I me medesimi n. 12: Paola

Milano, Affori, foto gm
Milano, Affori, foto gm

 

Che bei pantaloni, ha detto la segretaria a Paola. Grazie, sai, non li metto mai. Ma guarda che ti stanno proprio bene. Grazie, ha detto di nuovo Paola, poi è andata a sedersi alla scrivania. Alla mattina non c’è molto da fare e le colleghe arrivano un po’ alla spicciolata.

Con le colleghe però è diverso, non come con la segretaria. Quelle ti squadrano ogni mattina. Ma come sei vestitaaa, lo dicono tutte, le une alle altre. Senza però che si capisca dal tono di voce se vuol dire: come sei vestita bene o come sei vestita male. E tutte si rispondono per sicurezza: mi sono vestita di corsa, è la prima cosa che ho trovato. Paola sa che non è vero, però. Anche lei fa il gioco di tutte quante e dice: ma come sei vestitaaa, e: è la prima cosa che ho trovato nell’armadio. Però sa anche di non vestirsi mai di corsa, anzi di solito ci mette un bel po’. Salta la colazione piuttosto.

Perciò Paola non ci ha fatto molto caso quando una collega le ha detto: pantaloni bianchiii? Con quel tono che non si capisce. Sì beh… ha risposto Paola, e ha continuato a fare quello che stava facendo. Poi la collega con tono sognante ha detto: anch’io ho dei pantaloni bianchi. Allora tutte per un po’ hanno parlato di pantaloni bianchi. Poi l’argomento si è esaurito e ognuna ha badato solo alla propria scrivania.

Verso le undici arriva la capa. La capa ha l’ufficio lontano dal loro, ma alla mattina passa sempre a chiacchierare un po’. Alla capa nessuno dice: ma come sei vestitaaa, ma solo: come stai beeene. La capa risponde sempre: insomma, oppure anche lei: è la prima cosa che ho trovato. Però se nessuno le dice niente chiede: Hai visto le scarpe? Hai visto la camicia? Hai visto i pantaloni?

Quando la capa entra nell’ufficio quella mattina, Paola sussurra: oh mio dio! E sente la faccia calda. Come stai beeene, le dicono le colleghe. Insomma, risponde la capa, ho voluto inaugurare la stagione dei pantaloni bianchi ma non mi convincono tanto. Tutte le colleghe guardano Paola, ma lei non dice niente e resta con le gambe sotto la scrivania.

Mentre la capa resta un po’ a chiacchierare arriva il fattorino con un plico per Paola e lei si deve alzare a firmare. Appena il fattorino se ne va, la capa dice: toh ci siamo vestite uguale. Il suo tono di voce è di quelli che non si capisce. Paola fa un sorrisino e torna a sedersi mormorando, che disastro.

La capa infine se ne va. Le colleghe ricominciano a parlare di pantaloni bianchi. Una collega passa vicino a Paola e le dice: che sfiga.

La mattina passa e Paola resta seduta. Le colleghe vanno a prendere il caffè ma lei resta al suo posto. La capa ha chiamato qualcuno nel suo ufficio e Paola spera ardentemente che non chiami lei. Che disastro essersi vestita uguale alla capa così adesso quella penserà che Paola la imita, che le frega le idee, che è un imbarazzo andare in giro con una vestita uguale a lei. Però Paola è arrivata prima in ufficio e tutti l’hanno vista, dovrebbe essere la capa a vergognarsi. Invece è Paola e le viene anche un po’ da piangere.

Vieni con noi a pranzo, chiedono due colleghe. No grazie, ho ordinato dei panini, risponde Paola. Poi passa la capa con altre colleghe: allora Paola, non mangi oggi? Mangio alla scrivania, dice Paola con noncuranza, ho del lavoro da fare. Come vuoi, dice la capa e se ne va. Paola ascolta l’ascensore in fondo al corridoio. Sente che arriva, che si apre, che fa ping, poi si chiude e riparte. Se ne sono andate tutte.

Paola scatta in piedi e corre in bagno, erano due ore che le scappava la pipì.

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© Paolo Triulzi

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