Giorno: 3 febbraio 2016

I me medesimi n. 13: Tancredi

Parigi, foto gm

Parigi, foto gm

Tancredi, già il nome. Dopo un’ora si era rivenduto la prefazione del suo primo libro, se ci parlavi tutto il giorno potevi fare a meno di leggere l’opera omnia. Però in mezzo, ogni tanto, ci infilava delle cose piccole come: per essere felici bisogna mangiare poco. Preziose come le perle che sembrano vere. Come fai a capirlo… O ci credi o non ci credi, allora dipende soprattutto da chi te lo dice. O ti fidi, o non ti fidi.

Poi sorrideva sempre e da lui passava un sacco di gente. Stavi lì a bere il caffè, per dire, e entrava il vecchio amico di turno. Tutti vecchi amici, per forza. Entrava il tale e Tancredi gli chiedeva: come stai? E quello: ho preso una coltellata ieri sera! Ma dove, nelle costole? L’altro si toccava il fianco e si piegava un po’ tirando la bocca. Meno male che avevo su il piumino che ha attutito il colpo. Vedi che alla fine il freddo ti ha salvato? Gli diceva Tancredi.

Intanto dalla porta finestra aperta vedevi le zucchine in giardino scoppiare di passione nel sole di agosto.

A volte eri tu ad arrivare e se dentro ci stava già, per dire, una donna, Tancredi ti diceva: questa è la mia amica più bella. Tesoro, come va l’amore? Quella, amica certamente di vecchia data, rideva. E i partigiani cosa combinano? Le chiedeva allora. Sempre in movimento sui loro sentieri? Si sono messi a scavarne altri, rispondeva la donna. Ah, bene! I discorsi sono tanti e distanti, delle volte non si capisce se è tutto fermo o se c’è ancora qualcuno di vivo.

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Una frase lunga un libro #43: Crocifisso Dentello, Finché dura la colpa

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Una frase lunga un libro #43: Crocifisso Dentello, Finché dura la colpa, Gaffi, 2015, € 16,90

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Crocifisso Dentello, Finché dura la colpa

Quando mastico una michetta con due fette di mortadella mastico un mondo di privazioni e di occasioni mancate. Un panino con la mortadella è spesso il facile sostituto di un pasto. I miei genitori la mangiano con gusto. A me frana giù nello stomaco come veleno. MI sembra di nutrirmi della mia stessa miseria, intossicando il sangue fino a renderlo sempre meno fluido.

La letteratura è (e significa) un sacco di cose. Per molti è sinonimo di conoscenza, per altri di civiltà, di cultura, naturalmente. È di certo una somma di questi tre elementi. Per altri è un passione, è devozione, qualcosa in cui perdersi e ritrovarsi. È, poi, un atto d’amore incondizionato, per un numero ristretto di persone, è qualcosa da abbracciare e da cui dipendono le sorti della vita stessa. Per Crocifisso Dentello deve essere così. La letteratura è un canale privilegiato d’accesso al mondo ma anche un modo per rinunciarvi. Il mondo che interessa è quello racchiuso tra le pagine dei romanzi e dei volumi di poesia; il resto è fastidio, distrazione, sofferenza. Forse Dentello pensa alcune di queste cose, oppure no. Quello che è evidente è che ci troviamo davanti a un lettore eccezionale e, da oggi, anche di un ottimo scrittore. Dentello ha padri letterari dentro il Novecento, padri che non vuole né uccidere, né imitare. Dentello si mette sulle spalle un carico di responsabilità per niente lieve, ma poi quello che fa è scrivere una storia, e una storia seppure fondata su solide basi letterarie non si reggerà in piedi se chi la scrive non saprà costruirla, non saprà inventarla.

