Mese: marzo 2016

Su “Invettive e licenze” di Dario Bellezza, nel ventennale della sua morte

© Massimo Consoli

© Massimo Consoli

Il ventennale della scomparsa di un poeta come Dario Bellezza, alla luce della pubblicazione mondadoriana negli «Oscar» del 2015 di Tutte le poesie a cura di Roberto Deidier, ci porta oggi a omaggiare con una (ri)lettura critica la prima raccolta uscita nel 1971, Invettive e licenze (Garzanti), dopo i tre post dedicati ad altri libri usciti nel 2014, che trovate qui.
Ripercorrere la prima opera di Bellezza con un’indagine breve sui testi non è soltanto doveroso nel giorno di un anniversario così importante, ma è necessario e urgente per mettere in luce alcuni aspetti della sua poetica che attesterebbero la qualità della sua poesia in relazione alla poesia del suo tempo; ciò è detto non solo per comparazione ma nel desiderio di far emergere, se non altro in filigrana, e quindi anche attraverso alcune ipotesi intertestuali, la responsabilità poetica dei testi dell’autore in rapporto all’ambiente poetico-culturale del suo tempo. Tuttavia non potrà questa essere un’operazione esaustiva.
Per procedere sarà necessario guardare all’aspetto lessicale soprattutto, come chiave di accesso alle liriche di Invettive e licenze, aspetto non ancora sufficientemente affrontato dalla critica. Maria Borio ne ha dato un assaggio nel suo articolo Invettive e licenze e la poesia degli anni Settanta. Analisi di Il mare di soggettività sto perlustrando… di Dario Bellezza,1 in cui emergono numerosi aspetti d’interesse già richiamati altrove, tra cui: i legami storici con autori di riferimento della controcultura americana; il rinnovamento del maudit rimbaudiano; i legami con Dylan Thomas; la lontananza della poetica di Bellezza dalla concomitante Neoavanguardia e il superamento del materialismo del ‘68; la contemporaneità calata nella postmodernità. D’altro canto, il curatore Deidier ha esposto il corpus poetico di Bellezza a una lunga serie di rinvii alla letteratura europea (Bellezza è stato anche fine traduttore di Rimbaud e Bataille) e italiana che meriterebbero – e forse questo sta già avvenendo – uno studio approfondito e tenace dell’opera.
L’inevitabilità del discorso che si tenta perciò di fare vorrebbe evidenziare quello che per il 1971 non balzava agli occhi perché in corso, allargando la visione o restringendola, con una messa a fuoco, su quanto – e su chi – è stato più prossimo a Bellezza in quel tempo; i nomi sono soprattutto quattro, come la critica ha già saputo dirci: Elsa Morante, Anna Maria Ortese, Pier Paolo Pasolini e Amelia Rosselli. Per andare al “linguaggio” e al “lessico” di Invettive e licenze si tengono a latere quei nomi, concordando una nuova rilettura dei testi, alla ricerca di altre direzioni. Si parta dai due sostantivi del titolo che, in aggiunta ai citati, richiamano al maestro Sandro Penna, e alla sua raccolta Croce e delizia del 1958 per Longanesi. Ed è già Enzo Siciliano, in una recensione su «La Stampa» del 2 luglio 1971, a citare «il cantabile di Sandro Penna» aggiungendo: «Bellezza sa racchiudere in epigrammi di grazia ellenistica alcuni epigrammi di amorosa emozione». Così ‘facile’ e del tutto ‘non gratuito’ il legame penniano in Bellezza sin dal ’71, richiamato in molti versi e ad esempio in Anni e costellazioni investigati, vero dono a chiusura di quella prima raccolta, che la proporzione nei due titoli “croce : delizia = invettive : licenze” appare tanto manifesta e impossibile da non ri-cordare. Si aggiunga il fatto che Siciliano scriveva, in quella sede, anche di Raboni e della sua plaquette Economia della paura (Scheiwiller); data l’importanza del nome in accostamento, ciò aprirebbe ulteriori percorsi di indagine. (altro…)

Iniziare morendo: Dario Bellezza

Al capezzale dei giorni insieme vissutiDario Bellezza, Invettive e licenze (1971)
la memoria frenetica s’attacca: lieto
fine delle associazioni involontarie
e covate fino allo spasimo nel letto,
prima di depositarle sulla carta.

