Giorno: 28 febbraio 2016

I poeti della domenica #50. Dacia Maraini, Teatro in cantina

maraini-poetarum

TEATRO IN CANTINA

Quante giornate passate al chiuso
seduta su una panca magra e sbilenca
dentro un cappotto troppo corto,
col copione fra le dita intirizzite
a ripetere e fare ripetere
le parole del mistero e della finzione!
Quanti pomeriggi bui davanti a una
stufa a gas, i capelli pieni di polvere,
i piedi ghiacciati, a ripetere e
fare ripetere le parole della rovina!
Ci interrompevano per uscire, infreddati,
ridendo, entravano nella pizzeria accanto,
compravano pezzi di pollo fritto,
bevevano il vino in bicchieri di carta cerata
e dopo venti minuti, mezz’ora eravamo
di nuovo al lavoro, il gas intanto era finito,
si sentiva un rumore di topi dietro il tramezzo.
Quante ore ho passato a ripetere e
fare ripetere le parole dell’incombenza!
Si potesse imparare cosa si fa
mentre lo si fa, con lucidità e certezza!
Si potesse capire di che malattia
siamo malati e perché moriamo,
pur stando bene, dentro sacchi di plastica
trasparente, simili a delle patate o
a dei sedani che marciscono sul banco
di un negozio deserto, sotto un sole stregato.
I temi della morte e dell’onore sono
perduti, le grandi visioni storiche
sono diventate presuntuose e ridicole,
non ci restano che strozzate storie particolari,
la comicità come un limone che si ficca
in bocca al maiale, agro e pallido.
Ogni disperazione è riso e il ridere
fa disperare. Quante giornate passate
a ripetere e fare ripetere con appassionata
noia le parole euforiche di un destino
artificiale! Quante giornate stolte,
quante ore dolorose in cui ho dovuto
battermi con fantasmi orgogliosi e crudeli!
Quante giornate nere di vecchiaia precoce!
Ho perduto mille volte il coraggio e
mille volte l’ho ritrovato, di notte,
in mezzo a sogni furfanteschi e giulivi.
Quante volte mi sono cadute le palpebre
dentro il palmo delle mani annerite,
e sono diventata miope a furia di scrutare
il vuoto in cerca di un segno di ambigua certezza,
dentro gli occhi angelicati dei miei
cerimoniosi attori incapaci di scandalo e d’amore.

Giugno 1970

Dacia Maraini, Teatro in cantina, in Fare teatro, materiali, testi, interviste, Milano, Bompiani, 1974.

Franco Dionesalvi, Mario Luzi. Un Ricordo

Mario Luzi

(la foto potrebbe essere soggetta a copyright)

 

 

