Mese: febbraio 2016

Altri dischi #1: Kyuss, Wretch (di Ciro Bertini)

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Kyuss, Wretch, 1991, Dali Records

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Primo capitolo di una tetralogia che ha inventato, definito i canoni, portato ai massimi livelli e condannato a morte il cosiddetto stoner rock, dicendo tutto quanto era possibile dire sul genere. Prendete il metal granitico dei Black Sabbath, l’acid-rock cupo e ossessivo dei Blue Cheer, l’industrial violento ed epilettico dei Chrome e lasciate macerare il composto sulla sabbia rovente del deserto californiano. A plasmare il tutto, quattro musicisti poco più che ragazzini eppure artefici di un sound tra i più catastrofici, esasperanti e coriacei di sempre, capace di bombardare l’ascoltatore con una serie impressionante e stordente di riff senza tregua. La macchina triturasassi di Brant Bjork e Nick Oliveri, il canto animalesco di John Garcia e la monumentale, incendiaria chitarra di Josh Homme procedono inarrestabili con la cadenza di un cingolato fuori controllo, mosso da nient’altro se non dall’urgenza di spingere l’hard-rock ai limiti estremi, in un territorio dove nessuno ha mai osato avventurarsi, fino a stabilire un punto di non ritorno, a partire dal quale nulla potrà più essere come prima. La tempesta di sabbia che si scatena in Hwy 74 può già considerarsi l’archetipo del suono Kyuss: barbarico delirio strumentale e canto maniacale, tanto beffardo nella strofa quanto lancinante nel ritornello. L’accelerazione improvvisa di Son of a Bitch è una scossa sismica che squarcia una danza woodoo, mentre i repentini cambi di tempo di The Law agitano, squassano e ricompongono continuamente un’ipnotica, apocalittica orgia infernale, forse il capolavoro dell’album. La cadenza ubriaca e muscolare di Black Widow smorza momentaneamente i toni per lasciare spazio ad un assolo abrasivo, in cui le chitarre si rincorrono, si istigano a vicenda, si azzuffano, fino a quando il ritmo prende nuovamente il sopravvento e la voce di Garcia torna a intonare la sua rassegnata cantilena. In mezzo a tanto baccano, trovano anche spazio – non guastando ma anzi bilanciando l’equilibrio del disco – il divertissement di Katzenjammer e il conclusivo space-rock marziale di Stage III. A dire la verità, non è tanto la qualità dei brani a trionfare (Isolation è la sorella gemella di Love has passed me by, il riff di I’m not suona come una variante malriuscita di quello di The Law, mentre il blues di Big Bikes è di fatto la copia di Backdoor Man dei Doors, che già fu di Willie Dixon), ma la tensione costante che li attraversa, l’esecuzione al cardiopalma, l’assalto continuo e testardo di una macchina lanciata a tutta velocità e che non conosce ostacoli. Non il miglior disco dei Kyuss, eppure, per quanto più maturi e quindi ancor più minacciosi, i successivi Blues for the Red Sun e Welcome to Sky Valley non faranno che affinare quanto Garcia e compagni hanno qui dichiarato. Beginning of What’s About to Happen recita il sottotitolo di Hwy 74, e mai profezia si è rivelata più veritiera per definire un canzoniere che contiene già tutti gli elementi distintivi di un nuovo genere, un vademecum con cui i tanti gruppi a venire dovranno necessariamente confrontarsi, non riuscendo però ad aggiungere nulla rispetto a quanto ribadito con incredibile potenza in queste undici, bellissime tracce.

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© Ciro Bertini

Jacopo Ramonda: Emma, prose inedite

Parigi, foto gm

Parigi, foto gm

EMMA (#1)

Emma cammina nuda nel laboratorio ormai vuoto. Pochi istanti fa stava per chinarsi sulla borsa con il cambio di vestiti che si è portata da casa, ma ora si sta lentamente allontanando da essa. Guardandosi intorno ed esplorando quello spazio come se non lo conoscesse già nel dettaglio, indugia sull’effetto straniante della condizione in cui si trova, del tutto fuori contesto. Dai capelli bagnati, che ha pettinato all’indietro, le colano delle gocce d’acqua sul collo. Le sente scivolare lungo la schiena. Alcune le restano addosso, attaccate alla pelle come sanguisughe, senza che lei se ne possa accorgere; altre raggiungono il pavimento, lasciando una traccia del suo passaggio: orme trasparenti che evaporano in fretta, di cui resta soltanto un leggero alone sulle piastrelle. Nei servizi c’è una doccia a disposizione dei restauratori, ma viene utilizzata molto raramente. Lei non l’aveva mai usata prima. Di solito, dopo il lavoro, torna direttamente a casa, come i colleghi.