Così covo, sempre più sano ormai
dalle morti che ti minacciano, dalle croci
che ti crocifiggono, le mie inermi incertezze
che fingono il tuo mondo giacere
nella notte.

Maturo la scrittura, lo stile, il colpo
di mazza alla verità. Lenta invasione
del Paradiso nel tuo sepolcro dove
s’aggirano i mostri della mia diversità:
avversaria impotente della mia banalità.

Iniziare morendo: Dario Bellezza, la morte e lo spazio
(considerazioni a margine di Invettive e licenze)

12524403_10209017356899004_3275169697655511567_nL’ossessione per la morte pare essere il punto di partenza e l’inevitabile approdo della − più che nella − poesia di Dario Bellezza. Sin dagli esordi il limite estremo e invalicabile della morte ha la meglio sulla vita; vita che ben presto si traduce in vissuto, in sguardo verso il passato, a un tempo che non è mai stato paradisiaco ma pur sempre migliore del contemporaneo.
Bellezza manca volutamente l’appuntamento con la storia; e non lo manca alla maniera di Penna, perché in realtà quest’ultimo pone la storia a cornice (se non in poesia, sicuramente in prosa), bensì per narcisi­smo, perché Bellezza è totalmente prigioniero del suo specchio che è il suo mondo. Paradossalmente centra l’appuntamento con il futuro suo che è il nostro presente: la decadenza cantata nei suoi versi assomiglia più a noi che a lui e ai suoi deuteragonisti, a partire da quella che Deidier definisce «coazione all’eros»[1] e che dal curatore del mondadoriano “Oscar” è ascrivibile a una discendenza rimbaudiana, mossa critica che escluderebbe Penna da una presunta paternità (se non fosse che in Penna la presenza di Rimbaud non va mai esclusa aprioristicamente), con la palese intenzione, tutt’altro che deprecabile, di allontanare Bellezza da letture diventate cliché critici e facili etichette (non affatto diverse dal «fiore senza gambo visibile»[2] che tutt’ora pregiudica la lettura corretta della poesia di Penna).
La sessualità esibita, sbattuta crudamente in faccia al lettore non è altro che la via maestra per la distru­zione, scomposizione e decomposizione, dell’io in un gioco che è inevitabilmente barocco, perché va a colmare quel vuoto avvertito nello slegamento con la realtà: tardi arriva Bellezza rispetto all’onda della contestazione sessantottina che già si sta traducendo nell’ombra del terrorismo; troppo presto arriva per raccontare la deformazione egotica della società, o, per dirla meglio, viene meno al poeta la capacità di descrivere in termini critici, sociali, la trasformazione in atto. Ripiegato su sé stesso, Dario Bellezza narra l’autodistruzione evocata dalla presenza della morte e poi perseguita con le raccolte maggiori fino alla fine dei suoi giorni, senza trasformarsi in un novello Dorian Gray e ancor meno in un Andrea Sperelli del XX secolo, perché Bellezza sa giocare e condurre, almeno all’inizio, il gioco, prima di rimanerne inevitabil­mente prigioniero quando diventerà nel suo quotidiano il personaggio fino ad allora relegato nella teatra­lità della sua poesia. Semmai, e non so quanto io sia cosciente dell’azzardo in cui mi sto per infilare, c’è in questa distruzione dell’oggetto corpo (corpo fisico, e corpo poesia) qualcosa che lega Bellezza a Ton­delli: inseguono entrambi la morte nella scrittura, perché sono figli di un tempo che sta sgretolando quel senso della vita che la morale pubblica vorrebbe fondante. La maschera è tolta, pare dirci Bellezza in sostanza. (altro…)

