Giorno: 12 febbraio 2016

Maria Borio, Vite unite (di Pier Francesco De Iulio)

Dodicesimo-quaderno-italiano

Maria Borio, Vite unite, in Dodicesimo quaderno italiano, Marcos y Marcos, 2015

Nota di lettura di Pier Francesco De Iulio

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Nelle poesie raccolte sotto il titolo Vite unite — pubblicate recentemente nel XII Quaderno di poesia italiana contemporanea di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, 2015) con la prefazione di Emmanuela Tandello — Maria Borio ci reca testimonianza di una personale esperienza di vita e nel medesimo tempo di una forte tensione ideale, del suo farsi espressione del tempo e del mondo. Attraverso scarti diacronici e improvvise ricadute nel presente, entrambe partecipano alla costruzione di una realtà multidimensionale, a tratti quasi onirica. Una geometrica complessità che si percepisce soltanto andando oltre la superficie degli eventi e delle immagini che descrive, il significato primo delle parole, la linearità di soltanto apparenti semplificazioni. È uno sforzo di attenzione e dedizione quello che questi versi chiedono al lettore, così come sempre accade quando siamo di fronte al vero in poesia, alla sua implicita richiesta di identificazione e partecipazione.

La poesia di Maria Borio è precisa, netta. Non concede nulla o quasi alla parola fuori tono. L’attenzione alla forma e alla misura del verso è altissima. Tutto ruota intorno a un gioco di rimandi tra gerarchie di mondi paralleli e soggettività fittizie — perfino intercambiabili — dove l’“io” e il “tu” dialoganti si riconoscono, singolarmente (mai compiutamente) o in un “noi” (mai interamente compiuto), soltanto facendosi corpo, gravandosi del peso — o della leggerezza — delle cose, dei nomi che rimandano ad altre cose, ad altri nomi, esprimendo sempre un senso ultimo ma mai definitivo.

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Dove «non c’è posto per la letteratura come gioco»… di Paolo Steffan

Corruptio-optimi-pessima-Antonio-Turolo

Dove «non c’è posto per la letteratura come gioco»…
Una privata lettura della poesia di Turolo
di Paolo Steffan

Da circa un secolo esiste un aggettivo, attualissimo e pregnante, che ci facilita di molto la comunicazione di un sentimento di frequente sotteso a molte opere di genio a noi vicine: “kafkiano”. Me lo ha evocato il secondo verso della terza lirica nell’opera prima di un eccellente poeta:

Direi che non è bello neanche se
asettiche zelanti operatrici
si installano fin dentro casa tua[1]

Sono figure che sentiamo brulicare dietro le grigie quinte del teatro psichico e finemente antropologico di Corruptio optimi pessima di Antonio Turolo. La loro identità ci sfugge:

Sorridono amichevoli, però
non danno mai il numero di casa
o il nome vero[2]

La loro esistenza è per noi un transito, concreto ma mai del tutto chiaro: le operatrici hanno la consistenza impalpabile ma onnipresente di un castello kafkiano e, come kafkiane inservienti, sono fuggenti ed enigmatiche; la loro mansione è di inafferrabile e pur capitale importanza, è loro il ruolo di “rimetterci in sesto”, per farci rientrare nell’ordine superiore dell’umano mercato: ci fanno infatti rientrare «nel ciclo produttivo del sociale», definizione che più di tutte ci fa bruciare dentro ‒ urticante fin dal primo contatto ‒ il vuoto pieno di un’inappartenenza ancor più alienante della stessa malattia mentale, con la quale è quasi inevitabile più volte misurarsi nelle nostre biografie ritmate dal trantran occidentale.

Dalla riabilitazione costante da un trauma che non possiamo toccare del tutto, ma che intuiamo di continuo, è solcata l’intera raccolta di Turolo, che ci fa entrare nel suo tema ossessivo: dice bene Giulio Mozzi nella prefazione, quando arguisce che non vi sia vera narrazione, vera “storia”, ma che le poesie di Turolo sembrano «raccontare, tutte e ciascuna, sempre la stessa storia, sempre lo stesso evento di volta in volta vestito di un abito aneddotico diverso».[3] Ed è proprio questo uno dei fattori di sorprendente grandezza di Corruptio optimi pessima: perché vi è un talento esemplare nel rendere necessaria ogni tessera di questo detto e ridetto senza mai sembrare che, di fondo, l’aneddoto sia davvero lo stesso. È come con l’esaurimento nervoso, che un giorno come violento crampo ti logora l’interno, ti stringe al petto e giù nel ventre fin dentro le budella, ti toglie l’equilibrio, in uno spasimo di paura che pare non finire: e dopo quel primo giorno, l’esperienza si ripete e ripete eguale, per mesi, ma tu ‒ di dentro ‒ la vivi ogni giorno come nuova, con la stessa paura della prima volta. E così accade a voltare ogni pagina di questo libro che ‒ ripetendo la stessa ossessione con lievi sbilanciamenti “aneddotici” ‒ è nuovo a ogni fondamentale sua pagina. (altro…)