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EMMA (#2)

Ieri ha ricordato a D. che stasera tornerà tardi, dopo aver fatto cena con L., che è da poco rientrata in Italia approfittando della pausa estiva. L. vive negli Stati Uniti, è entusiasta dell’università e del corso di scrittura creativa che sta frequentando. Il prossimo anno porterà a termine il master, dopo la laurea specialistica a Genova e l’anno sabbatico in cui si è dedicata al suo primo romanzo, poi accantonato.

Se non avesse cambiato programma all’ultimo minuto, Emma potrebbe parlarle della crisi che sta attraversando. Aver raggiunto, con relativa facilità, gran parte degli obiettivi che lei e D. si erano prefissi le sta facendo sorgere il dubbio di aver sbagliato mira. Non saprebbe dire da quanto tempo ha iniziato a considerare quella possibilità – probabilmente non da molto – ma, a giudicare da quanto ne sente la mancanza, la sicurezza che l’ha sempre accompagnata nelle sue decisioni le sembra il reperto di un passato ormai remoto. Quando è nata V., le difficoltà sono aumentate; ma non più di quanto si aspettasse, e le inevitabili rinunce le sono risultate meno pesanti rispetto a quanto preventivato da alcuni suoi coetanei, i cui moniti si concludevano spesso con riferimenti alla differenza di età tra lei e D..

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I poeti della domenica #50. Dacia Maraini, Teatro in cantina

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TEATRO IN CANTINA

Quante giornate passate al chiuso
seduta su una panca magra e sbilenca
dentro un cappotto troppo corto,
col copione fra le dita intirizzite
a ripetere e fare ripetere
le parole del mistero e della finzione!
Quanti pomeriggi bui davanti a una
stufa a gas, i capelli pieni di polvere,
i piedi ghiacciati, a ripetere e
fare ripetere le parole della rovina!
Ci interrompevano per uscire, infreddati,
ridendo, entravano nella pizzeria accanto,
compravano pezzi di pollo fritto,
bevevano il vino in bicchieri di carta cerata
e dopo venti minuti, mezz’ora eravamo
di nuovo al lavoro, il gas intanto era finito,
si sentiva un rumore di topi dietro il tramezzo.
Quante ore ho passato a ripetere e
fare ripetere le parole dell’incombenza!
Si potesse imparare cosa si fa
mentre lo si fa, con lucidità e certezza!
Si potesse capire di che malattia
siamo malati e perché moriamo,
pur stando bene, dentro sacchi di plastica
trasparente, simili a delle patate o
a dei sedani che marciscono sul banco
di un negozio deserto, sotto un sole stregato.
I temi della morte e dell’onore sono
perduti, le grandi visioni storiche
sono diventate presuntuose e ridicole,
non ci restano che strozzate storie particolari,
la comicità come un limone che si ficca
in bocca al maiale, agro e pallido.
Ogni disperazione è riso e il ridere
fa disperare. Quante giornate passate
a ripetere e fare ripetere con appassionata
noia le parole euforiche di un destino
artificiale! Quante giornate stolte,
quante ore dolorose in cui ho dovuto
battermi con fantasmi orgogliosi e crudeli!
Quante giornate nere di vecchiaia precoce!
Ho perduto mille volte il coraggio e
mille volte l’ho ritrovato, di notte,
in mezzo a sogni furfanteschi e giulivi.
Quante volte mi sono cadute le palpebre
dentro il palmo delle mani annerite,
e sono diventata miope a furia di scrutare
il vuoto in cerca di un segno di ambigua certezza,
dentro gli occhi angelicati dei miei
cerimoniosi attori incapaci di scandalo e d’amore.

Giugno 1970

Dacia Maraini, Teatro in cantina, in Fare teatro, materiali, testi, interviste, Milano, Bompiani, 1974.