Passaggi

Sono-innamorata-di-Pippa-Bacca-chiedimi-perche_referencePenso che abbia ancora senso ri-parlare oggi della morte di Giuseppina Pasqualino di Marineo, meglio conosciuta come Pippa Bacca, l’artista milanese violentata e uccisa il 31 marzo del 2008 durante una performance. È importante ricordare quei fatti, a otto anni di distanza, perché, alla luce di una dolorosa attualità, emerge il dubbio che il dibattito aperto nei giorni successivi al ritrovamento del suo cadavere possa aver rappresentato il prodromo, oserei dire linguistico, di una pratica mediatica,  via via consolidata, dell’accogliere certi eventi drammatici secondo un’etica di tutela sociale ai limiti del tribale. Mi riferisco a Valeria Solesin o Giulio Regeni o a casi simili, là dove il contorno mediatico si è sovrapposto al contorno reale. In tutti questi casi e altri simili, in carenza spesso non casuale di un dibattito sull’intero contesto, la lettura mediatica e pubblica si è concentrata sulla vittima e la sua predestinazione più che sul carnefice e i moventi (diretti o indiretti che fossero) che hanno causato quelle morti “evitabili”, perché culturalmente e socialmente prevedibili. Il cadavere dell’artista milanese, partita l’8 marzo del 2008 con un’altra compagna per un percorso in autostop che le avrebbe portate da Milano fino a Damasco vestite da sposa, verrà ritrovato 15 giorni dopo. Nei giorni successivi, sui quotidiani, social network (Facebook era agli esordi in Italia), blog, il dibattito si concentrò sulla prevedibilità di un esito di per sé evitabile alle origini e quindi “fastidioso” per una società che si è ritrovata a mobilitarsi per risolvere un inutile problema. L’essere “femmina” e l’essenza “femminile” del progetto stesso non potevano concedere molti alibi a chi “poteva rimanersene a casa sua“. (altro…)

I me medesimi 21: Chiara

Parigi, museo Rodin, foto gm

Parigi, museo Rodin, foto gm

Di lei ho saputo poco. Solo che si chiamava Chiara. Ci siamo incontrati una sera a un concerto. La calca della gente aveva sfregato i nostri corpi uno contro l’altro. Quando l’ho guardata in faccia mi ha sorriso. Tutto il viso le si illuminava quando sorrideva. Alla fine del concerto mi ha chiesto: tu cosa fai nella vita? Risposi: la prossima volta che ci vediamo te lo racconto. Ma io abito in un’altra città, replicò lei. Poi mi scrisse il suo numero di telefono sul braccio e se ne andò fra la folla.
Ci scrivemmo dei messaggi. Mi fece sapere che nel fine settimana sarebbe stata di nuovo dalle mie parti. Cercammo di combinare un incontro, lei mi sistemò nell’ultima mezz’ora prima di prendere il treno. Appuntamento alla stazione. Arrivai in ritardo di un quarto d’ora. Mi rimproverò ironica: ormai puoi giusto accompagnarmi al binario. Io balbettai qualche scusa e salimmo su di una scala mobile continuando a guardarci. Improvvisamente non mi veniva più in mente niente da dire. Restavo lì a guardarla sorridere, con tutto il viso che si illuminava.
Allora lei chiese: tu cosa fai nella vita? Voleva proprio sapere quella cosa lì, come l’altra volta. Sentii l’obiettivo di una cinepresa che si chiudeva su di noi. Mi parve che qualcosa nella luce scurisse. Iniziai schernendomi, poi, visto che tanto ero senza risorse, glielo dissi annoiandomi al suono delle parole che stavo pronunciando. Poi le chiesi: e tu? Non ricordo cosa rispose.
Ci trovammo di nuovo zitti, ormai davanti al vagone. Ancora non trovavo nulla da dire. Lei mi guardava sempre con quel sorriso ipnotico e gli occhi che pulsavano. Non so come mi venne l’idea di baciarla, ma così feci. Lei indietreggiò ridendo. Sei troppo in ritardo per baciarmi, disse sempre ridendo e salì sul treno. Io restai a guardarla attraverso il finestrino, lei si sedette e riprese a guardarmi come prima: luminosa e felina.
Il treno partì. Più tardi le scrissi di scusare la mia iniziativa e lei rispose che mi avrebbe rivisto volentieri. Pensai che niente era perduto ma la sera stessa andai a cena da amici e conobbi un’altra ragazza che mi diede un appuntamento per il sabato successivo. La settimana ricominciò, il giorno dopo, con un messaggio di Chiara al quale non trovai niente da rispondere. Non risposi e non ci furono più altri messaggi.
Qualche mese dopo, faceva già freddo, camminavo per un viottolo del centro nel silenzio del crepuscolo. Da metà della via mi accorsi che in fondo c’era una persona ferma in piedi. Niente di strano, tranne qualcosa di luminescente che avvolgeva la figura. Doveva avere una giacca bianca. Mentre mi avvicinavo la persona appariva e spariva dietro l’angolo in fondo alla strada. Dondola sui piedi, pensai. Una volta sull’angolo non la vidi più, poi mi sbatté addosso come mossa dalla forza precisa di un pendolo. Mi trovai con il viso di Chiara a una spanna dal mio.
Ci misi un attimo a realizzare. Lei mi guardava in silenzio, sempre luminosa, ma senza sorridere. Perché non hai risposto al messaggio? Mi disse con un tono incalzante. Ma tu che ci fai qui? replicai io. Non capivo come poteva realmente essere lì ad aspettarmi visto che non sapeva niente di me. Perché non hai risposto al messaggio? Ripeté e fece un passo verso di me. Indietreggiai. Sbattei gli occhi ma non riuscivo a sfuggire a quella luminosità. In quel preciso momento il mio cuore si smarrì, mi sembrò di scivolare.
Perché non hai risposto al messaggio? Sentii ripetere un’altra volta mentre il mio piede inciampava in una grata di ferro e mi faceva cadere all’indietro nella penombra di un androne. Sentii un forte gracchiare, come il grido di un uccello notturno, prima di atterrare su di una spalla. Alzai lo sguardo in una frazione di secondo, il tempo di riprendermi dalla sorpresa, e mi trovai a fissare la lampada arancione di un lampione. Signore, tutto bene? Accorse il custode dello stabile e mi aiutò a rimettermi in piedi. Cercavo con gli occhi intorno ma la strada era ormai deserta.
Passarono altri giorni, al messaggio non risposi più.

