Giorno: 13 febbraio 2016

proSabato: Lalla Romano, Gli ospiti. Racconto

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Gli ospiti

Abitavo in un’altissima casa grigia di quindici piani, con piccoli appartamenti e nel mezzo una grande scala. Avevo deciso di uccidere un uomo, che abitava pure nella casa; io e lui eravamo i soli coinquilini. Portai un fucile da caccia in una piccola stanza in solaio e andai a prelevare l’uomo. Quest’uomo non aveva faccia. Gli esposi il mio progetto e lo invitai a seguirmi: egli non faceva obiezioni. Appena fummo su, la stanza cominciò a riempirsi di una strana nebbia bianca. Cercavo l’arma ma non riuscivo a trovarla, mentre l’uomo senza faccia era seduto su un sofà in un angolo. La nebbia si faceva sempre più fitta. Decisi di fuggire e infilai, invece della porta, la finestra. Appena fuori mi accorsi che la casa non era di quindici piani, ma di uno solo. Mi trovavo in uno sconfinato prato. Era notte; il cielo era pieno di stelle e le lucciole vagavano fra l’erba alta. Sempre più preso dal terrore mi misi a correre attraverso il prato, finché giunsi a una villetta antica con un cancello di ferro battuto. Entrai in una grande stanza dal soffitto a volta, con un tavolo rotondo in mezzo. Alcuni gravi vecchioni con baffi e barba stavano fabbricando aquiloni di carta colorata. Mi meravigliai vedendo che ero atteso. I vecchioni mi corsero incontro facendomi molte feste e invitandomi a rimanere con loro: mi avrebbero fatto preparare un letto sul balcone. Per la stanza erano sparsi molti grossi libri; sdraiato per terra, provai a leggerne uno. I libri stampati a caratteri enormi, con due o tre parole ogni pagina. Non li leggevo veramente, ma ciò che era narrato si ripeteva intorno a me. Entrò nella stanza un altro vecchio. Aveva la testa appuntita con un ciuffo di capelli bianchi in cima, e una barbetta pure bianca. Teneva in mano dei nastri viola, e si mise a tenderli all’ingiro, da una parte all’altra della stanza, in silenzio. Atterrito da quei nastri, mi diedi alla fuga per la porta della cantina. Mi trovai in uno stretto corridoio di pietra, poco illuminato da una luce verde. Camminai a lungo per molti corridoi simili a quello. Ogni tanto incontravo una porta fatta di sbarre di ferro, che si apriva da sola al mio passaggio. Finalmente, in un corridoio un po’ più grande, vidi venire verso di me l’uomo che io volevo uccidere, insieme a una signora luccicante di gioielli e al vecchio dei nastri. Questi teneva in mano una lanterna accesa che non faceva luce, ma aveva solo il colore della luce. Domandai a loro dove mi trovassi. Risposero che quella era la loro casa. Se volevo mangiare mi accomodassi pure in sala da pranzo, e mi indicarono una delle solite porte di ferro. Entrai e mi trovai in una stanza nuda, senza nulla che ricordasse una sala da pranzo. La porta non era più di ferro, ma di legno bullettato. La spinsi. Era chiusa. Per uno spioncino guardai fuori. Tutto era buio.

© Lalla Romano, in Le metamorfosi, Torino, Einaudi, 1951.