Giorno: 2 marzo 2016

I me medesimi n. 17: Remigio

Amsterdam, foto gm

Amsterdam, foto gm

Da casa esce alle sei. Un pacco di carte sotto al braccio. La moglie gli ha regalato un trolley ma lui non ha ancora avuto il tempo di aprirlo e riempirlo. Automobile, traffico. Detta nel viva voce un paio di lettere. Ascolta programmi radio del mattino. Suona il clacson forte ma senza cambiare espressione, né gridare. Alle otto è in studio. Molla il pacco di carte, lo divide in due. Una metà la mette sullo scaffale, l’altra se la tiene sulla scrivania. Va dalla segretaria, le dà la registrazione di quello che ha dettato in macchina e le chiede un caffè. Rilegge le carte sulla scrivania. Controlla due cose. Beve il caffè. Riprende le carte sotto il braccio e va in tribunale. Ha tre udienze, su due piani diversi. In una c’è da aspettare parecchio, lascia lì il suo praticante. Dice di mandargli un messaggio quando tocca a loro. Lui va al settimo piano. La controparte non è ancora arrivata. Il giudice lo chiama, Remigio entra e dice: signor giudice… Quello gli dice tornate fra mezz’ora, quando ci siete tutti. Torna al primo. Entra nella terza udienza, è in ritardo. Lì c’è un sacco di gente in piedi e un giudice che sgrida tutti. Entra e dice: devo oppormi, colleghi, signor giudice lo dica anche lei… Il giudice gli dice: ma lei chi è? Remigio si presenta, il giudice verbalizza e dice tornate tutti fra tre ore. Tutti guardano male Remigio. Torna di corsa al settimo piano, la controparte è arrivata. Entrano dal giudice e immediatamente si mettono tutti a urlare. Il giudice dice: la farò accompagnare dalla forza pubblica. Anche Remigio urla: signor giudice lo dica lei, lo dica lei! Gli altri hanno torto ma se lascia urlare solo loro poi finisce che il giudice per farli stare zitti gli dà il contentino e lui, Remigio, ci perde qualcosa. Allora deve urlare anche lui. Non sa bene cosa ma sa che certe volte si deve urlare e allora urla. Quando esce dalla stanza è passata più di un’ora. Ci sono quattro messaggi sul telefono. Due della segretaria, uno del praticante, uno della moglie. A quello della moglie non saprebbe cosa rispondere.

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Una frase lunga un libro #47: Catherine Lacey, Nessuno scompare davvero

Lacey

Una frase lunga un libro #47: Catherine Lacey, Nessuno scompare davvero, Sur, 2016, trad. Teresa Ciuffoletti, € 16,50; ebook € 9,99

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Ripiegai il mio letto improvvisato, riposi asciugamano e maglietta nello zaino e mi trascinai fuori dal capanno e scoprii che il rumore sconosciuto altro non era che il fruscio delle pecore nell’erba, ma quelle scapparono via, perché le pecore sono abbastanza furbe da non fidarsi di nessuno, tantomeno di chi dorme nei capanni e ne rispunta fuori carponi, e io non potevo certo biasimarle perché anch’io sarei fuggita se fossi stata una pecora invece che me stessa, e anzi alcune mattine, pur essendo me stessa, vorrei comunque essere una cosa che fugge lontano da me piuttosto che quella cosa cucita dentro di me per sempre.

Durante la lettura di Nessuno scompare davvero mi tornava spesso in mente, anzi si ripeteva e rimbalzava come una mantra, una frase di David Foster Wallace, da Infinity Jest (Einaudi, trad. Nesi, Giua, Villoresi) non perché Lacey mi ricordi il compianto Foster Wallace, ma perché quella frase è perfetta per descrivere Elyria, la protagonista del romanzo; la frase è questa: “Tra coloro che hanno un nucleo incrinato e gli altri, è come tra poveri e ricchi, è come la lotta di classe, si sa che ci sono dei poveri che ce la fanno ma la maggior parte no, non ce la fa, e dire a un malinconico che la felicità è una decisione, è come dire a un affamato che può sempre mangiare brioche.”

Elyria ha 28 anni, è sposata e vive a New York, un giorno senza dire niente a nessuno prende un volo per la Nuova Zelanda. Elyria ha un nucleo incrinato, ha dentro qualcosa che non va, uno squilibrio, una microfrattura, un solco interno che si allarga e poi si chiude, e poi si riallarga, o un bufalo, come lo chiama lei stessa, che spinge e la trascina via, e le fa respingere se stessa ancor prima del mondo. La protagonista di Lacey è perfetta per spiegare quel malessere che è quasi mai chiaro, nemmeno a chi di quel malessere è vittima. La cosa che non si spiega, la cosa che farebbe dire anche a chi ti conosce benissimo: “Se ne è andata, non lo avrei mai detto”. L’istante prima di andarsene via Elyria è sposata con un professore di matematica, lavora per la tv, non ha problemi economici, è figlia di una madre alcolizzata che ha l’aria di essere stata poco presente, una sorella adottiva che si è suicidata. La morte della sorella ha fatto sì che Elyria e suo marito si conoscessero e poi si amassero, anche lui ha una frattura interna, ma ci sono fratture e fratture.

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