto di portarlo alle labbra, in una specie di rituale segno della croce.
Mi girava la testa, avevo sete e strani puntini blu lampeggiavano alla periferia degli occhi se roteavo le pupille. E i brulichii nervosi degli ultimi dieci o quindici uomini e donne che aspettavano il loro turno per parlare col coordinatore della terza G – io – si erano trasformati in muggiti di rabbia al passaggio del bidello.
«Tra venti minuti dobbiamo chiudere, cortesemente.»
Avevo tenuto il papà timido troppo a lungo? Non dovevo permettere alla mamma in carriera di rispondere continuamente al telefono quando era toccato a lei? Ci avevo messo troppo, davvero troppo a ritrovare il compito da mostrare alla sorella maggiore del mio alunno dislessico per dimostrarle, una volta di più, che era dislessico?
Con un sorriso che mi aveva regalato belle soddisfazioni in passato, troncai bruscamente l’aneddoto di una signora col cappello sulla magia della lettura dopocena al posto della televisione, e feci entrare un’altra coppia di genitori. Dovevano averne passati tanti di pomeriggi del genere, perché mi chiesero solo se era tutto ok con Alessia Lo Monaco e si accontentarono di un “Certo che sì” senza nemmeno sedersi.Ma ne restavano comunque troppi. Quando la campanella suonò e le urla del bidello viaggiarono come Frecciarossa per i corridoi, la mandria minacciò uno stampede e prese a sbraitare incontrollata. Era uno scandalo, che disorganizzazione, c’erano genitori che proprio non rispettavano gli orari, professori che perdevano tempo alla macchinetta del caffè…
Raccolsi le mie cose un quarto d’ora dopo l’orario consentito, non prima di aver smaltito gli ultimi papà e mamme con rapide parole chiave – i compiti a casa! la grammatica! troppe assenze! – e gestualità primitiva – segno di ok, pollice retto, manina basculante alla così così – e infilai il corridoio a velocità sostenuta. Mi fece un bell’effetto sentire dal fondo una voce (“li ha trasformati, questi ragazzi”) mentre svoltavo verso l’androne e mi precipitavo all’uscita, alle scale, all’aria gelida delle sette e mezza di sera, perché era il mio anno di prova, e quella classe mi era stata assegnata dalla preside con una consegna che era quasi un appello accorato: «Deve recuperare questi ragazzi, professore. Nei due anni precedenti l’abbiamo quasi persa.»
La mia versione personale di Aiutami Obi-Wan Kenobi.
«Professore!»
Era spuntata appena varcato il cancello, quasi invisibile alla luce del lampione che filtrava dai rami degli alberi, in un cappotto grigio scuro, alta, curata, le labbra impregnate di rossetto. Me le ricordo, e solo dopo mi ricordo il viso. Bianco, gli occhi grigi, i riccioli che la ringiovanivano, smentendo la classe degli abiti da signora, le gambe perfette nelle calze bianche sotto una gonna al ginocchio, lo sguardo disperato.
«Buonasera…» balbettai.
«Buonasera. Mi dispiace tantissimo, non ho fatto in tempo. Possiamo scambiare due parole?»
«È veramente tardi signora, io stavo…»
Annuì, sì sì, capiva benissimo.
«Sono la mamma di Marco Di Cesare. Per favore.»
«Sì, senta…»
«Marco è… È un momento terribile. Solo due parole, la prego.»
Ci passarono accanto due dei genitori che avevo appena salutato di fretta e vidi chiaramente la polvere da sparo negli occhi della donna a cui avevo liquidato una figlia con un clap clap delle dita, a mimare una bocca che parla in continuazione. Ma il proiettile era per lei, per il rossetto, per quella gonna. Per quanto era clamorosamente bella.
«Arrivederci» scandì l’uomo, e quasi si fermò accanto a noi per vedere se ce ne andavamo o se il professor Carlini aveva davvero la faccia tosta di fare ricevimento per strada e fuori orario, dopo avergli detto che dovevamo rivederci di mattina, perché avevo parecchio da raccontargli su suo figlio e sulla sua passione per il calcio con palle di stagnola a ricreazione.
