Giorno: 19 febbraio 2016

Daniele Mencarelli, Storia d’amore

MENCARELLI_STORIA_DAMORE

Daniele Mencarelli, poesie da Storia d’amore, Lietocolle, 2015

 

Didascalia:

La scena si comporrà in un paese di provincia romana, nell’anno millenovecentonovantadue.
Gabriele è il primo attore, anni sedici, di carattere malamente vitale, rabbioso e disincantato, sofferente, inconsapevole testimone della grandezza. Svezzato alle droghe sintetiche, le consuma assieme agli amici venerati, in loro si riflette, s’illude d’essergli davvero simile, ma nessuno di quelli che gli è attorno si schianta sulle cose quanto lui. Gli amici, pronti a ogni esperimento, trasformeranno la comunanza in rancore, la gelosia in violenza, quando Gabriele mostrerà il suo volto spogliato, vero.
Anna sarà l’agente ignara, la fiamma avvicinata all’esplosivo, di bellezza semplice e vertiginosa, porterà nella vita di Gabriele un segno sconosciuto, sorprendente, un rovescio d’interrogativi. Forza umana, stellare.
E Gabriele, alla fine, a un passo dal significato, darà forma alla sua scomparsa, diventerà egli stesso interrogativo, per Anna, che rimarrà per sempre accanto alla sua assenza.
Altri attori appariranno, ma mai nessuno è riuscito veramente a descriverne il profilo.

 

Undici Ottobre Millenovecentonovantadue

Undici Ottobre novantadue
sedici gli anni appena scoppiati
mille i cazzotti mille i baci
strappati dalle labbra di un paese
sgranato passo dopo passo,
senza mai soddisfarla veramente
questa fame infelice
questo desiderio cane di carne e vita
di voglie ubriache sempre in festa.
Non arriverà il sonno ma una perdita di sensi
un corpo sfinito che s’arrende
a qualcosa dentro di feroce.

 

Nostro parco giochi è questa piazza
un letto comodo la villa comunale
siamo proprietari di un paese
che conosce i nostri nomi uno a uno,
tu zingaro tu sbandato
io figlio di puttana,
è la qualità dei giochi a farci noti
ferocia compressa dentro scherzi
finiti nel pianto e nella storia.
Dai paesi vicini come pellegrini
arrivano ragazzi solo per sapere
di quel motorino aliante mancato
scaraventato giù da un sesto piano
o delle nostre comete impazzite
pagnotte intrise d’ogni liquame
in volo fino allo schianto calcolato
sui vecchi in tondo a briscolare.
Ogni bocca delle nostre
aggiunge al racconto il suo dettaglio
mentre ammirazione mista a risa
cresce negli occhi di chi ascolta,
poi solo ridere, che dannato ridere.

Le giostre spuntate sui parcheggi
altro non sono che una grazia
l’archivio d’interi pomeriggi
in attesa che qualche materasso
non metta fine a questa noia,
tu inchiodata sempre all’angolo
mentre io con la mia banda
da tagadà a macchina a scontro
al punchingball che ci racconta
non così forti come pensavamo,
poi ti vedo quasi vergognandoti
raggiungere i calcinculo e lì rimani
come aspettandoti qualcosa,
e sia si salga sulla giostra
ma solo per poterti lanciare in aria
senza che reato si commetta.
E tu voli leggerissima,
da impaurire lo zingaro giostraio
così alta da far voltare tutti,
a ogni giro ti prendo e ti rilancio
sempre più forte sempre più alto,
tu astronauta silenziosa
chissà quale terrore starai vedendo,
invece come un tuono inaspettato
oltre la musica scoppia una risata
infinita di una nota sconosciuta,
quando ti volti per guardarmi
io che intanto ti prendo per rilanciarti
scopro quanto enorme sai sorridere
e quel neo al centro esatto della palpebra
quando ad occhi chiusi chiedi ancora di girare,
io che in tasca non arrivo a millelire.

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Gli undici addii #2: “Ricreazione”, di Gianluca Wayne Palazzo

cover_Ricreazione

Eleonora finì di tracciare l’ultima sottolineatura con l’evidenziatore giallo, poi tolse il righello che aveva usato da base e osservò soddisfatta l’impatto grafico della linea, perfettamente sovrapposta a quella rosa subito sotto. Un boato grossolano attraversò la porta dell’aula insieme ai soliti quattro imbecilli che correvano dietro a una palla di stagnola e mulinavano calci sul pavimento lercio di briciole di pizza e appiccicoso dei succhi rovesciati. Era solo metà ricreazione e la professoressa Bergamotta aveva già perso il controllo della classe.
Forse aveva ragione suo padre. Forse avrebbe dovuto cambiare sezione l’anno precedente, meglio ancora in prima media. La terza G era l’evoluzione esponenziale degli scricchiolii che si registravano fin dal primo anno, e della mancanza di coraggio del consiglio di classe di bocciare chi bisognava bocciare.
Eleonora osservò con disappunto la sbavatura dell’evidenziatore sul bordo del righello. Detestava dover scegliere fra una riga dritta e un righello sporco. Per quanto stesse attenta c’erano le tracce del giallo, del rosa e dell’azzurro. A proposito, l’evidenziatore azzurro era quasi scarico. Doveva ricordarsi di passare in cartoleria.
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