Franco Dionesalvi, Mario Luzi. Un Ricordo

Mario Luzi

(la foto potrebbe essere soggetta a copyright)

 

 

Quando seppi della sua scomparsa, la prima cosa che pensai fu che così non avrebbe letto la mia ultima lettera, quella in cui gli proponevo di aderire al Forum dei Saperi che si sarebbe tenuto di lì a qualche mese all’università della Calabria. Lettere rigorosamente scritte a mano: era il suo modo prediletto di comunicare, anche in un tempo in cui già quasi nessuno lo usava più.
Mario Luzi lo conobbi da studente, a Firenze. Abitava in via Bellariva, dalle sue finestre si scorgeva l’Arno. Viveva in un appartamento strapieno di libri, che una governante gli teneva in ordine; per spostarsi, prendeva l’autobus. La prima volta andai da lui insieme a Raffaele De Luca (poeta cosentino, che sarebbe morto a quarant’anni), che mi raggiungeva da Pisa per le nostre scorribande a caccia di poeti. Luzi però era diverso da tutti gli altri. Non diceva niente di particolare, non faceva nulla di eclatante. Ma… come dire… era sereno! Non c’era verso di coinvolgerlo nei discorsi su questo poeta e quest’altro, che pure rappresenta il passatempo preferito fra i letterati. In tutto quello che diceva, appariva animato da un nobile antico pudore. Ma con semplicità. E soprattutto con una grande mitezza. Era possibile intrattenersi con lui anche sulle vicende della vita cittadina, della politica. Interveniva, partecipava, era informato. Ma avevi la sensazione che fosse costantemente immerso in un dialogo con altri interlocutori, in una dimensione altra. Da cui la realtà che scorre si può guardare con pacatezza; non con distacco, ma senza le vampate della passione, senza l’egoità, senza il narcisismo dell’autoaffermazione.
Mi consigliò, una volta, di leggere Corbière. «Ci si ritroverà – mi diceva – come lei ama alternare registri diversi.» In tanti possono dire di aver conosciuto Luzi, non si sottraeva agli incontri. Ma comunella non fece mai con nessuno.
La sua poesia, inizialmente ermetica, ben presto si era aperta in un canto limpido e terso. Poesia di una costante interrogazione; che però non era mossa da alcuna ansia di rispondere. Il suo era piuttosto un procedere socratico, in cui tante voci discettavano del senso, dell’incedere, del cammino. Nel magma è stato forse il suo capolavoro, laddove i fumi della contemporaneità si scomponevano e ricomponevano in uno sguardo infine silente, intriso di religiosità.
Ricordo la prima del Purgatorio dei Magazzini Criminali. Quando si misurò con una trascrizione teatrale della cantica di Dante, scritta per la messinscena di uno dei migliori e più radicali gruppi del panorama della sperimentazione teatrale italiana dell’epoca. Cantica di Dante che così naturalmente andava componendosi insieme ai suoi versi, in una interpretazione in chiave di attesa, “il tempo lava la mente”, che è poi dire tutta la nostra vita. E comparve lui, il poeta in scena, a declamare alcuni versi, a offrire il suo stesso corpo all’ineffabile sofferenza della poesia.
Anche negli ultimi mesi della sua esistenza, chiamato a ricoprire il ruolo di senatore a vita, è stato poeta. Ossia, in spregio alle regole del linguaggio delle mediazioni e dei compromessi, sempre a servire la verità, a cercare incessantemente, a pronunciare parole di verità. Ben sapendo che la verità vera è oltre le parole; ma che il poeta ha il dovere di cercarla, di approssimarsi sino al silenzio e alla fine.
Quando appresi della sua morte mi dispiacque, per la perdita. Ma ebbi anche la nitida sensazione che niente era stato strappato: che l’opera era completa, tutto si era compiuto. Frattanto – cosa inusuale per le tradizioni climatiche della mia città – fuori dalla finestra mille fiocchi di neve scendevano dal cielo. Così scrissi, rigorosamente a penna su un foglio di carta: «Vai, Luzi, grandissimo poeta, che la bianca neve ti accompagni.»

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© Franco Dionesalvi

I poeti della domenica #49: Mario Luzi, Tre poesie

Ottone Rosai, ritratto di Mario Luzi (Archivio Vieusseux)

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Incontro

Non è amore, ma mi tenta ancora
questa strada rimasta sconosciuta
da me a te, da me agli altri. Incontro
anni al piede degli alberi, anni e bacche
cadute e dai crocicchi
una setta di foglie
striscianti o alzate a volo. Desideri
e pene fanno ressa nella mischia
e io vi passo in mezzo e gelo.

.                                                    Il tempo,
dici, compie la mia opera,
lacera il vello dei viali, accende
il rogo. Vana sono divenuta,
ombra che muta luogo nella fiamma
della morte perpetua. E tu chi sei,
una persona vera o uno spirito
che torna in sogno a questa volta?

.                                                              Vedimi:
resto di tanti o pochi anni passati,
sono mutata di fanciulla in madre
e una madre anche vinta tiene fede,
sta salda o finge sulla terra
ché il figlio deve apprendere la vita
e suggere dal campo, anche sfiorito.
Questa fatica non avrà mai fine.