© Paolo Triulzi

sito dell’autore: PaoloTriulzi

Una frase lunga un libro #51: Rita Indiana, I gatti non hanno nome

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Una frase lunga un libro #51: Rita Indiana, I gatti non hanno nome, NN editore 2016,  € 16,00, ebook € 7,99; traduzione di Vittoria Martinetto

*

È un mese che vado avanti così. Tutti i giorni, dopo aver chiuso la clinica, mi dirigo verso casa accumulando nomi e una volta arrivata li annoto tutti e ne aggiungo qualcuno in più. A volte, quando vado a dormire, il ronzio di tutti quei nomi, sussurrati da una voce che non è la mia, mi culla come fossi nella pancia di una grande nave. Quando chiudo gli occhi, il mormorio aumenta e disegna figura geometriche all’interno delle mie palpebre. E avanti così finché non mi addormento e sogno di aver trovato il nome, ma il gatto è morto o è scomparso e io cammino lungo una strada molto affollata, cercando un supermercato dove in cambio del nome del gatto mi diano un servizio di piatti da quarantaquattro pezzi.

Questo passaggio lo leggiamo nelle prime pagine del libro, ma è senza dubbio un passaggio chiave. Infatti, se non mostra del tutto il senso della storia, molto dice del modo in cui la storia ci verrà raccontata. Rita Indiana, giovane scrittrice caraibica, scrive così, come da dentro un sogno, come se ogni parola fosse accompagnata da una musica, da un ritmo segreto eppure riconoscibile; quello che viene chiesto al lettore, da subito, è di seguire quel ritmo, di adeguarsi. Leggere I gatti non hanno nome somiglia un po’ a ballare, somiglia un po’ a quando ti lasci andare al concerto del tuo gruppo preferito. Il ritmo di Indiana fa pensare alla gioia, anche se tutta gioia non è. La prosa Indiana, lo vediamo nelle brevi frasi che descrivono il sogno, è divertente e originale. Ironica e teatrale, piena di risata e tragedia, come sanno esserlo i caraibici e, in altro modo, i napoletani. Qualcosa del genere l’avevo trovata nel libro bellissimo di qualche anno fa,  La breve favolosa vita di Oscar Wao, di Junot Diaz (Mondadori, 2009  trad. di Silvia Pareschi), libro vincitore del Premio Pulitzer, se pensiamo al ritmo e al modo a volte grottesco, assurdo e commovente in cui i dominicani vivono le situazioni ordinarie o straordinarie, come se la capacità di gestire, manifestare o sopportare la follia fosse propria del loro DNA. Diaz scriveva, naturalmente, una storia molto diversa ma solo apparentemente più complessa. Indiana è più diretta e leggera, ma se vuoi seguirla devi ballare il ballo che avevi imparato con Diaz.

