Gli undici addii #1: “L’ora di buco”, di Gianluca Wayne Palazzo

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Se ne stava là, immobile e stilizzata come una felce in un quadro di Rousseau, la testolina china dai capelli corti, rossi e sgargianti, e un fermaglio azzurro a forma di fiocco a blindare un ciuffo laterale più lungo. Giulio non avrebbe saputo definirlo, ma certamente era il frutto di un taglio che aveva nome e cognome.
Fissava da qualche secondo il monolite trasparente del distributore automatico di merendine, come se aspettasse il momento giusto per agire. O forse si stava solo specchiando, lo sguardo da sotto in su.
Giulio sapeva soltanto che era arrivata a scuola da due settimane, una supplenza breve probabilmente, insegnava lettere nel corso C e vestiva di nero, con tratti femminili su abiti da maschio. Quel fiocco la faceva somigliare a Minnie, ma la sezione dura del profilo del viso, privo di tondi, e il naso a punta, davano la sensazione che ci fosse dietro una dose di malvagità, e che usurpasse quella somiglianza per un secondo fine.
Decise che se gli fosse capitato di portarla a letto le avrebbe fatto togliere quel fiocco dalla testa, per una questione di autenticità e per vedere dove andava a rotolare il ciuffo.
Si alzò spostando rovinosamente la sedia, senza badare alle occhiate esasperate delle professoresse più anziane, ai nasi adunchi che si sollevavano da registri minuziosamente compilati, agli occhi a fessura.
Lei non si mosse. Le si accostò alle spalle respirando piano.
E se l’avesse baciata sulla nuca, lasciata scoperta dal mento quasi poggiato sul petto? Probabilmente lei non avrebbe spezzato un respiro, le braccia ciondoloni lungo i fianchi.
Giulio infilò uno spicciolo nel distributore del caffè a fianco e schiacciò per un cappuccino al cioccolato con un chilo di zucchero, dopodiché si voltò a fissarla. Sembrava paralizzata come se una cerbottana invisibile le avesse inoculato abbastanza curaro da far secco un capibara. All’improvviso sentì che tutto sarebbe andato bene.
«Posso offrirti qualcosa?»
La ragazza rispose un istante prima che avesse finito di parlare, senza voltarsi: «No.»
Trascorse un secondo, poi ruotò la testa verso di lui, restando però con gli occhi incollati al vetro del suo distributore, e gli sorrise. «Ma grazie.»
Giulio piegò appena il viso di lato, mentre la testa della ragazza tornava nella posizione di partenza.
«Mi chiedevo, ti hanno dato tutte le materie o fai soltanto approfondimento?»
«Faccio tutto.»
«E… per curiosità, sai, sto domandando a tutti i colleghi di lettere… che cosa gli fai leggere di narrativa?»
«La titolare aveva già deciso un libro prima che arrivassi» fece lei, alzando le spalle su un corpo immobile.
Lui sorrise e annuì, come se la sapesse lunga.
«Già. Io invece ho fatto questo errore, li ho lasciati scegliere da una lista, e adesso mi ritrovo Il ritratto di Dorian Gray
Aspettò un istante che lei gli chiedesse dov’era l’errore, ma quando non lo fece l’occhio gli cadde sul fermaglio azzurro a forma di fiocco e una sorta di tenerezza incomprensibile gli si sciolse dentro.
La ragazza avvicinò appena il viso al vetro del distributore, come uno zoom. Giulio se lo sentì sulla faccia ed ebbe la bizzarra impressione che in qualche modo lo stesse guardando.
«Sicura che non vuoi niente?» le chiese ancora.
«Ma sì. Le M&M’s, per favore.»
Si accostò a lei e le sfiorò il fianco con la mano piena di spiccioli, avvicinandola alla fessura. Allora si accorse di non avere abbastanza soldi.
«Oh… ehm, scusa» balbettò, contandoli di nuovo. «Ho solo questi…»