Il vento che disvia di rovo in rovo
la palla e imbroglia i giuochi del bambino,
le braci sparse; e tu che ora parlavi
taci… è un istante della nostra vita.

Il sole ormai raccoglie le sue luci
sulla soglia del cielo, a poco a poco
n’esce ed ancora il vento non ha requie.
Dove resiste ancora un po’ di luce
rossa soffiata tra le cime, turbina
qualche foglia, s’aggiunge alla sua schiera.
Non altro; e l’ora dice che si deve
riprendere ciascuno il suo cammino
in questa tratta d’anime e di spoglie.
Mi precedi, non sai se veramente
c’è una lanterna anche su questa notte.

[da Onore del vero]

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proSabato: Goffredo Parise, Il ragazzo in nero. Racconto

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Il ragazzo in nero

La giornata era cenere come persistesse nell’aria la polvere dei bombardamenti di qualche giorno prima. Ma in quella polvere c’era qualche cosa di rosato uscito dallo sbriciolamento dei mattoni, questa invece preannunciava quanto doveva avvenire che era poi un corteo funebre. Già le nere divise di panno, di povero panno, con povere scarpe come penzolanti da forche avevano invaso la città anche da altre province e già il rullare dei tamburi saliva sulla strada in pendio disseminata di grigie chiese con piccioni arruffati e nascosti negli architravi, imbucati dal freddo intenso di quel gennaio, di quel gennaio. I poveri negozi di allora, con serrande bucherellate dagli spezzoni notturni, privi di merce o quasi, dove nulla era in vendita se non il padrone in camiciotto nero anche quello, dentro un buco, tra carte bollate dalla Repubblica di Salò e un forte odore di tabacco nero, tabacco da fiuto, impregnava il buco, i vari buchi dati per tabaccherie o altre botteghe nelle stesse condizioni, si allineavano lungo la via porticata.
Ma il padrone stava fuori ad attendere, a sbirciare il corteo funebre in arrivo al Ponte degli Angeli, dalle zone di abitazione del maggiore Polga, uno della Brigata Nera, con figli e figlie della Brigata Nera, tutta una non piccola famiglia vestita anche quella di quel panno nero fine, pareva, di tutte le cose. Anche la neve era attesa, ma faceva troppo freddo, doveva salire qualche grado perché quei fiocchetti minimi e vaganti qua e là si infittissero, diventassero neve.
Finché spuntò il primo drappello con gagliardetto, nero anche quello di neri militi armati, e poi una rappresentanza di soldati tedeschi con un ufficiale livido in volto e lucidissimi stivali, e poi la bara, coperta di nero con un nero berretto e visiera sopra. Era portata da neri, a spalla. Dietro la bara dei familiari, tra cui, distaccato di qualche metro dagli altri, il figlio più piccolo, un bambino di dodici anni, armato fino ai denti di pugnale e pistola e mitra, vestito, quello, di panno verde scuro, con il basco nero di traverso e gli occhi di pianto invece rossi ma il volto pallido, duro e appuntito. (altro…)

TRAVERSI 2016 a Treviso. A cura di Marco Scarpa

Locandina Traversi 2016

Riparte la rassegna di poesia Traversi per cinque incontri, uno al mese da febbraio a giugno 2016, che si terranno a TRA Treviso Ricerca Arte a Treviso. La volontà è sempre la stessa: far conoscere a più persone possibili quanto la poesia contemporanea possa e riesca a parlare a tutti. Per tentare questo ripartiamo con le nostre certezze e qualche novità. Incontri con autori tra i più noti della poesia italiana e autori meno noti ma con un grandissimo potenziale e un occhio particolare alla presentazione orale dei propri versi.
La poesia può avere diverse sfaccettature e differenti linguaggi e con questo nuovo ciclo di incontri vogliamo approfondire questo aspetto. Poeti più classici, lirici accanto a poeti più performativi e poeti che hanno saputo veicolare la poesia attraverso più forme. Siate curiosi e lasciate una possibilità alla poesia.

La rassegna è a cura di Marco Scarpa. Maggiori info qui.

