Una frase lunga un libro #44: Alessandro Bertante, Gli ultimi ragazzi del secolo

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Una frase lunga un libro #44: Alessandro Bertante, Gli ultimi ragazzi del secolo, Giunti, 2016, € 16,00. ebook € 9,99

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Abbiamo trascurato ogni memoria, anche quelle più recenti, così drammatiche e crudeli che parevano impossibili da rimuovere. Siamo riusciti a dimenticare la nostra guerra, l’irriducibilità dei nostri crimini, pensando, nonostante o forse grazie a questa ignoranza, di avere una risposta a ogni domanda. Seduti sul divano davanti al televisore, ci siamo illusi di avere capito dove nasce l’odio, di conoscere il motivo per cui viene stuprata una donna o ammazzato un vicino di casa, ci siamo illusi di possedere la giusta chiave d’interpretazione per ogni crimine, di guardare il mondo da un punto di vista superiore, di essere superiori per diritto di nascita. E adesso non sappiamo più dove ficcare la testa.

Siamo nati tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta. Nati da generazioni che avevano visto qualcosa, avevano visto morte e distruzione, avevano visto le cose rinascere, avevano creduto che le cose stessero rinascendo. Nati da generazioni che avevano creduto che quello che stava arrivando non era tutto, che si poteva cambiarlo, che si poteva fare politica, che si poteva lottare, che fosse giusto rivendicare i diritti, combattere per la libertà. La generazione precedente la nostra, gran parte di quella, era pronta, o credeva di esserlo, a sovvertire il sistema, il resto era pronta a passare ore in fabbrica e in ufficio per assicurarsi un futuro, per assicurarcelo. Siamo nati col culo al sicuro, lo abbiamo creduto e questa è una delle nostre condanne. Leggo Gli ultimi ragazzi del secolo consapevole di essere uno di questi, e, mentre le pagine scivolano sotto i miei occhi a una rapidità impressionante, penso a molte cose. Mentre Alessandro Bertante mi porta in due posti molto diversi, che sono un inizio e una fine, ma soprattutto un durante, la Milano degli anni ottanta, decennio che finisce davvero nel 1992, e la Sarajevo del 1996, quella della guerra appena finita, di una pace sancita pochi mesi prima, con nuovi confini che sono così fragili che basta una buona gomma per cancellarli e ricominciare, penso che tutto il futuro che pensavamo dovesse spettarci e che invece non si è presentato sia venuto a mancare per colpa nostra. Alessando Bertante scrive un romanzo autobiografico, molto coraggioso, duro, spiazzante e commovente. Credo che la maniera giusta di raccontare quegli anni sia quella di scriverne da dentro ed è questa la scelta che Bertante ha fatto.

Luglio 1996, due amici milanesi in Panda, vanno  a Sarajevo, partono dalla costa, da una vacanza normale, vanno in una terra distrutta, di fatto ancora in guerra, perché nessuna guerra finisce con una firma su un trattato di pace, senza precauzioni, incoscienti, pazzi dopotutto, due ragazzi che vogliono andare a vedere. Il territorio è devastato, le case ridotte in macerie, le strade pericolose, chiunque incontrino si stupisce di vederli lì, due ragazzi in ciabatte in terre desolate. La prosa molto bella di Bertante alterna i capitoli del viaggio a quelli della giovinezza a a Milano. Gli anni ottanta, dunque, quegli anni dove l’arcobaleno che ci avevano trapiantato davanti agli occhi, fatto di faciloneria, stupidaggini, televisioni commerciali, slogan, soldi da fare, soldi ovunque, soldi a palate, ci aveva fatto vedere tutto comodo e a portata di mano. Gli anni del Drive-in, ma anche e per fortuna degli Smiths. Gli anni di amicizie tenute insieme da tutto e niente, gli anni in cui spostarsi da QT8 al centro era molto più che spostarsi di quartiere. Gli anni delle stupidaggini dei paninari, gli anni dei dark, delle risse, delle canne, delle droghe, tutte. Gli anni dell’eroina.

Non credo che nessuno abbia capito veramente cosa sia successo alla mia generazione, quale causa profonda e insondabile si nasconda dietro questa strage di ragazzi, alle migliaia di vittime innocenti di una guerra che non è mai stata dichiarata. Ma di una cosa sono certo, già nel 1986 le primavere non erano più spensierate.

Fu una mattanza, una guerra, come scrive Bertante. Ma chi era il nemico? Lo scrittore milanese prova a capire le ragioni di quelle morti, di quella mancanza d’attenzione, di rinuncia alla vita, di desiderio di qualcosa che non esisteva, che non si poteva ottenere. Si sfuggiva alla solitudine, ci si drogava per sballarsi, ma poi ci si drogava per vicinanza, per comunanza, per un sacco di motivi che nessuno capirà mai a fondo. Poi arrivò l’Aids che ci portò via pure la libertà sessuale, disinformazione e paura si presero ancora un pezzo di gioventù, anche se poi i ragazzi se ne fregavano, a diciotto anni non pensi che potrai morire. Intanto i due amici vedono il ponte distrutto di Mostar, ascoltano i racconti di chi dentro quella guerra ha vissuto, mangiano, dormono, scoprono il coprifuoco, la gentilezza e la diffidenza, capiscono poco e tornano indietro. In quel ritorno, però, Alessandro realizza che si può mettere fine a quegli anni, ci si può buttare nel futuro, qualunque cosa sia.

Chi leggerà questo romanzo si accorgerà di quanto poco abbiamo saputo e capito di una guerra tremenda combattuta, anche a causa nostra, appena fuori la porta di casa. Chi leggerà questo romanzo capirà un po’ di più degli anni della Milano da bere, quella città vista dai ragazzi di periferia, da un altro angolo, ragazzi che cercavano di fare gruppo e, allo stesso tempo, di distinguersi, che fosse per la scelta dell’abbigliamento o per la musica. Chi leggerà si ricorderà di certi rituali, come quando dovevi darle o prendere senza ragione, come quando mettevi su un Ellepi e lo lasciavi suonare per tutte le ore necessarie a fartelo entrare dentro. Chi sono Gli ultimi ragazzi del secolo? Sono quelli che non hanno fatto in tempo a schierarsi con nessuno, perché le parti in gioco sparivano, si confondevano, si trasformavano. Ragazzi che pensavano di partire con un vantaggio, di essere al sicuro, e che invece scoprivano che per sopravvivere bisognava leggere fuori dagli schemi, inventarsi un’ideale, un manuale, avere un po’ di fortuna, qualcuno ci riusciva, troppi altri no.

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© Gianni Montieri su Twitter @giannimontieri

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