Francesca Tini Brunozzi, Mi è testimone la terra

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Francesca Tini Brunozzi, Mi è testimone la terra, Barbera (Nike), 2015 – Alcuni estratti

 

PRIMO CANTO
Papà è morto

Luglio 2003

*

l’amore che non è mai arrivato
se ne è andato senza salutare
e ha lasciato dietro di sé
l’odore dei gigli bianchi:
la casa si è riempita tutta
del profumo assordante
del giorno delle nozze

*

la mamma è seduta in cucina
nel posto di papà e non piange
scuote la testa e ha gli occhi sbarrati
non sa che dire, ha ragione:
questa morte improvvisa
ci vede da sole e senza gesto
con l’originaria sua perfezione

*

la mamma al telefono mi parla
chiaro e a voce bassa mi racconta
del ritorno frenetico dal mare
delle speranza fino alla fine
che non fosse lui sotto il lenzuolo
all’obitorio: era già lui col volto nero
povera mamma anche lì da sola

*

gennaio 2010

*

quello che resta di papà sta sdraiato
dentro la cassa sistemata in soggiorno
il cane si è messo lì a fare la guardia
sta sotto al trespolo, sotto al padrone
accucciato ma fiero come la sfinge
lui non lo aspetta, lui lo veglia solo
anche se non lo vede, lui lo veglia

*

Sabina, mia sorella più piccola
aveva sognato papà la notte stessa
l’aveva visto accompagnato per mano
da una bambina con la veste di luce
per un parco divertimenti proibito
dove lei non è potuta entrare e lì
li ha salutati e li ha lasciati andare

*

la mattina della morte mi sono alzata
controvoglia, stavo bene nel sogno
di papà che mi teneva in braccio
quando ero piccola e lui in tuta blu
seduto sulla sedia in cucina al tramonto
mi faceva fare l’altalena e mi teneva;
cadevo all’indietro ridendo di spavento

*

sebbene alla fermata dell’autobus
di Vantaa io stessi per cadere a terra
morta anche io, poi non un cedimento
non una lacrima e mi sono accorta
di aver pensato male su mio padre:
io lo do per spacciato e magari lui
è là che lotta in un letto di ospedale

*

il congedo di papà, ahi noi, non ha riunito
ognuno s’è fissato sul dolore personale
ciascuno ha inseguito un fato da incolpare
mio padre era di tutti eppure di nessuno
e invece era di mamma, la madre stessa mia
ché, contro alle contrarie stelle familiari,
è stato invece il monte che l’ha portato via

*

Sabina al telefono mi dice questa frase
– la morte di papà è stata come rovesciare
la scatola dei pezzi del puzzle sul tavolo –
non so che voglia dire per lei questa cosa
ma so che è cosa vera per me ed è perfetta
che quasi un passatempo a me è diventato
mandare a posto i pezzi di questo rompicapo

*

SECONDO CANTO
Sogni

questo sogno

l’amore che non è mai arrivato si è rivelato
in sogno, venuto alla luce dalla mia oscurità,
sovente mi ha visitato nella casa di mio padre:
sono stati incontri sempre strani i nostri ma belli
di quelli che ti ricordi come incontri della vita
non sono stati i sogni figli di una proiezione
ma pura vita in latenza agita in un altrove

*

secondo sogno

poi c’è stata la volta che sono andata a prenderlo
in ospedale, in maternità, lo sono andata a ritirare:
lui con altri era là ad aspettare; io lo cerco tra i neonati
poi lo vedo e con orrore credo che lui è un animale
un cucciolo primate a cui devo dare ora da mangiare
perché egli è, lì che aspetta me, e sono io che adesso
me ne devo occupare perché, senza me, lui muore

*

TERZO CANTO
Cari estinti nella mia vita

*

Zio Franco

L’ultimo ricordo è il più triste ma tu allegro
in quella vetusta corsia di ospedale a Trieste
ci mostri divertito quei segni sul tuo corpo
da sotto il pigiama che sembri prigioniero
come dentro un ospedale di guerra tu sei lì
reduce dall’ultima battaglia contro il male
con tua moglie che a casa ti vuole riportare

*

Zia Vittorina

Dell’estate Sessantotto un ricordo assolato
una rivoluzione di famiglia per un trasloco:
un pomeriggio sospeso nella bassa lodigiana
con Celentano e Azzurro da una radiolina
e noi in mezzo a una stradicciola dove donne
pelano le rane e i bambini tutti lì a guardare
ma io che ho solo quattro anni ricordo solo te

*

Nonna Mercedes

Nel tuo star da sola eri quella regione intera
per me che, quando ti venivamo a trovare,
mi respiravo a fondo l’aria della tua presenza:
lo stare in cucina, nell’orto o presso al focolare
o del tuo stare altrove, come a governare i polli
o con le pizze di Pasqua in capo giù al forno;
a suonar l’armonium nella chiesa della Morte

*

Zia Severina

Alta donna dal capello biondo torinese e corto;
con l’occhio glauco dei gentili molto dicevi della tua
malinconica vita in quella città e quasi già presagivi
nella tua originaria depressione quel dolore liminale
di madre che avrebbe perso un figlio e la sua nuora
bruciati un giorno vivi da fuoco e sale in mare
col nipote piccolino e già orfano da allevare

*

 

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