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Croma k, collana di poesia italiana contemporanea diretta da Ivan Schiavone, “Oèdipus edizioni”

Due anticipazioni della nuova collana di poesia italiana contemporanea diretta da Ivan Schiavone

Croma k, Oèdipus edizioni

Lorenzo Durante, Quarantore, Croma k 1, 2016

Vincenzo Frungillo, Le pause della serie evolutiva, Croma k 2, 2016

di Alessandro Morino, "qui tutto è distanza,"

di Alessandro Morino,
“qui tutto è distanza,”

Croma K 1 cròmo– e –cròmo (o –cromo) [dal gr. χρῶμα «colore»]. – Primo e secondo elemento di parole composte in cui significa «colore», «colorazione», «sostanza colorante, pigmento» e sim. 2 cròma s. f. [dal lat. chroma «colore (della pelle); intervallo musicale d’un semitono»]. – Figura musicale di durata equivalente alla metà d’una semiminima, cioè a un ottavo di semibreve; ha forma uguale a quella della semiminima ma con l’aggiunta di una codetta (♪). 3 chromakey (o chroma-key) s. ingl. (propr. «chiave cromatica»; pl. chromakeys), usato in ital. al masch. – 1. Nella televisione a colori, particolare tecnica che consente di far apparire sugli schermi televisivi un intarsio con immagini (scritte, disegni, luoghi o persone reali) diverse da quelle riprese dalla telecamera, ottenuto disponendo nello sfondo uno o più pannelli di un colore al quale il sistema di ripresa non sia sensibile, e sovrapponendo la scena, resa così incompleta, alle altre immagini registrate in precedenza o riprese contemporaneamente da altre telecamere. 2. estens. L’effetto ottenuto con tale tecnica. 4 komak (30’-DV-2002) Docu-fiction fantascientifica sul mondo dei rave-party. Ha visto la partecipazione di Alberto Grifi e Michele Canosa.

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“Neve, cane, piede” di Claudio Morandini. Recensione

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Claudio Morandini, Neve, cane, piede, Roma, ExOrma edizioni, 2015, € 13.00

Non ci può essere dubbio sull’ambientazione del nuovo romanzo di Claudio Morandini uscito a fine 2015 per i tipi di ExOrma: Neve, cane, piede mette infatti davanti al lettore, sin dalla copertina e dal titolo soprattutto, un luogo, un protagonista − uno dei due − e una misura. La scelta di tre sostantivi è − infatti− determinante nella narrazione: circoscrive da subito tre elementi cruciali della storia, sapientemente collocati in questa lista-titolo che ‘parla’; si può infatti e ci si deve arrovellare su queste tre parole da due sillabe ciascuna, perché l’intera opera è costruita su ‘un passo’, su un ‘dosaggio’ molto attento della parola come unità di misura. La parola romanzesca, ma verrebbe da dire anche poetica, perché è la poesia come genere a richiedere di più a chi scrive e a chi legge, in termini di misura dello spazio e del tempo. Claudio Morandini lo sa, sa (ri)cercare la corretta e più consona dimensione in cui la parola possa raccontare, in cui il suo protagonista Adelmo Farandola possa muoversi con agilità; tra le montagne − dove la neve trova sede, trova casa − anche lui e il suo cane parlante seguono un ritmo, quello delle stagioni, dell’immobilità, di un isolamento che detta le forme del vivere. Lui, che porta un nome e cognome che, insieme, uniscono “nobiltà, protezione e danza”. Ma la primavera muta ogni situazione, e il ritrovamento di un “uomo morto” (ancora due sillabe per ciascuna parola) a seguito di una valanga, spariglia le carte; un particolare colpisce allora nella narrazione: “la gamba nuda”.

