Giorno: 26 febbraio 2016

TRAVERSI 2016 a Treviso. A cura di Marco Scarpa

Locandina Traversi 2016

Riparte la rassegna di poesia Traversi per cinque incontri, uno al mese da febbraio a giugno 2016, che si terranno a TRA Treviso Ricerca Arte a Treviso. La volontà è sempre la stessa: far conoscere a più persone possibili quanto la poesia contemporanea possa e riesca a parlare a tutti. Per tentare questo ripartiamo con le nostre certezze e qualche novità. Incontri con autori tra i più noti della poesia italiana e autori meno noti ma con un grandissimo potenziale e un occhio particolare alla presentazione orale dei propri versi.
La poesia può avere diverse sfaccettature e differenti linguaggi e con questo nuovo ciclo di incontri vogliamo approfondire questo aspetto. Poeti più classici, lirici accanto a poeti più performativi e poeti che hanno saputo veicolare la poesia attraverso più forme. Siate curiosi e lasciate una possibilità alla poesia.

La rassegna è a cura di Marco Scarpa. Maggiori info qui.

Calendario:

– Ven. 26.02 ore 20.45 / Alessandra Racca + Ramon Trinca

– Ven. 11.03 ore 21.30 / Giulio Casale

– Ven. 22.04 ore 20.45 / Franco Arminio

– Ven. 27.05 ore 20.45 / Silvia Bre e Klaus Miser

– Ven. 17.06 ore 20.45 / Milo De Angelis


									