«Arrivederci» risposi piano, e alla fine tirarono avanti. La donna si girò una volta ancora, incredula. Alzai gli occhi sulla mamma di Marco, che adesso si abbracciava sopra al cappotto per il freddo e si mordeva un labbro come se fosse una ciliegia. Mi sembrò che da un momento all’altro potesse sprizzare sangue.
«Se l’accompagno alla macchina, intanto» implorò. «O all’autobus, non so…»
Diedi un’occhiata intorno.
«D’accordo. Comunque ho parcheggiato qui accanto.»
Cominciammo a camminare affiancati, lentamente. La collega di matematica ci superò e mi salutò con un sorriso. Quando vide anche lei, un sopracciglio le si sollevò da solo e il sorriso si intensificò. Sorrisi anch’io, imbarazzato, appena un secondo.
«Marco non sta bene» disse la donna, appena la collega si fu allontanata. Di sicuro aveva visto anche quel sorriso, la mia reazione, ma mi sembrò che non gliene importasse niente. «Litighiamo in continuazione. Ho sentito… ho sentito che anche in classe non riesce più a controllarsi.»
«Senta, per quanto riguarda la nota di narrativa…» cominciai, ma lei mi poggiò una mano sulla spalla.
«No, non è per la nota. Non importa. Lo fa apposta. È tornato a casa orgoglioso per quella nota.»
La mano scivolò via lentamente e si portò dietro un brivido. Sentii un violento desiderio che mi toccasse ancora e mi resi conto che dovevo troncare quella conversazione immediatamente.
«Ne ha presa un’altra in francese» continuò. «Si vantava. “Prima i gay poi i neri”. Non si è espresso con questi termini naturalmente… Ha detto che entro le vacanze di Pasqua me ne porterà un’altra sugli ebrei.»
Rallentai involontariamente.
«Che cosa gli sta succedendo?» chiesi. Lei si fermò. La vidi passare il dorso di un dito sugli occhi.
«È colpa mia. Mi odia.»
«Ma perché?»
«Non le sente lei le voci? In aula professori? Tra i ragazzi?»
Certo che le sentivo. Non dissi niente. Poi decisi che non era un problema mio, perché faceva freddo, avevo fame e volevo tornare a casa.
«Ho la macchina lì» feci. Mi avviai e lei mi seguì. Cercai di allontanare la sensazione di essere una bestia, ma se la portava dietro lei, se la portava dentro, quell’accusa silenziosa.
«Vorrei… Le dispiacerebbe provare a parlarci?» disse in un singhiozzo, mentre pescavo le chiavi dell’auto nella tasca del giubbotto.
«In che senso?» svicolai senza guardarla. Se solo fossi uscito cinque minuti prima…
«Marco ha stima di lei. È l’unico professore di cui non parla male, l’unico che non disprezza.»
Mi bloccai col telecomando dell’auto verso lo sportello. Avevo la mano fredda, e d’istinto la rimisi in tasca.
«Signora, io posso anche farlo. Ma se ci sono problemi a casa, è a casa che dovete parlare.»
«Sì, sì certo. Infatti se lei… È proprio questo che… se lei potesse convincerlo… anzi, se potesse fargli capire che il dialogo… che parlare con me è…»
Si interruppe, tremando. Passò ancora la mano sugli occhi e strinse le labbra in silenzio per qualche istante, guardando altrove. Vidi in lontananza altri genitori allontanarsi. Cera anche una mia alunna insieme al padre. Non abbastanza lontani perché non ci puntassero addosso quei loro occhi aguzzi e vispi per rovistare nel buio del parcheggio.
«Suo padre» azzardai. «Marco ha provato a parlarci?»
La donna tornò a guardarmi. Gli occhi grigi e venati come il marmo lampeggiarono.
«Suo padre non vive con noi. Non lo sa?»
Strinsi gli occhi.
«No, non lo sapevo.»
Sorrise, amara.
«È strano. Lo sanno tutti.»
«Sono qui da pochi mesi.»
Ma non era vero. Sapevo che suo marito se n’era andato, sapevo perché, sentivo spesso, stonata su una bocca di insegnante, la parola greca che deliziava i ragazzi quando andavano a cercarla su internet, la parola che suo figlio aveva preferito tradurre pane al pane in classe, di fronte alla professoressa di francese.
Lei però abbassò gli occhi e decise di credermi.
«Mi scusi» disse.