Calendario:

– Ven. 26.02 ore 20.45 / Alessandra Racca + Ramon Trinca

– Ven. 11.03 ore 21.30 / Giulio Casale

– Ven. 22.04 ore 20.45 / Franco Arminio

– Ven. 27.05 ore 20.45 / Silvia Bre e Klaus Miser

– Ven. 17.06 ore 20.45 / Milo De Angelis


									

Riletti per voi #8. Era mio padre, Franz Krauspenhaar

era mio padre

“Lo vedo tornare indietro, il costume nero, i capelli ancor più attaccati al cranio, la pelle abbronzata, il suo Rolex d’oro a luccicare nel sole del pomeriggio, il suo solito sorriso dolcemente enigmatico; per me è un dio, è un idolo, è Nettuno. Junghianamente, il padre è l’idolo invincibile, e quando muore, così è per tutti, se ne va un grosso pezzo di mondo, il pezzo corazzato a qualsiasi urto del destino. Quell’uomo affascinante che veniva fuori dalle onde della magnifica Tonnara col suo passo muscoloso era il mio dio, e io non potevo che credere in lui: nella sua possanza, nella ragione delle sue parole, nella sua saggezza che esprimeva anche nei gesti. Il figlio accetta di non discutere il padre non per imposizione, ma per imposizione dell’idolo che è in lui. E ucciderlo davvero, quest’idolo, è affare che può durare una vita. Ma va fatto; io credo che l’idolo vada finalmente abbattuto per centrare meglio se stessi, e superare quell’inevitabile complesso d’inferiorità che ci sommerge a volte come una maledizione.”
Confrontarsi con il proprio padre significa scoprirsi, ed è una scoperta vertiginosa e sconvolgente, non i protagonisti della propria vita, ma semplicemente i deuterantagonisti, dei comprimari del protagonista, della figura paterna che ha determinato quello che siamo e dalla quale dipendiamo per essere quel che saremo da adulti (perché sentirsi adulti è un lavoro mai compiuto, come sentirsi uomini). Se la voce del padre ha risposto alla domanda: “Papà, che macchina è?”, se i suoi occhi ci hanno guardato, se il suo sguardo severo o bonario si è posato su di noi, allora noi, quei bambini che siamo stati, potremo diventare a nostra volta qualcosa, qualcuno, a prezzo però di dover combattere nel e contro l’esempio paterno che agisce dentro di noi; viceversa, se quello sguardo non si è mai posato, non saremo niente e dovremo rinascere a noi stessi per continuare a vivere. Nell’uno e nell’altro caso esistere significa ingaggiare un corpo a corpo amoroso e mortale con l’ombra che accompagna il nostro cammino, con chi ci ha indicato la strada, anche quando non lo ha fatto e forse ancor di più, senza che noi avessimo potuto chiederglielo. Il padre è ciò da cui proveniamo, è il peso più grande, ed è ciò a cui torniamo, il più delle volte senza saperlo e senza volerlo consciamente, perché le maledizioni e le colpe dei padri, come gli esempi, ricadono sui figli e questa è una verità difficilmente smentibile.
Il romanzo Era mio padre di Franz Krauspenhaar (Fazi, 2008) si confronta in un’anamnesi personale e familiare, in cui l’autore si pone a cuore aperto verso il lettore sfidandolo a seguirlo fino al termine del suo viaggio, con il groviglio irrisolto che ogni padre è nella vita del figlio. E questo groviglio è reso con una scrittura densa con passaggi di una chiarezza cristallina, anche se il più delle volte la scrittura sembra sull’orlo di collassare in un’imprecazione, in un’invettiva, in un urlo e sicuramente in questo bilico del dire la scrittura di Krauspenhaar offre la sua cifra più peculiare e affascinante: al tempo stesso potente e precisa.
Il libro è un continuo tornare alla memoria paterna (il passato è passato, si dice. Come si può credere a una idiozia del genere? Il passato è qui, ora, perché noi siamo passato, noi siamo il passato, il passato passa all’esterno ma rimane nel nostro interno notte – e notte – giorno e notte; il passato ci sveglia nei sogni.), a questo padre finito troppo presto, ma in maniera né memorialistica né elegiaca, ma spietata,di un amore spietato, che si riconosce tale nel porre la verità davanti a tutto, nel sottrarre i ricordi al fumo dolce ma stordente dell’oblio. Ma è soprattutto un ritrovare se stesso da parte dell’autore attraverso il confronto serrato con ciò che il padre è stato e ha rappresentato nella vita, quasi che, risalendo la corrente del tempo e del divenire, attraverso la figura paterna, gli eventi che essa ha attraversato – in particolare la seconda guerra mondiale, in cui l’autore quasi si identifica con il padre combattente, pur cogliendone la distanza e in parte sentendosi inadeguato al confronto, e l’immediato dopoguerra di fame e di speranza, e oltre ancora, nella figura del nonno tedesco dei Sudeti, mai conosciuto, fino ad arrivare all’etimologia del cognome e delle sue origini – si potesse trovare un filo, una ragion d’essere, una radice che possa giustificare quell’irripetibile casualità che lo scrittore sente di essere (A volte penso che quel pomeriggio tu e la mamma avreste potuto fare qualcos’altro, rimandare. Potevi farti una sega, Karlo, ma a pensarci bene: perché darsi all’autoerotismo quando si ha a disposizione una donna che ti ama?). Attraverso l’inseguirsi reciproco del tempo della memoria, del tempo della vita e del tempo della scrittura, quasi in una spirale ctonia, il protagonista autore narratore ingaggia un corpo a corpo con la sua esistenza presente (In questo alveo svuotato che è il mio adesso), il senso del suo stare al mondo, il senso stesso della scrittura e della sua vocazione di scrittore, la memoria personale e paterna. È come se padre e figlio si rubassero la scena, in un dramma a due in cui comprimari sono le altre figure familiari che fungono quasi da coro rispetto al dramma o, come nel caso del fratello Stefano – al tempo stesso doppio del fratello scrittore e del padre suicida, ma anche irriducibile ai due – anticipassero il finale tragico del libro. Sembra quasi che il figlio per affermarsi debba continuamente sovrapporre la sua vita a quella del padre, per coglierne analogia e differenze, per capire, infine, se l’esistenza che si trova in sorte valga fino in fondo la pena di essere vissuta. Se valga la pena di essere vissuta e scritta in un’estate milanese afosa e plumbea che cede il passo ad un autunno di scrittura e di anamnesi dolente e lucida, in cui i giorni trascorrono uguali e implacabili, dove le ombre del passato e i fantasmi del presente, sotto forma di donne, amici, familiari, luoghi, riti solitari si presentano per un redde rationem definitivo. Per scoprire, in ultimo, che il padre, la distanza che ci separa da lui, è l’unità di misura in base alla quale misuriamo noi stessi e il mondo e, percorrere la distanza che il padre stesso è, superarla attraverso un libro o attraverso un altro percorso, uccidere simbolicamente il proprio padre, è l’unico modo per rimanere autenticamente fedeli alla sua figura, al rito che ci legava a lui come al nostro idolo; la domanda continuamente posta dall’autore da bambino al padre: Papà, che macchina è?

