Bennett Simms, Quella luce negli occhi (di Martina Mantovan)

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Bennett Simms, Quella luce negli occhi, Edizioni Clichy, 2015, € 15,00, traduzione di Sara Reggiani

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In Quella luce negli occhi l’epidemia zombi è un pretesto, una digressione eventuale tra due normalità: quella precedente il contagio, e quella dei tentativi di resilienza della quotidianità allo straordinario. L’incontro con la non morte appare come prospettiva entro cui riconfigurare la propria idea di èthos.

Una settimana è il termine autoimposto dai protagonisti alla ricerca del corpo vagante del padre di Mazoch: Michael Vermaelen e Matt Mazoch si aggirano tra i luoghi del ricordo, cercando tracce di vita in uno scenario di non morte. È in questa zona grigia, in questo territorio ontologicamente inedito che si colloca la problematica della nuda vita degli infetti. L’elemento esplorativo muove dai luoghi delle perlustrazioni di Michael e Matt volte al ritrovamento del padre di quest’ultimo, alle disquisizioni filosofiche di Michael. Dal terrore iniziale dell’ignoto, del contagio e della condizione di non morte, Michael elabora una fascinazione per le dinamiche esistenziali degli infetti. Nella lattiginosa cecità dei loro occhi, egli cerca un bagliore di umanità residua, un sottosuolo del sé che riveli e funga da referente alla realtà ormai (presumibilmente) svuotata del non morto.

Questo è un altro modo in cui a volte immagino sia la non morte: perdersi in un labirinto, nel dedalo del sottomondo. Incespicare lungo interminabili cuniculi di atmosfera fumosa. Chissà perché. Sarà stata una qualche libera associazione, una pura coincidenza onomastica a farmi iniziare a pensare alla non morte in termini di labirinto. Ma, se mi fermo a riflettere, in effetti una logica ce l’ha. Nel mondo classico i labirinti erano luoghi in cui i padri abbandonavano la prole nata deforme, dedali in cui portavano i figli perché vi si perdessero, prigioni da cui diseredare il loro minotauro. E ora è Matt che cerca il mostro di suo padre, il minotauro Mazoch, che di per sé è già perso in una sorta di labirinto, fra i corridoi cretesi che si innalzano intorno a lui mente vaga per Baton Rouge. Matt lo cerca e io lo accompagno, conducendolo nelle profondità del labirinto per poi tornare indietro, la mia mappa di luoghi da perlustrare come una sorta di filo di Arianna. Tutto questo mentre, sempre che i neurologi abbiano ragione, il signor Mazoch sta seguendo una mappa tutta sua: non si è affatto perso.

Bennett Sims ha la capacità di rendere evidente l’assenza: è il corpo privo di consapevolezza, il muscolo privo di volontà motoria, l’occhio privo di visione ad occupare la centralità delle questioni poste da Michael. Lo zombi diviene allora una metafora dalle molteplici implicazioni ermeneutiche, un’immagine dell’alterità nel contemporaneo. Considerando l’essere-zombi in un’indagine prettamente psicologica, calando il protagonista in un tentativo sistematico di comprensione del non-morto, Sims propone un romanzo che esula dalle caratterizzazioni classiche dello zombi, problematizzandole e, al contempo, riuscendo ad armonizzarle a una scrittura densa e articolata, corredata dall’uso generoso di note a piè di pagina volto a sottolineare le costanti deviazioni insite nel flusso di coscienza.

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Nota: nell’articolo si è scelto di utilizzare “zombi” al posto di “zombie” in linea con le scelte del traduttore e dell’editore del libro

© Martina Mantovan

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