«Comunque, se vuole proverò a…»
«Le andrebbe un caffè? Sto morendo di freddo.»
«Signora…»
«Francesca.»
Restai zitto.
«Guardi, è davvero tardi e io…»
«Il bar qui dietro l’angolo. Ci vuole un minuto. Le offro un caffè e smetto di tremare.»
Sorrise come una ragazzina. Passò un dito dall’aria delicata sotto alle narici e tirò su col naso. «Sono raffreddata.»
Le guardai la guance, arrossate sulla pelle di ceramica. Non poteva avere ancora quarant’anni e ne dimostrava dieci di meno.
Annuii con un sospiro e lei sorrise riconoscente. Arrivammo all’incrocio e svoltammo verso il bar. Mi guardavo intorno sentendo gli occhi da insetto di un intero quartiere puntati addosso.
Passammo di fronte alla fermata dell’autobus e vidi Amelia, congelata, in attesa. Il viso cambiava colore coi fanali e gli stop delle macchine ferme al semaforo, e mi domandai perché a quell’ora non fosse venuta a prenderla una Smart. Ma lei alzò gli occhi e ci fissammo mentre le passavamo accanto. Guardò la donna che era con me e piegò la testa di lato, un movimento geometrico da varano di Komodo.
Il freddo mi bloccò il respiro nei polmoni. Che stavo facendo?
«Oh no, è chiuso!» disse la madre di Marco e il cuore mi salì in gola. Mi rivolsi a lei dando le spalle ad Amelia. Era ancora a portata di orecchio, e cercai di parlare più piano possibile.
«Forse è meglio se viene al colloquio della mattina» le dissi. «Approfondiremo bene tutta la faccenda e…»
«Io abito qui» mi interruppe, a voce più alta. Mi poggiò la mano sull’avambraccio e avvertii un nuovo impulso elettrico, ma con l’altra indicò il condominio successivo. «Perché non sale un momento?»
Sentivo alle mie spalle quegli occhi azzurri forarmi la schiena, e poi il frastuono dell’autobus e il fischio dei freni alla fermata. Dopo un istante trovai il coraggio di voltarmi. Amelia non c’era più, l’autobus ripartiva.
«Non è davvero il caso che…»
«Solo un caffè. Non mi importa di quello che dicono i genitori e i compagni di Marco. Non mi importa di quello che pensano i professori. Non mi importa nemmeno di quello che pensa lei.»
Alle sue spalle, da una sala giochi più avanti sul marciapiede, uscirono tre ragazzi di scuola, la sezione B, forse, o la E, sullo stesso piano della mia terza. Ridevano forte, uno spinse l’altro, il terzo cominciò a cantare un coro di curva. Venivano nella nostra direzione.
«Mi importa solo di Marco» concluse Francesca. «Ne vuoi parlare con me?»
I tre ragazzi ci passarono accanto. Uno di loro mi riconobbe.
«Bella prof!»
Non risposi, nemmeno lo guardai. Gli altri due ci guardarono invece, e uno di loro, il bulletto col sorriso idiota che una volta aveva gridato a squarciagola nelle orecchie di una ragazzina down della classe accanto causandole una crisi epilettica, diede una gomitata all’altro mentre proseguivano oltre.
«Oooh… Ma l’hai vista chi è quella?»
«Col Carlini!» strillò sottovoce, isterico, quell’altro, mentre si massaggiava il braccio dove aveva preso la gomitata. Immaginai i cellulari che guizzavano fuori dalle tasche, i messaggi ai compagni, le foto su facebook. Una vampata di rabbia mi salì alla faccia e quasi scoprii i denti.
Ma lei se ne stava a occhi socchiusi, fissandomi, e la vidi alzare il mento come per mettere in luce il volto, che si vedesse bene. E pensai che almeno poteva negare, poteva battersi perché quelle voci non rovinassero la vita al figlio, poteva mentire. Ma non lo faceva. Non le importava.
E all’improvviso non importò più nemmeno a me, così le sorrisi e ci avviammo al suo portone insieme.

© Gianluca Wayne Palazzo

Il presente è il terzo di una serie di racconti ispirati al mondo della scuola. Chi volesse recuperare i precedenti li troverebbe qui sotto. Dello stesso autore, su Poetarum Silva, Fenomenologia del Nuntemove.