© Francesco Filia

Questo articolo è apparso su Nellocchiodelpavone il 10 giugno 2012

Maria Giudice: nella storia e nella ‘memoria’ di Goliarda Sapienza

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(© Archivio Sapienza-Pellegrino)

Maria Giudice è stata una figura cruciale per la storia del Novecento: socialista, tra le prime sindacaliste e proto-femministe italiane (ed europee), giornalista, attivista dall’eccezionale vitalità e dinamicità, Giudice era una ‘donna atipica’ per la sua contemporaneità, in grado di dedicare il proprio sé agli altri con innata generosità. La sua forza – politica e culturale insieme – emersa nelle battaglie per i diritti dei lavoratori socialisti e in difesa delle lavoratrici, nei dibattiti e negli scioperi che l’hanno più volte condotta in carcere, è stata oggetto di studio negli ultimi vent’anni non soltanto da parte della storia contemporanea: la narrazione della sua vicenda, che attraversa due secoli e gli anni che vanno dal Ventennio al 1953 (in cui è morta) è anche al centro dell’opera della figlia Goliarda Sapienza, come vedremo.
Vi sono almeno tre punti di partenza che aiutano a mettere in luce l’importanza di Maria Giudice nel panorama della prima metà del secolo scorso: il racconto storico ‘su di lei’, i suoi ‘testi politici’ e la memoria che Sapienza ha tenuto in vita non solo nei romanzi ma anche nei Taccuini degli ultimi anni, che sviscerano peculiarità importanti e, fino ad oggi, poco considerate altrove, aprendo così a un’indagine diversa.
La biografia di Giudice è stata puntualmente tracciata da Giovanna Providenti, biografa di Sapienza, sia in La porta è aperta. Vita di Goliarda Sapienza (Catania, Villaggio Maori, 2010) sia in un articolo apparso nel 2007 su «Noi Donne», i cui contenuti sono frutto di un’elaborazione di fonti provenienti dalle monografie a cura di Vittorio Poma, Una maestra fra i socialisti. L’itinerario politico di Maria Giudice (Bari, Laterza, 1991), e Jole Calapso, Una donna intransigente. Vita di Maria Giudice (Palermo, Sellerio, 1996). Vale la pena di riprendere i tratti salienti della biografia anche qui citando, ai fini di questo discorso, almeno un paio di scritti di Giudice che testimoniano l’incorruttibilità del suo pensiero e la tenuta dello stesso nel tempo.
Figlia del reduce garibaldino Ernesto e di Ernesta Bernini, Maria era nata a Codevilla, in provincia di Pavia, il 27 aprile 1880; maestra elementare e compagna dell’anarchico Carlo Civardi morto in guerra nel ’17, ha attraversato i primi vent’anni del Novecento con un doppio ruolo: quello di ‘donna d’azione’ e ‘donna di parola’. Nel 1902 si avvicinerà al socialismo grazie a Ernesto Majocchi, collaborando con lui al periodico «L’Uomo che ride»; nel 1903 diventerà segretaria della Camera del Lavoro di Voghera e, subito dopo, per volere del partito, responsabile dell’organizzazione camerale a Borgo S. Donnino presso Parma. In quel periodo verrà segnalata dalla questura per l’attività di propaganda e per le manifestazioni pubbliche; finirà ben presto in carcere a causa di un articolo pubblicato su «La parola ai lavoratori», in cui affronta un episodio tragico per l’epoca con estrema criticità: l’eccidio di Torre Annunziata. Incinta del primo figlio di Civardi – con cui non fu mai sposata –, sceglierà di partorire da esule in Svizzera, restandovi per quindici mesi. Conoscerà lì Lenin e Angelica Balabanoff, con cui fonderà «La difesa