Giorno: 10 febbraio 2016

I me medesimi n. 14: Mario

Parigi, foto gm

Parigi, foto gm

Mario, da un punto di vista puramente estetico, non è niente di che. Ha cinquant’anni, è vestito da impiegato, senza brio. Giacca blu scuro, pantaloni grigi con la piega e le pinces. Scarpe nere stringate, morbide, senza foggia. Niente a che vedere con tutti i bei manifesti del centro. Niente a che vedere con i manichini delle boutique davanti ai quali passa ogni mattina.

Mario non le vede, le vetrine. Neanche lo sfiora l’idea di girarsi. Lui ha moglie e figli, una è grande e va all’università. Mario pensa giusto a mantenere il decoro. Comunque non sono questi i motivi che impediscono a Mario di girarsi a guardare i damerini del centro. La vera ragione è ancora più pratica, ancor più di quella economica del risparmio, ed è che Mario va semplicemente troppo veloce.

Infatti Mario va al lavoro in bicicletta. Quella sì che è stata un investimento. L’ha presa proprio come la voleva lui. Un giorno, insieme al suo figlio più piccolo, è andato e se l’è comprata. Sono passati anni, il figlio non è più piccolo. Quel giorno Mario, tornando a casa, gli aveva detto: salta in canna. Il figlio gridava come un pazzo quando Mario si era messo a pedalare. Sembravano le montagne russe.

Da allora la bici è diventata il mezzo di trasporto di Mario. Va ovunque con la bici. A volte la moglie lo sgrida, ma per finta. Di Mario si fida. E la bici è come Mario, grossa e leggera. Tubi grossi, gomme grosse, niente parafanghi, poche marce. Sembra quasi un cavallo, quella bici. Nel cortile di casa, dove Mario la lega, la gente non la tocca. Fa quasi paura con quel sellino tirato così in alto. Quando Mario la prende in mano, però, sembra sottile come una bici da corsa.

Forse è per questo che la gente lascia stare la roba di Mario. Perché lui è alto e piazzato, ha un collo che pare una coscia e la testa ci è incastrata sopra, come avvitata coi bulloni. Quando Mario sale in bici e afferra il manubrio, la giacca gli si tende sulla schiena. Lui lo sa. Vede gli altri ciclisti come lo guardano. E come si fa a non guardarlo? Quando ti supera sembra una moto, ma silenziosa.

Si sente solo il zzzzzzz delle ruote che girano e della catena e poi Mario ti sfreccia al fianco. Girandosi si ha il tempo di vedergli la faccia, i capelli grigi tagliati corti, il naso dritto e solido. Le narici di Mario vibrano, come quelle dei cavalli, ma molto più composte. Non sbuffano, solo ospitano due grandi flussi d’aria costanti e corposi che sono il respiro di Mario. Grande torace, grandi polmoni. E lui è già passato ed è lontano, lo si segue con lo sguardo,  sbigottiti. Supera anche l’autobus e le sue gambe sembrano andare così piano, sembra non faccia neanche lo sforzo. Quasi non si nota che è vestito da ufficio, che non ha dei begli scarpini lucidati e che non porta neanche la cravatta.

Mario, quando è sulla sua bici, non è un impiegato che va al lavoro, è un centauro mitologico. Gli altri ciclisti che lo vedono, neanche loro guardano più le vetrine, ma iniziano a sognare di essere come lui.

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© Paolo Triulzi

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Una frase lunga un libro #44: Alessandro Bertante, Gli ultimi ragazzi del secolo

bertante

Una frase lunga un libro #44: Alessandro Bertante, Gli ultimi ragazzi del secolo, Giunti, 2016, € 16,00. ebook € 9,99

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Abbiamo trascurato ogni memoria, anche quelle più recenti, così drammatiche e crudeli che parevano impossibili da rimuovere. Siamo riusciti a dimenticare la nostra guerra, l’irriducibilità dei nostri crimini, pensando, nonostante o forse grazie a questa ignoranza, di avere una risposta a ogni domanda. Seduti sul divano davanti al televisore, ci siamo illusi di avere capito dove nasce l’odio, di conoscere il motivo per cui viene stuprata una donna o ammazzato un vicino di casa, ci siamo illusi di possedere la giusta chiave d’interpretazione per ogni crimine, di guardare il mondo da un punto di vista superiore, di essere superiori per diritto di nascita. E adesso non sappiamo più dove ficcare la testa.

Siamo nati tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta. Nati da generazioni che avevano visto qualcosa, avevano visto morte e distruzione, avevano visto le cose rinascere, avevano creduto che le cose stessero rinascendo. Nati da generazioni che avevano creduto che quello che stava arrivando non era tutto, che si poteva cambiarlo, che si poteva fare politica, che si poteva lottare, che fosse giusto rivendicare i diritti, combattere per la libertà. La generazione precedente la nostra, gran parte di quella, era pronta, o credeva di esserlo, a sovvertire il sistema, il resto era pronta a passare ore in fabbrica e in ufficio per assicurarsi un futuro, per assicurarcelo. Siamo nati col culo al sicuro, lo abbiamo creduto e questa è una delle nostre condanne. Leggo Gli ultimi ragazzi del secolo consapevole di essere uno di questi, e, mentre le pagine scivolano sotto i miei occhi a una rapidità impressionante, penso a molte cose. Mentre Alessandro Bertante mi porta in due posti molto diversi, che sono un inizio e una fine, ma soprattutto un durante, la Milano degli anni ottanta, decennio che finisce davvero nel 1992, e la Sarajevo del 1996, quella della guerra appena finita, di una pace sancita pochi mesi prima, con nuovi confini che sono così fragili che basta una buona gomma per cancellarli e ricominciare, penso che tutto il futuro che pensavamo dovesse spettarci e che invece non si è presentato sia venuto a mancare per colpa nostra. Alessando Bertante scrive un romanzo autobiografico, molto coraggioso, duro, spiazzante e commovente. Credo che la maniera giusta di raccontare quegli anni sia quella di scriverne da dentro ed è questa la scelta che Bertante ha fatto.

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