Riletti per voi #8. Era mio padre, Franz Krauspenhaar

era mio padre

“Lo vedo tornare indietro, il costume nero, i capelli ancor più attaccati al cranio, la pelle abbronzata, il suo Rolex d’oro a luccicare nel sole del pomeriggio, il suo solito sorriso dolcemente enigmatico; per me è un dio, è un idolo, è Nettuno. Junghianamente, il padre è l’idolo invincibile, e quando muore, così è per tutti, se ne va un grosso pezzo di mondo, il pezzo corazzato a qualsiasi urto del destino. Quell’uomo affascinante che veniva fuori dalle onde della magnifica Tonnara col suo passo muscoloso era il mio dio, e io non potevo che credere in lui: nella sua possanza, nella ragione delle sue parole, nella sua saggezza che esprimeva anche nei gesti. Il figlio accetta di non discutere il padre non per imposizione, ma per imposizione dell’idolo che è in lui. E ucciderlo davvero, quest’idolo, è affare che può durare una vita. Ma va fatto; io credo che l’idolo vada finalmente abbattuto per centrare meglio se stessi, e superare quell’inevitabile complesso d’inferiorità che ci sommerge a volte come una maledizione.”
Confrontarsi con il proprio padre significa scoprirsi, ed è una scoperta vertiginosa e sconvolgente, non i protagonisti della propria vita, ma semplicemente i deuterantagonisti, dei comprimari del protagonista, della figura paterna che ha determinato quello che siamo e dalla quale dipendiamo per essere quel che saremo da adulti (perché sentirsi adulti è un lavoro mai compiuto, come sentirsi uomini). Se la voce del padre ha risposto alla domanda: “Papà, che macchina è?”, se i suoi occhi ci hanno guardato, se il suo sguardo severo o bonario si è posato su di noi, allora noi, quei bambini che siamo stati, potremo diventare a nostra volta qualcosa, qualcuno, a prezzo però di dover combattere nel e contro l’esempio paterno che agisce dentro di noi; viceversa, se quello sguardo non si è mai posato, non saremo niente e dovremo rinascere a noi stessi per continuare a vivere. Nell’uno e nell’altro caso esistere significa ingaggiare un corpo a corpo amoroso e mortale con l’ombra che accompagna il nostro cammino, con chi ci ha indicato la strada, anche quando non lo ha fatto e forse ancor di più, senza che noi avessimo potuto chiederglielo. Il padre è ciò da cui proveniamo, è il peso più grande, ed è ciò a cui torniamo, il più delle volte senza saperlo e senza volerlo consciamente, perché le maledizioni e le colpe dei padri, come gli esempi, ricadono sui figli e questa è una verità difficilmente smentibile.
Il romanzo Era mio padre di Franz Krauspenhaar (Fazi, 2008) si confronta in un’anamnesi personale e familiare, in cui l’autore si pone a cuore aperto verso il lettore sfidandolo a seguirlo fino al termine del suo viaggio, con il groviglio irrisolto che ogni padre è nella vita del figlio. E questo groviglio è reso con una scrittura densa con passaggi di una chiarezza cristallina, anche se il più delle volte la scrittura sembra sull’orlo di collassare in un’imprecazione, in un’invettiva, in un urlo e sicuramente in questo bilico del dire la scrittura di Krauspenhaar offre la sua cifra più peculiare e affascinante: al tempo stesso potente e precisa.
Il libro è un continuo tornare alla memoria paterna (il passato è passato, si dice. Come si può credere a una idiozia del genere? Il passato è qui, ora, perché noi siamo passato, noi siamo il passato, il passato passa all’esterno ma rimane nel nostro interno notte – e notte – giorno e notte; il passato ci sveglia nei sogni.), a questo padre finito troppo presto, ma in maniera né memorialistica né elegiaca, ma spietata,di un amore spietato, che si riconosce tale nel porre la verità davanti a tutto, nel sottrarre i ricordi al fumo dolce ma stordente dell’oblio. Ma è soprattutto un ritrovare se stesso da parte dell’autore attraverso il confronto serrato con ciò che il padre è stato e ha rappresentato nella vita, quasi che, risalendo la corrente del tempo e del divenire, attraverso la figura paterna, gli eventi che essa ha attraversato – in particolare la seconda guerra mondiale, in cui l’autore quasi si identifica con il padre combattente, pur cogliendone la distanza e in parte sentendosi inadeguato al confronto, e l’immediato dopoguerra di fame e di speranza, e oltre ancora, nella figura del nonno tedesco dei Sudeti, mai conosciuto, fino ad arrivare all’etimologia del cognome e delle sue origini – si potesse trovare un filo, una ragion d’essere, una radice che possa giustificare quell’irripetibile casualità che lo scrittore sente di essere (A volte penso che quel pomeriggio tu e la mamma avreste potuto fare qualcos’altro, rimandare. Potevi farti una sega, Karlo, ma a pensarci bene: perché darsi all’autoerotismo quando si ha a disposizione una donna che ti ama?). Attraverso l’inseguirsi reciproco del tempo della memoria, del tempo della vita e del tempo della scrittura, quasi in una spirale ctonia, il protagonista autore narratore ingaggia un corpo a corpo con la sua esistenza presente (In questo alveo svuotato che è il mio adesso), il senso del suo stare al mondo, il senso stesso della scrittura e della sua vocazione di scrittore, la memoria personale e paterna. È come se padre e figlio si rubassero la scena, in un dramma a due in cui comprimari sono le altre figure familiari che fungono quasi da coro rispetto al dramma o, come nel caso del fratello Stefano – al tempo stesso doppio del fratello scrittore e del padre suicida, ma anche irriducibile ai due – anticipassero il finale tragico del libro. Sembra quasi che il figlio per affermarsi debba continuamente sovrapporre la sua vita a quella del padre, per coglierne analogia e differenze, per capire, infine, se l’esistenza che si trova in sorte valga fino in fondo la pena di essere vissuta. Se valga la pena di essere vissuta e scritta in un’estate milanese afosa e plumbea che cede il passo ad un autunno di scrittura e di anamnesi dolente e lucida, in cui i giorni trascorrono uguali e implacabili, dove le ombre del passato e i fantasmi del presente, sotto forma di donne, amici, familiari, luoghi, riti solitari si presentano per un redde rationem definitivo. Per scoprire, in ultimo, che il padre, la distanza che ci separa da lui, è l’unità di misura in base alla quale misuriamo noi stessi e il mondo e, percorrere la distanza che il padre stesso è, superarla attraverso un libro o attraverso un altro percorso, uccidere simbolicamente il proprio padre, è l’unico modo per rimanere autenticamente fedeli alla sua figura, al rito che ci legava a lui come al nostro idolo; la domanda continuamente posta dall’autore da bambino al padre: Papà, che macchina è?