delle lavoratrici»; tra le due nascerà anche una forte amicizia che continuerà fino alla morte di Giudice (Balabanoff ne scrive in La mia vita di rivoluzionaria del ’79). «Eva» e il quindicinale «Su Compagne!» sono tra gli esempi di riviste femminili in cui Maria esprimerà il suo personale punto di vista su temi che riguardano la vita intima delle donne. Ciò sarà testimoniato poi nei romanzi del “ciclo autobiografico” di Goliarda Sapienza, in cui Maria sarà la madre capace di trasmettere alla figlia alcuni rudimenti che riguardano la sessualità femminile e il rapporto con l’altro sesso. La precocità delle sue idee è notevole per l’epoca; in tutt’altra chiave e forse in termini comparatistici – anche per vicinanza anagrafica –, l’approccio diretto di Giudice può dirsi simile a quello di Sibilla Aleramo, che nei primi anni del Novecento sarà impegnata come giornalista e attivista in molti giornali femminili.
Di quel periodo è tuttavia importante La nostra idea, in cui Giudice spiegherà quel “socialismo umanitario” di cui sarà ‘portatrice’ per tutta la vita:

distruggiamo il disagio economico, creando l’uguaglianza economica […] Noi sappiamo che l’ingegno umano va sempre inventando nuove macchine destinate a sostituire l’uomo nei mestieri meno nobili e più faticosi, ora esse e non sempre dappertutto vengono adottate, perché, dato il sistema attuale della proprietà privata dove le macchine sono solo a disposizione ed a tutto beneficio di pochi privilegiati, ciò non riesce sempre né facile né utile al capitalista, ma riuscirebbe facilissimo e sommamente utile l’applicarle in un ambiente collettivo, ove le macchine diventerebbero proprietà di tutti quanti i lavoratori e la scienza, che riceverebbe allora maggiore impulso della nuova società, ne inventerebbe sempre delle nuove, talché esse verrebbero a sostituire l’uomo nei mestieri più bassi e faticosi, ne sarebbe tanto lontano il tempo nel quale l’uomo sì nell’agricoltura che nell’industria, diventerebbe un semplice direttore di macchine.
E così noi avremo messo la natura in perfetto accordo con la scienza […]
Rimarrebbe l’altra questione, quella della vanità, per cui ciascuno cercherebbe per ambizione personale di darsi ad una professione piuttosto che ad un mestiere, ma se questo fatto può avvenire oggi, in una società che bada più all’apparenza che alla sostanza, scomparirebbe all’orquando gli uomini sarebbero giudicati a seconda di quello che sanno fare e non alla stregua dei titoli che portano.
È vero, oggi noi, per una falsa educazione avuta siamo usi a trattare con molto più riguardo un avvocato, un ingegnere, che non un falegname od un contadino, spesse volte si dia il caso di persone esperte nel proprio lavoro e di un titolato che non vale un’acca; da qui il disprezzo generale per tutti i mestieri. Ma se per mezzo di un’educazione più seria e più giusta ci si abituerà a considerare del pari (come d’altronde si è già cominciato a fare) il lavoratore delle braccia come quello della penna ed a dare valore tanto al falegname che sa fare un bel tavolo, quanto al pittore che ci dipinge un bel quadro o al letterato che scrive un bel libro, a giudicare insomma le persone, non dai titoli che portano, ma da quello che sanno fare, vedranno ciascuno scegliersi quel mestiere o quell’arte, o quella professione alla quale potrebbe dedicarsi, con maggiore profitto, ben sapendo che altrimenti non glie ne deriverebbe che del danno.