La frase che ho scelto è di Domenico, il protagonista e voce narrante di Finché dura la colpa (che è un’opera prima). L’ho scelta perché la trovo bellissima e dolorosa, ed è perfetta per entrare nel tessuto di questo romanzo. Il panino con la mortadella, quel profumo e quel sapore, possono essere gioia vera, hanno una grande forza evocativa. Per molte persone, credo, rappresentino un ricordo dolce, per Domenico sono l’opposto, se capiamo perché capiamo chi sia Domenico e quale storia Dentello ci sta raccontando. Le privazioni, le occasioni mancate, quali sono? Cosa rappresentano? I genitori di Domenico mangiano con gusto ciò che per lui rappresenta un mondo di privazioni. I genitori di Domenico sono due brave persone, un lavoratore e una casalinga, residenti a nord di Milano, distanti dalla vera città, dalla vita vera. Persone che si accontentano di poco, che hanno fatto una vita di sacrifici, nessuno di questi mai ripagato. Un altro figlio, Vincenzo, è sparito quando era piccolo, mentre tutta la famiglia faceva la spesa al supermercato (chissà se questo è un omaggio al McEwan di Bambini nel tempo). Vincenzo mai più ritrovato, nessuno ne parla, ma quel momento ha segnato tutti per sempre, è la prima colpa, una colpa che non si sconta. Il loro riscatto è Domenico, dovrebbe essere Domenico, ma Domenico è prima  un bambino difficile, poi un adolescente problematico e poi un adulto che non si compie. Le gioie che regala Domenico ai propri genitori durano meno di un panino con la mortadella. E quella mortadella così domestica, così semplice, così rosa pallido sotto le luci gialle di cucine tutte uguali, di cucine operaie, di cucine da Rete 4, da ferro da stiro, da schiaffi e silenzi, è il simbolo di tutto quello che Domenico non vuole, non sopporta, non capisce.

Domenico non ha amici, non lega con nessuno, non parla con nessuno, non vuole lavorare, non vuole un lavoro che lo tenga lontano dai libri, non vuole che nulla lo distolga dall’unica cosa in cui trova riparo. Domenico ha qualcosa dentro, un rumore doloroso che non esplode, una sorta di dolore primordiale che non si può né spiegare, né confessare. Domenico non sopporta i suoi coetanei che si accontentano di un lavoro e delle serate in discoteca, non sopporta suo padre, vede nella devozione di sua madre tutti i sintomi di una resa, di una disfatta. Domenico legge, lo fa ovunque, grazie alla lettura incontra Anna, che lo capisce, forse, che gli vuol bene, ma Anna non può salvarlo. Domenico non vuole essere salvato, ha una sua idea di salvezza che emergerà dalla rinuncia e dalla chiusura all’esterno. Nel romanzo entrerà poi un nuovo elemento. Un’altra colpa  destinata a condizionare o – attenzione – ad assecondare i destini dei protagonisti. La pace per Domenico al resto del mondo parrebbe una condanna.

Compiere una qualsiasi sciocchezza avrebbe richiesto una qualche forma di volontà. E io, bambino timido e solitario, con un fratello scomparso nel nulla, un padre che tornava a casa solo per dettare regole e una madre degradata a un grumo di nervi, la volontà era proprio la cosa di cui ero sprovvisto.

Crocifisso Dentello ha scritto un bel romanzo, molto coraggioso, in una lingua che pare non appartenere a questi anni, ma che è la nostra, anche se facciamo finta di dimenticarlo, perché ci fa più comodo l’immediatezza. Finché dura la colpa è una domanda, i lettori potranno tentare una risposta, la mia idea è che la colpa, qualunque sia, può durare anche molto poco, il senso di colpa, per quella colpa, potrebbe non lasciarci mai, ed è con quella sensazione che dobbiamo combattere, ed è a quella sensazione che dobbiamo arrenderci, qualche volta, per sopravvivere. Questo è un romanzo sulla solitudine e su quel colore grigio che ha dominato sulle nostre periferie tra gli anni ottanta e gli anni novanta, un romanzo scritto da un ragazzo che mi pare abbia molto da dire.

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© Gianni Montieri  su Twitter @giannimontieri