Giorno dopo giorno, anche la neve più ostinata si ritrae lurida, finisce in ruscelli nervosi che sprofondano a valle. Ora la gamba del morto è tutta scoperta fino all’inguine, e nuda e grigia oscilla all’aria. A metà coscia finalmente i intravedono lacerti di stoffa, brandelli di pantalone fradicio. La forza della valanga deve aver spogliato quella gamba, deve aver proiettato chissà dove la scarpa e il calzettone. La gamba contratta tentenna simile a un tronco di albero giovane. Le formiche la percorrono instancabili, per tutto il giorno.
− Fa pensare eh? − dice il cane, che fissa imbambolato quell’arto.
− A cosa?
− Alla vita, che ne so.
− Quella cosa non è viva.
− No, appunto, ma proprio per questo… No, va be’, lascia perdere  sbuffa il cane.

Ed è così, con un rovesciamento di ruoli che amplifica la personificazione canina, che ci ritroviamo di fronte a una riflessione in cui “vita-viva” (ancora bisillabe) presentificano una condizione che è anche narrativa.
Adelmo Farandola − per ammissione di Claudio Morandini − vive in uno spazio simile a quello in cui si ambienta In solitaria, uno dei racconti di Questo Natale, rubrica che ha trovato spazio negli scorsi mesi su questo blog: l’ironia, la caricatura, il grottesco che troviamo in Neve, cane, piede sono anche quelli di Ippolito Paracchi e delle figure che lo circondano, della situazione in cui sono calati. Ma c’è di più: un tono vagamente surreale che caratterizza entrambe le vicende, come un sottile strato di pellicola ad avvolgere la dimensione della realtà; si tratta di uno strato che separa il reale da ciò che non lo è, la visione del mondo del lettore da quella di Farandola e del cane. E per vicinanza ‘semantica’ ma anche di senso in questo discorso critico, un’interposizione di questo genere può ricordare, per molti versi, La prima neve di Andrea Segre, in cui la parola “neve” è chiave, è significante. Ma soprattutto: è dentro quello strato, è ‘lì’ che accade la ‘levità’, altra cifra della ‘misura’ narrativa di Morandini, levità che appunto non è “leggerezza” ma “delicatezza e grazia”, un dono per chi sa raccontare.

© Alessandra Trevisan

Tiziana Marini, Lo scatto della lucertola. Lettura di Plinio Perilli

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Celebrazione provvisoria del personaggio-donna. Tiziana Marini, poetessa concreta e immaginaria, quotidiana e astrale.

di Plinio Perilli

La lucertola cui Tiziana Marini dedica il titolo del suo ultimo libro, ovviamente (Lo scatto della lucertola, La Vita Felice, Milano, 2016), è sia concreta che immaginaria, quotidiana e astrale come tutta o quasi la sua poesia.  Niente male per un’autrice capace in soli quattro versi di raccontarci come dall’interno il senso stesso dei miti, antichi o di sempre fa lo stesso:

Migrazione di sogni dagli orli verde-notte.
Piange la Chioma di Berenice
piange stelle tra i rami
dove i nidi fuggono in cerca della luna.

Cabale o invocazioni, trasmutazioni di sorta – Tiziana esce sempre dal Tempo, perché tutto l’immaiuscola e lo contiene, angelico e terrestre come le elegie omeopatiche con cui Rilke si curava, umbratile e innalzato:

Dov’è caduto l’angelo?
Dove cadde la speranza?
Una macchia d’asfalto, l’ombra del cielo
fra le sillabe del bene.

Ricordo ora quasi con tenerezza la prima volta che ci accingemmo a dar veste e lustro editoriale alle “poesie” puntigliose e dolci di Tiziana. Lei scriveva, impennava o carezzava i suoi versi tutti a stampatello (cfr. Solo l’anima vede, Pagine, Roma, 2011) – sì,  proprio come il parlato dei fumetti, e insieme, i titoli strillati d’un giornale, i messaggi cadenzati della pubblicità, se vogliamo anche il dialogo capzioso ed epocale dei quadri appunto di Roy Lichtenstein:

TUTTO AMO DI ME
ANCHE IL DOLORE
SE DIVIDESSI L’IDEALE
DALLA MIA REALTÀ.
E NON NE SON CAPACE,
SOLO PER QUESTO SAREI DIVERSA
E INACCETTABILE AI MIEI OCCHI.
UN IO FELICE
NON GENERA SPERANZA.