Lei si strinse nelle spalle e le braccia salirono e scesero, inerti come pendagli. Giulio si grattò la testa e ficcò i soldi in tasca.
«Insomma, Dorian Gray è uno dei miei libri preferiti» riprese «ma non ricordavo che fosse così evidentemente… omosessuale. Non che per loro sia un problema, eh, però ci vanno a nozze e così perdono tutta la poesia, il tema più importante.»
«L’importante» mormorò lei. «E cioè?»
«Cioè… la fragilità della bellezza, i compromessi, il bene e il male… è più complicato di così, e ridurla solo all’omosessualità è…»
«La tua classe la riduce?»
«No. Insomma, ci scherzano sopra, sai. Oggi ho dovuto mettere una nota a un ragazzino. Per far ridere il compagno se n’è uscito chiedendo se alla fine quel pittore era frocio. Capisci? Tutti a ridere.»
Allora la ragazza si voltò e per la prima volta gli piantò negli occhi quelle sue palle da biliardo su un muso di squalo, le iridi blu sollevate per guardarlo con la testa bassa da toro in carica. Batté le palpebre rigate di eyeliner, inferocita.
«Hai ragione. È tutto così complicato. E tu fai l’insegnante, pensa.»
Restò a fissarlo come se aspettasse una risposta. Giulio socchiuse la bocca e in quel momento suonò la campanella.
«Io ho finito» disse lei. Si voltò a raccogliere la borsa da una sedia e prese immediatamente per l’uscita dall’aula professori. Giulio la seguì nel corridoio affrettando il passo.
«Non ci siamo nemmeno presentati» la chiamò da dietro.
«Hai lasciato il cappuccino nella macchinetta» gli rispose. Lui si accorse che aveva ragione.
«Senti, scusa se per caso ti ho offeso…»
«Non mi hai chiesto che libro era» fece lei, voltando la testa di scatto senza fermarsi.
«Cosa?»
La ragazza si bloccò sulla soglia dell’uscita. Fuori una breve scalinata portava al cancello della scuola, davanti al quale stava una Smart blu, e accanto allo sportello un ragazzo robusto coi capelli biondo scuro che fumava una sigaretta e scriveva al cellulare.
«Il libro» sbuffò lei. «Il libro che leggiamo, il libro che hanno scelto al posto mio. Il libro che volevi conoscere e poi non mi hai più chiesto.»
«Perché…»
«Perché è complicato» concluse lei. Lui inghiottì e buttò un occhio al ragazzo e alla Smart. Due o tre colleghi presero le scale ma il tipo non ci badò, lo sguardo fisso allo schermo del telefonino.
«Senti…»
«Mi chiamo Amelia» disse lei, e per un momento gli sorrise. Poi prese a scendere le scale e arrivata al cancello affondò la faccia china sul petto del ragazzone. Quello seppellì fra le braccia i suoi capelli rossi e la baciò sulla fronte. Salirono in macchina con una certa rapidità.
Il suono degli sportelli fu quasi sincronizzato, e poi una manina gli tirò la manica del maglione.
Si trovò di fianco una ragazzina della sua classe, piccola per una terza media, l’aria compresa di chi sta svolgendo una missione cruciale.
«Scusi professore, volevo chiederle di Marco. Se per favore poteva togliergli la nota. La nota di narrativa. Lui fa lo scemo, ma non è razzista.»
Giulio la osservò dall’alto senza capire. C’era qualcosa che…
«La madre non lo fa più uscire se prende una nota. Lui si vergogna a dirlo, ma io lo so. Non mi ha mandata lui, giuro. Ha detto che chiederà scusa a tutti se vuole. Gliela può togliere, per favore?»
Le guardò i capelli castano chiaro scivolare sulla spalla, le guance rosse di imbarazzo con un accenno di lentiggini e la fronte liscia. E sopra la fronte veniva giù una ciocca, sfuggita a un fermaglio, semplice e rosa quasi come un fiocco.

© Gianluca Wayne Palazzo

Il presente racconto è il primo di un ciclo riguardante il tema della scuola. Poetarum Silva ospiterà a breve altri episodi. Nell’attesa è possibile leggere, dello stesso autore, qui.