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PAESAGGI DI POESIA 2016 – SETTIMA EDIZIONE

PAESAGGI DI POESIA 2016 – SETTIMA EDIZIONE

a cura di Sergio Rotino, con la collaborazione di Luciano Mazziotta

BOLOGNA, Ibs.it bookshop, piazza dei Martiri, 5 – Libreria Trame, via Goito 3/C

Modo ipofrigio, 2015 Stefania De Salvador Tecnica mista su tavola di legno, 60x40

Modo ipofrigio, 2015
Stefania De Salvador
Tecnica mista su tavola di legno, 60×40

 

 

Settima edizione consecutiva per Paesaggi di poesia, rassegna di incontri e dialoghi con alcuni dei nomi più interessanti del panorama poetico italiano ed europeo.
Organizzata a Bologna da Sergio Rotino,  principalmente negli spazi di Ibs.it bookshop ma anche in quelli di Libreria Trame, in questo settimo anno la rassegna si avvale dei suggerimenti di Luciano Mazziotta, giovane critico e poeta.

La formula è però rimasta invariata.
Infatti nell’arco di quattro mesi, da febbraio a maggio, verranno ospitati negli spazi delle due librerie 16 incontri con 18 poeti per un totale di 19 titoli. Gli autori provengono da tutta Italia (Lombardia, Sicilia, Campania, Marche, Veneto, Lazio, Emilia, Toscana), dall’Irlanda (Afric Mc Glinchey) e dal mondo anglosassone in generale.
La discrepanza fra numero di titoli e quantità di autori è dovuta alla creazione di DUE, un ramo della rassegna in cui due poeti dialogheranno l’uno sul volume dell’altro, e viceversa, in uno scambio di presentazioni. Oppure un poeta presenterà due suoi volumi, usciti in contemporanea. Oppure ancora due poeti parleranno del libro scritto a quattro mani, ma separatamente.

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Anomalisa (di Nicolò Barison)

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Anomalisa, l’Uomo Postmoderno nel film d’animazione di Charlie Kaufman

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Anomalisa è la storia di Michael, uomo di mezz’età annoiato dalla sua vita, che di lavoro fa l’oratore motivazionale, ovvero è specializzato nel dare un senso alle esistenze degli altri. Ha avuto un discreto successo con il suo libro sui servizi ai clienti delle varie compagnie. È inglese ma vive a Los Angeles, anche se in realtà a casa non c’è mai, dato che è sempre in viaggio da un Paese all’altro. Durante un soggiorno di lavoro giunge a Cincinnati, dove deve tenere un importante discorso ad una convention. Nel lussuoso hotel in cui alloggia conosce casualmente Lisa, una sua fan che lo colpisce sin da subito nel profondo.

Anomalisa, vincitore del Leone d’argento – Gran premio della giuria al Festival di Venezia 2015 ed in corsa agli Oscar, è il primo film d’animazione in stop motion diretto da Charlie Kaufman, con il supporto di Duke Johnson. E il risultato è davvero molto buono. Kaufman è prima di tutto un grande sceneggiatore, sin dai tempi dello splendido Essere John Malkovich, senza dimenticare Il ladro di orchidee e Se mi lasci ti cancello, scritti rispettivamente per Spike Jonze e Michel Gondry. Kaufman si è poi cimentato anche nella regia con Synecdoche, New York con il compianto Philip Seymour Hoffman e, appunto, Anomalisa. Il film, verboso, complesso e filosofico come tutto il cinema dello sceneggiatore/regista, mette in scena la vita-non-vita di un uomo di successo, distaccato dal mondo ed incapace di provare interesse per l’umanità che lo circonda. Egli manda sempre tutto a rotoli e non riesce ad instaurare rapporti umani sinceri con i suoi simili. Tutto sembra annoiarlo maledettamente e le persone gli appaiono tutte identiche (non a caso “tutti gli altri” sono doppiati dalla stessa grigia e robotica voce maschile, anche le donne), fino a quando non incontra Lisa, il cui timbro vocale (quello della Jennifer Jason Leigh di The Hateful Eight) presenta delle peculiarità diverse che lo fanno sentire di nuovo vivo. Michael, fino a quel momento, era maestro nel cambiare la vita delle altre persone, ma incapace di trasformare sé stesso. Ma Lisa ai suoi occhi e alle sua orecchie sembra totalmente diversa da quella massa informe e piatta che vede ogni giorno.

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