Ricordo le facce, più che divertite, turbate delle redattrici editoriali, mentre si accingevano all’opera. Le loro domande leziose (il lezio è una merce abbondante in letteratura, specie oggigiorno): “Ma allora i titoli come dobbiamo metterli? Sempre in maiuscolo o in maiuscoletto? (altro…)

“Pasque: sigillo di un engagement”. Su Andrea Zanzotto (di Renzo Favaron)

Serpente

Disegno di Renzo Favaron

“Pasque: sigillo di un engagement”

di Renzo Favaron

Come ha ben evidenziato Stefano Agosti, Pasque (Milano, Mondadori, 1973) non introduce un tema nuovo nella già cospicua varietà di motivi presenti in tutta l’opera precedente di Zanzotto. Tuttavia, al di là di un richiamo che affonda le sue radici in Dietro il paesaggio, dove sono introdotti alcuni nuclei paradigmatici (la ripresa su uno sfondo sacramentale già istituito della passione di Cristo e i riti della germinazione e della veglia) che riaffioreranno più tardi in immagini più martoriate e sempre più espressione di un universo ctonio, Pasque si configura in termini innovativi soprattutto sotto il profilo della deflagrazione grammaticale, già inaugurato con la Beltà, segnando, a sua volta, una svolta più decisiva nel consolidare un sistema di composizione che non appare più soltanto percussivo, ma anche diffusivo, e che dimostra addirittura una certa affinità con il discorso musicale più prossimo alla dodecafonia. In effetti, gli elementi che compongono la pagina scritta non si congiungono in serie armoniche proporzionate e convenientemente intervallate, ma sono organizzati in una sequenza intermittente di scatti fonico-ritmici che trasbordano dai modi usuali di segnare e combinare accordi e nessi tonali, per dare vita a una partitura che si costituisce in un rapporto con la realtà capace di accogliere tutte le modulazioni e qualità sonore in esso presenti; non solo, come è stato più volte sottolineato, ha luogo in Pasque il passaggio tecnico dal monologo alla polifonia (per altro già nelle IX Ecloghe alla voce monologante si alternava il dialogo), ma si assiste altresì a un’ulteriore variazione nella tessitura dell’ordito poetico, dal momento che la dislocazione dei versi procede sulla scorta di un continuo sbocciare e scoppiare, per quanto sia altrettanto evidente l’operare di una forza che esercita un ferreo controllo nell’ordinare il magma composito scaturito dalle ripetute deflagrazioni verbali. Lo stesso Zanzotto asserisce che lo spessore polifonico e polidisfonico della poesia si riversa nella messa in scena del luogo-lingua e, contemporaneamente, nel suo essere, in quanto testo, “potenziale sovrapposizione di tutto su tutto”; in questo senso la poesia di Pasque si snoda tralasciando qualsiasi forma sequenziale, costituendosi anzi come contrappunto di voci che esprimono ciascuna una speciale melodia, dove appunto i molteplici elementi trasposti sul testo si dispongono seguendo una “mobilità pendolare” che gravita nell’ambito di “un punto onnivoro”, ossia esigendo un riscontro sincronico sul piano sia spaziale che temporale. L’esempio di Pasque a Pieve di Soligo è forse quello più significativo nel rendere conto di una simile operazione poetica: nella poesia in questione l’autore recupera infatti una forma di componimento in cui le iniziali dei periodi di versi si succedono in modo da formare dei nomi, ciascuno dei quali designa l’avvio di un’azione che in sincronia si giustappone alle altre senza trapasso, come se si trattasse di un frammento che va a comporre un eterogeneo collage. Lungi dal prendere le forme di un discorso dialetticamente risolto, il lavoro di Zanzotto risulta strutturato da mille pointillés, o incrinature entro cui si apre il discorso delle letture, degli avvicinamenti, i quali, a ben guardare, una volta avviati sulla strada di un possibile incontro, di un sospirato imbattersi tra loro, assumono all’improvviso direzioni opposte, divaricanti, come di punti di fuga. (altro…)

