Altri dischi #1: Kyuss, Wretch (di Ciro Bertini)

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Kyuss, Wretch, 1991, Dali Records

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Primo capitolo di una tetralogia che ha inventato, definito i canoni, portato ai massimi livelli e condannato a morte il cosiddetto stoner rock, dicendo tutto quanto era possibile dire sul genere. Prendete il metal granitico dei Black Sabbath, l’acid-rock cupo e ossessivo dei Blue Cheer, l’industrial violento ed epilettico dei Chrome e lasciate macerare il composto sulla sabbia rovente del deserto californiano. A plasmare il tutto, quattro musicisti poco più che ragazzini eppure artefici di un sound tra i più catastrofici, esasperanti e coriacei di sempre, capace di bombardare l’ascoltatore con una serie impressionante e stordente di riff senza tregua. La macchina triturasassi di Brant Bjork e Nick Oliveri, il canto animalesco di John Garcia e la monumentale, incendiaria chitarra di Josh Homme procedono inarrestabili con la cadenza di un cingolato fuori controllo, mosso da nient’altro se non dall’urgenza di spingere l’hard-rock ai limiti estremi, in un territorio dove nessuno ha mai osato avventurarsi, fino a stabilire un punto di non ritorno, a partire dal quale nulla potrà più essere come prima. La tempesta di sabbia che si scatena in Hwy 74 può già considerarsi l’archetipo del suono Kyuss: barbarico delirio strumentale e canto maniacale, tanto beffardo nella strofa quanto lancinante nel ritornello. L’accelerazione improvvisa di Son of a Bitch è una scossa sismica che squarcia una danza woodoo, mentre i repentini cambi di tempo di The Law agitano, squassano e ricompongono continuamente un’ipnotica, apocalittica orgia infernale, forse il capolavoro dell’album. La cadenza ubriaca e muscolare di Black Widow smorza momentaneamente i toni per lasciare spazio ad un assolo abrasivo, in cui le chitarre si rincorrono, si istigano a vicenda, si azzuffano, fino a quando il ritmo prende nuovamente il sopravvento e la voce di Garcia torna a intonare la sua rassegnata cantilena. In mezzo a tanto baccano, trovano anche spazio – non guastando ma anzi bilanciando l’equilibrio del disco – il divertissement di Katzenjammer e il conclusivo space-rock marziale di Stage III. A dire la verità, non è tanto la qualità dei brani a trionfare (Isolation è la sorella gemella di Love has passed me by, il riff di I’m not suona come una variante malriuscita di quello di The Law, mentre il blues di Big Bikes è di fatto la copia di Backdoor Man dei Doors, che già fu di Willie Dixon), ma la tensione costante che li attraversa, l’esecuzione al cardiopalma, l’assalto continuo e testardo di una macchina lanciata a tutta velocità e che non conosce ostacoli. Non il miglior disco dei Kyuss, eppure, per quanto più maturi e quindi ancor più minacciosi, i successivi Blues for the Red Sun e Welcome to Sky Valley non faranno che affinare quanto Garcia e compagni hanno qui dichiarato. Beginning of What’s About to Happen recita il sottotitolo di Hwy 74, e mai profezia si è rivelata più veritiera per definire un canzoniere che contiene già tutti gli elementi distintivi di un nuovo genere, un vademecum con cui i tanti gruppi a venire dovranno necessariamente confrontarsi, non riuscendo però ad aggiungere nulla rispetto a quanto ribadito con incredibile potenza in queste undici, bellissime tracce.

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© Ciro Bertini

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