Quando seppi della sua scomparsa, la prima cosa che pensai fu che così non avrebbe letto la mia ultima lettera, quella in cui gli proponevo di aderire al Forum dei Saperi che si sarebbe tenuto di lì a qualche mese all’università della Calabria. Lettere rigorosamente scritte a mano: era il suo modo prediletto di comunicare, anche in un tempo in cui già quasi nessuno lo usava più.
Mario Luzi lo conobbi da studente, a Firenze. Abitava in via Bellariva, dalle sue finestre si scorgeva l’Arno. Viveva in un appartamento strapieno di libri, che una governante gli teneva in ordine; per spostarsi, prendeva l’autobus. La prima volta andai da lui insieme a Raffaele De Luca (poeta cosentino, che sarebbe morto a quarant’anni), che mi raggiungeva da Pisa per le nostre scorribande a caccia di poeti. Luzi però era diverso da tutti gli altri. Non diceva niente di particolare, non faceva nulla di eclatante. Ma… come dire… era sereno! Non c’era verso di coinvolgerlo nei discorsi su questo poeta e quest’altro, che pure rappresenta il passatempo preferito fra i letterati. In tutto quello che diceva, appariva animato da un nobile antico pudore. Ma con semplicità. E soprattutto con una grande mitezza. Era possibile intrattenersi con lui anche sulle vicende della vita cittadina, della politica. Interveniva, partecipava, era informato. Ma avevi la sensazione che fosse costantemente immerso in un dialogo con altri interlocutori, in una dimensione altra. Da cui la realtà che scorre si può guardare con pacatezza; non con distacco, ma senza le vampate della passione, senza l’egoità, senza il narcisismo dell’autoaffermazione.
Mi consigliò, una volta, di leggere Corbière. «Ci si ritroverà – mi diceva – come lei ama alternare registri diversi.» In tanti possono dire di aver conosciuto Luzi, non si sottraeva agli incontri. Ma comunella non fece mai con nessuno.
La sua poesia, inizialmente ermetica, ben presto si era aperta in un canto limpido e terso. Poesia di una costante interrogazione; che però non era mossa da alcuna ansia di rispondere. Il suo era piuttosto un procedere socratico, in cui tante voci discettavano del senso, dell’incedere, del cammino. Nel magma è stato forse il suo capolavoro, laddove i fumi della contemporaneità si scomponevano e ricomponevano in uno sguardo infine silente, intriso di religiosità.
Ricordo la prima del Purgatorio dei Magazzini Criminali. Quando si misurò con una trascrizione teatrale della cantica di Dante, scritta per la messinscena di uno dei migliori e più radicali gruppi del panorama della sperimentazione teatrale italiana dell’epoca. Cantica di Dante che così naturalmente andava componendosi insieme ai suoi versi, in una interpretazione in chiave di attesa, “il tempo lava la mente”, che è poi dire tutta la nostra vita. E comparve lui, il poeta in scena, a declamare alcuni versi, a offrire il suo stesso corpo all’ineffabile sofferenza della poesia.
Anche negli ultimi mesi della sua esistenza, chiamato a ricoprire il ruolo di senatore a vita, è stato poeta. Ossia, in spregio alle regole del linguaggio delle mediazioni e dei compromessi, sempre a servire la verità, a cercare incessantemente, a pronunciare parole di verità. Ben sapendo che la verità vera è oltre le parole; ma che il poeta ha il dovere di cercarla, di approssimarsi sino al silenzio e alla fine.
Quando appresi della sua morte mi dispiacque, per la perdita. Ma ebbi anche la nitida sensazione che niente era stato strappato: che l’opera era completa, tutto si era compiuto. Frattanto – cosa inusuale per le tradizioni climatiche della mia città – fuori dalla finestra mille fiocchi di neve scendevano dal cielo. Così scrissi, rigorosamente a penna su un foglio di carta: «Vai, Luzi, grandissimo poeta, che la bianca neve ti accompagni.»

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© Franco Dionesalvi

I poeti della domenica #49: Mario Luzi, Tre poesie

Ottone Rosai, ritratto di Mario Luzi (Archivio Vieusseux)

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Incontro

Non è amore, ma mi tenta ancora
questa strada rimasta sconosciuta
da me a te, da me agli altri. Incontro
anni al piede degli alberi, anni e bacche
cadute e dai crocicchi
una setta di foglie
striscianti o alzate a volo. Desideri
e pene fanno ressa nella mischia
e io vi passo in mezzo e gelo.

.                                                    Il tempo,
dici, compie la mia opera,
lacera il vello dei viali, accende
il rogo. Vana sono divenuta,
ombra che muta luogo nella fiamma
della morte perpetua. E tu chi sei,
una persona vera o uno spirito
che torna in sogno a questa volta?

.                                                              Vedimi:
resto di tanti o pochi anni passati,
sono mutata di fanciulla in madre
e una madre anche vinta tiene fede,
sta salda o finge sulla terra
ché il figlio deve apprendere la vita
e suggere dal campo, anche sfiorito.
Questa fatica non avrà mai fine.

Il vento che disvia di rovo in rovo
la palla e imbroglia i giuochi del bambino,
le braci sparse; e tu che ora parlavi
taci… è un istante della nostra vita.

Il sole ormai raccoglie le sue luci
sulla soglia del cielo, a poco a poco
n’esce ed ancora il vento non ha requie.
Dove resiste ancora un po’ di luce
rossa soffiata tra le cime, turbina
qualche foglia, s’aggiunge alla sua schiera.
Non altro; e l’ora dice che si deve
riprendere ciascuno il suo cammino
in questa tratta d’anime e di spoglie.
Mi precedi, non sai se veramente
c’è una lanterna anche su questa notte.

[da Onore del vero]

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