I poeti della domenica #58: Rocco Scotellaro, La città mi uccide

scotellaro-poetarum

LA CITTÀ MI UCCIDE

I

Datemi pure da mangiare il pane della questua
nero indurito, ho tanta voglia di lavorare.
Si sono mangiati i miei calcagni
queste strade d’asfalto dure a pestare.
Era nel vento una pioggia di piccoli prezzi
sulle immobili merci delle vetrine.
Sfolgorava sui cartelloni gente
che usciva quella volta dall’incognito
e io che minuzzavo alacremente
la cronaca viola dei miei passi perduti.
Oh stanco appendermi lo sguardo
alle luci al neon infinite,
donare il mio corpo a chi lo vuole
può mettersi a stare manichino.
Sentite furie: alberghi e panifici
e padroni che muovete questa ruota
orrenda che ci stride sulle carni,
ditte, navigatori, capitani sentite:
eccovela la testa del mercenario
accalappiata nel vostro frustone,
desidero anch’io il mio posto in città,
lì dove i giornali declamano
le guerriglie della civiltà.
Mi avete inutile respinto
ad alloggiare nelle ville
accanto agl’immondi vespasiani
e la notte mi bastonano i ladri
le prostitute mi sputano addosso.
Gerusalemme, Gerusalemme.
I porci hanno invaso gli ulivi
sotto la luna lontana
la moda ha trovato il suo posto
nei templi sontuosi.
Bari, Napoli, Roma, Milano
i fiori, gli uccelli, la donna
qui si comprano
e noi si cammina con la mano al cuore
perché a forza potrebbero rubarlo. (altro…)

I poeti della domenica #57: Vincenzo Cardarelli, Marzo

dal sito del quotidiano Avvenire

dal sito del quotidiano Avvenire

MARZO

Oggi la primavera
è un vino effervescente.
Spumeggia il primo verde
sui grandi olmi fioriti a ciuffi
dove il germe cade
come diffusa pioggia.
Fra i rami onusti e prodighi
un cardellino becca.
Verdi persiane squillano
su rosse facciate
che il chiaro allegro vento
di marzo pulisce.
Tutto è color di prato.
Anche l’edera è illusa,
la borraccina è più verde
sui vecchi tronchi immemori
che non hanno stagione,
lungo i ruderi ombrosi e macilenti
cui pur rinnova marzo il grave manto.
Scossa da un fiato immenso
la città vive un giorno
d’umori campestri.
Ebbra la primavera
corre nel sangue.

© Vincenzo Cardarelli, Marzo in Poesie, Milano, Mondadori, 1942.

Tomas Tranströmer, Arcate romaniche

Per ricordare oggi, a un anno dalla morte, Tomas Tranströmer

Arcate romaniche

Dentro la chiesa romanica maestosa si accalcavano i turisti nella semioscurità.
Volta spalancata dietro volta e nessuna visione d’insieme.
Qualche fiammella di candela tremolava.
Un angelo senza volto mi abbracciò
e mi sussurrò per tutto il corpo:
“Non ti vergognare d’essere umano, sii fiero!
Dentro di te si apre volta dietro volta all’infinito.
Mai giungerai al termine, e le cose stanno così come devono stare.”
Ero accecato dalle lacrime
e fui ammassato fuori sulla piazza bollente di sole
insieme a Mr e Mrs Jones, a Herr Tanaka e alla signora Sabatini
e dentro tutti loro si apriva volta dietro volta all’infinito.

Tomas Tranströmer
(Traduzione di Anna Maria Curci. Un ringraziamento vivissimo va a Daniele Orlando per la lettura critica della traduzione)

 

Romanska bågar

Inne i den väldiga romanska kyrkan trängdes turisterna i halvmörket.
Valv gapande bakom valv och ingen överblick.
Några ljuslågor fladdrade.
En ängel utan ansikte omfamnade mig
och viskade genom hela kroppen:
”Skäms inte för att du är människa, var stolt!
Inne i dig öppnar sig valv bakom valv oändligt.
Du blir aldrig färdig, och det är som det skall.”
Jag var blind av tårar
och föstes ut på den solsjudande piazzan
tillsammans med Mr och Mrs Jones, Herr Tanaka och Signora Sabatini
och inne i dem alla öppnade sig valv bakom valv oändligt.

 

Tomas Tranströmer, da: För levande och döda, Bonnier, Stoccolma 1989

 

 

Tomas Tranströmer legge Romanska bågar