© Francesco Filia

Questo articolo è apparso su Nellocchiodelpavone il 10 giugno 2012

Maria Giudice: nella storia e nella ‘memoria’ di Goliarda Sapienza

1 - maria giudice

(© Archivio Sapienza-Pellegrino)

Maria Giudice è stata una figura cruciale per la storia del Novecento: socialista, tra le prime sindacaliste e proto-femministe italiane (ed europee), giornalista, attivista dall’eccezionale vitalità e dinamicità, Giudice era una ‘donna atipica’ per la sua contemporaneità, in grado di dedicare il proprio sé agli altri con innata generosità. La sua forza – politica e culturale insieme – emersa nelle battaglie per i diritti dei lavoratori socialisti e in difesa delle lavoratrici, nei dibattiti e negli scioperi che l’hanno più volte condotta in carcere, è stata oggetto di studio negli ultimi vent’anni non soltanto da parte della storia contemporanea: la narrazione della sua vicenda, che attraversa due secoli e gli anni che vanno dal Ventennio al 1953 (in cui è morta) è anche al centro dell’opera della figlia Goliarda Sapienza, come vedremo.
Vi sono almeno tre punti di partenza che aiutano a mettere in luce l’importanza di Maria Giudice nel panorama della prima metà del secolo scorso: il racconto storico ‘su di lei’, i suoi ‘testi politici’ e la memoria che Sapienza ha tenuto in vita non solo nei romanzi ma anche nei Taccuini degli ultimi anni, che sviscerano peculiarità importanti e, fino ad oggi, poco considerate altrove, aprendo così a un’indagine diversa.
La biografia di Giudice è stata puntualmente tracciata da Giovanna Providenti, biografa di Sapienza, sia in La porta è aperta. Vita di Goliarda Sapienza (Catania, Villaggio Maori, 2010) sia in un articolo apparso nel 2007 su «Noi Donne», i cui contenuti sono frutto di un’elaborazione di fonti provenienti dalle monografie a cura di Vittorio Poma, Una maestra fra i socialisti. L’itinerario politico di Maria Giudice (Bari, Laterza, 1991), e Jole Calapso, Una donna intransigente. Vita di Maria Giudice (Palermo, Sellerio, 1996). Vale la pena di riprendere i tratti salienti della biografia anche qui citando, ai fini di questo discorso, almeno un paio di scritti di Giudice che testimoniano l’incorruttibilità del suo pensiero e la tenuta dello stesso nel tempo.
Figlia del reduce garibaldino Ernesto e di Ernesta Bernini, Maria era nata a Codevilla, in provincia di Pavia, il 27 aprile 1880; maestra elementare e compagna dell’anarchico Carlo Civardi morto in guerra nel ’17, ha attraversato i primi vent’anni del Novecento con un doppio ruolo: quello di ‘donna d’azione’ e ‘donna di parola’. Nel 1902 si avvicinerà al socialismo grazie a Ernesto Majocchi, collaborando con lui al periodico «L’Uomo che ride»; nel 1903 diventerà segretaria della Camera del Lavoro di Voghera e, subito dopo, per volere del partito, responsabile dell’organizzazione camerale a Borgo S. Donnino presso Parma. In quel periodo verrà segnalata dalla questura per l’attività di propaganda e per le manifestazioni pubbliche; finirà ben presto in carcere a causa di un articolo pubblicato su «La parola ai lavoratori», in cui affronta un episodio tragico per l’epoca con estrema criticità: l’eccidio di Torre Annunziata. Incinta del primo figlio di Civardi – con cui non fu mai sposata –, sceglierà di partorire da esule in Svizzera, restandovi per quindici mesi. Conoscerà lì Lenin e Angelica Balabanoff, con cui fonderà «La difesa delle lavoratrici»; tra le due nascerà anche una forte amicizia che continuerà fino alla morte di Giudice (Balabanoff ne scrive in La mia vita di rivoluzionaria del ’79). «Eva» e il quindicinale «Su Compagne!» sono tra gli esempi di riviste femminili in cui Maria esprimerà il suo personale punto di vista su temi che riguardano la vita intima delle donne. Ciò sarà testimoniato poi nei romanzi del “ciclo autobiografico” di Goliarda Sapienza, in cui Maria sarà la madre capace di trasmettere alla figlia alcuni rudimenti che riguardano la sessualità femminile e il rapporto con l’altro sesso. La precocità delle sue idee è notevole per l’epoca; in tutt’altra chiave e forse in termini comparatistici – anche per vicinanza anagrafica –, l’approccio diretto di Giudice può dirsi simile a quello di Sibilla Aleramo, che nei primi anni del Novecento sarà impegnata come giornalista e attivista in molti giornali femminili.
Di quel periodo è tuttavia importante La nostra idea, in cui Giudice spiegherà quel “socialismo umanitario” di cui sarà ‘portatrice’ per tutta la vita:

distruggiamo il disagio economico, creando l’uguaglianza economica […] Noi sappiamo che l’ingegno umano va sempre inventando nuove macchine destinate a sostituire l’uomo nei mestieri meno nobili e più faticosi, ora esse e non sempre dappertutto vengono adottate, perché, dato il sistema attuale della proprietà privata dove le macchine sono solo a disposizione ed a tutto beneficio di pochi privilegiati, ciò non riesce sempre né facile né utile al capitalista, ma riuscirebbe facilissimo e sommamente utile l’applicarle in un ambiente collettivo, ove le macchine diventerebbero proprietà di tutti quanti i lavoratori e la scienza, che riceverebbe allora maggiore impulso della nuova società, ne inventerebbe sempre delle nuove, talché esse verrebbero a sostituire l’uomo nei mestieri più bassi e faticosi, ne sarebbe tanto lontano il tempo nel quale l’uomo sì nell’agricoltura che nell’industria, diventerebbe un semplice direttore di macchine.
E così noi avremo messo la natura in perfetto accordo con la scienza […]
Rimarrebbe l’altra questione, quella della vanità, per cui ciascuno cercherebbe per ambizione personale di darsi ad una professione piuttosto che ad un mestiere, ma se questo fatto può avvenire oggi, in una società che bada più all’apparenza che alla sostanza, scomparirebbe all’orquando gli uomini sarebbero giudicati a seconda di quello che sanno fare e non alla stregua dei titoli che portano.
È vero, oggi noi, per una falsa educazione avuta siamo usi a trattare con molto più riguardo un avvocato, un ingegnere, che non un falegname od un contadino, spesse volte si dia il caso di persone esperte nel proprio lavoro e di un titolato che non vale un’acca; da qui il disprezzo generale per tutti i mestieri. Ma se per mezzo di un’educazione più seria e più giusta ci si abituerà a considerare del pari (come d’altronde si è già cominciato a fare) il lavoratore delle braccia come quello della penna ed a dare valore tanto al falegname che sa fare un bel tavolo, quanto al pittore che ci dipinge un bel quadro o al letterato che scrive un bel libro, a giudicare insomma le persone, non dai titoli che portano, ma da quello che sanno fare, vedranno ciascuno scegliersi quel mestiere o quell’arte, o quella professione alla quale potrebbe dedicarsi, con maggiore profitto, ben sapendo che altrimenti non glie ne deriverebbe che del danno.

(altro…)