Giorno: 17 febbraio 2016

I me medesimi n. 15: Saverio

Venezia, Santa Marta, foto gm

Venezia, Santa Marta, foto gm

Saverio esce di casa. Si veste, stringe bene il nodo della cravatta, si fa un caffè e scende le scale. Puntuale Saverio, attraversa l’atrio del condominio sempre alla stessa ora. Stringe la valigetta e allaccia un bottone della giacca. Fa un cenno con la mano al custode, seduto dietro al vetro a leggere un giornale. Dice ‘ngiorno, alla moglie del custode che spazza il pavimento lì in giro o prima, in cortile.

Sul portone di casa Saverio si ferma un secondo, guarda a destra e a sinistra poi prende deciso a sinistra. La strada per l’ufficio. Ma prima si arresta un secondo sul portone e guarda di qua e di là, ogni mattina, quasi sovrappensiero. In qualche modo Saverio sa di avere sulla schiena gli occhi del custode, sa che la moglie del custode raddrizza per un attimo la schiena e lo guarda e aspetta che lui, sul portone, si fermi a guardare di qua e di là prima di avviarsi. Poi tutto riparte tranquillo, come se niente fosse perché niente è stato, infatti.

Fatta una decina di metri Saverio rallenta, fa un sospiro e raggiunge la metropolitana. Non è già più la strada del lavoro. Saverio fa cinque o sei fermate e risale in superficie. All’angolo di una grande piazza situata sulla circonvallazione della città c’è questo bar. È grande, avrà quasi sette vetrine. Ci sono i tavolini, le macchinette per vincere o perdere i soldi, il tabaccaio, la macchinetta per giocare la schedina e le varie lotterie. Quando ci arriva Saverio ordina un cappuccino, si siede e apre il giornale.

I baristi lo conoscono e lui fa sempre con loro due parole. Quelli si divertono a vederlo arrivare ogni mattina come un impiegato qualsiasi per poi non andarsene più fino a sera. Saverio infatti il lavoro non ce l’ha più. Perché non se ne sta a casa allora? Ma poi, il custode che non lo vede più uscire puntuale tutte le mattine cosa direbbe?

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Una frase lunga un libro #45: Ana Paula Maia, Di uomini e bestie

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Una frase lunga un libro #45: Ana Paula Maia, Di uomini e bestie, La Nuova Frontiera, 2016, traduzione di Marika Marinello, € 14,50

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Negli occhi del ruminante, sebbene sempre insondabili, si era dissipata tutta la nebbia e il buio. Era la sua stessa immagine quella che aveva davanti a sé, riflessa negli occhi della vacca, poco prima di morire. L’immagine della bestia. Quotidianamente è se stesso che vede quando ammazza, dato che ha imparato a guardare attraverso la foschia che cala negli occhi dell’animale.

Mentre leggevo Di uomini e bestie di Ana Paula Maia mi tornavano in mente con forza lacerante (passatemi il termine) molte poesie di Ivano Ferrari, quelle di Macello e quelle di La morte moglie (libri editi entrambi da Einaudi). Ivano Ferrari è uno dei più bravi poeti italiani e ha raccontato soprattutto in Macello, con poesie dure e luminose, la vita e la morte nel mattatoio, chi la prende e chi la dà, il rapporto tra uomo e bestia, con versi come questi: «La mia pelle ripulita e triste / il cuore glabro / il colorito bluastro / bene, io sono quello /  che stabilisce la commestibilità / dei vostri miasmatici cibi.»; o come questi: «La carne morta rivive / nella sua grande miseria / col vento che riporta gli odori /  ad  un ordine sparso. / La carne morta è ricamata / da quelle sinuose presenze / che gli altri chiamano larve.». I versi di Ferrari sono di una disarmante lucidità e mostrano il dolore, la desolazione, la debolezza dell’animale e il potere dell’uomo, ben tratteggiano le nostre miserie, viste all’interno di un Macello. Ana Paula Maia ha scritto un romanzo incredibile, durissimo. Efficace e intenso proprio come le poesie di Ferrari, vediamo perché.

Un mattatoio in un posto isolato, una forte presenza della natura, un fiume che negli anni è cambiato di spessore, elementi e colore. Perché l’acqua si adegua e dal mattatoio assorbe e ciò che assorbe rende. Una fabbrica di hamburger poco distante e altre che ne verranno. Il sole sorge e tramonta sopra le vacche, mai sulle stesse. Le bestie e gli uomini. Uomini di poche parole e nessuno svago, uomini che vengono da altri posti, altri lavori, sembrano reduci, forse lo sono. Uomini col destino segnato, con troppo destino da gestire. Uomini che fanno il proprio lavoro. Ana Paula Maia fa una prima divisione, quella tra uomini e uomini, quella è possibile. I miseri che aspettano gli scarti di carne per poter avere qualcosa da mangiare, disposti a umiliarsi per un pezzo di carne, per fame; i miserabili, quelli che all’interno del mattatoio danno la morte con compiacimento, con crudeltà, uccidono sorridendo. Maia salva i primi, fino alla fine, condanna i secondi già dalle prime pagine. L’assassino non ha scampo. Poi ci sono gli uomini come il protagonista, Edgar Wilson, che arriva da un passato che somiglia a un incubo e ha un sogno soltanto: smettere di uccidere vacche per uccidere maiali. Edgar che sa di essere un assassino, conosce la sua miseria e quella degli uomini, sa – e la frase che ho scelto dal romanzo ce lo mostra – che nel pozzo profondo che c’è dietro gli occhi di una bestia c’è uno specchio dove si riflette un’altra bestia, egli stesso. Edgar sa questo e fa il proprio – orribile – lavoro di storditore con precisione, lui sa come procurare nelle bestie la minor sofferenza possibile, è il suo codice, ed è la sua maniera di stare al mondo, sa che questo non salverà né lui né le bestie, ma sa che ci sarà una morte meno dolorosa.

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