Giorno: 27 gennaio 2016

I me medesimi n. 12: Paola

Milano, Affori, foto gm

Milano, Affori, foto gm

 

Che bei pantaloni, ha detto la segretaria a Paola. Grazie, sai, non li metto mai. Ma guarda che ti stanno proprio bene. Grazie, ha detto di nuovo Paola, poi è andata a sedersi alla scrivania. Alla mattina non c’è molto da fare e le colleghe arrivano un po’ alla spicciolata.

Con le colleghe però è diverso, non come con la segretaria. Quelle ti squadrano ogni mattina. Ma come sei vestitaaa, lo dicono tutte, le une alle altre. Senza però che si capisca dal tono di voce se vuol dire: come sei vestita bene o come sei vestita male. E tutte si rispondono per sicurezza: mi sono vestita di corsa, è la prima cosa che ho trovato. Paola sa che non è vero, però. Anche lei fa il gioco di tutte quante e dice: ma come sei vestitaaa, e: è la prima cosa che ho trovato nell’armadio. Però sa anche di non vestirsi mai di corsa, anzi di solito ci mette un bel po’. Salta la colazione piuttosto.

Perciò Paola non ci ha fatto molto caso quando una collega le ha detto: pantaloni bianchiii? Con quel tono che non si capisce. Sì beh… ha risposto Paola, e ha continuato a fare quello che stava facendo. Poi la collega con tono sognante ha detto: anch’io ho dei pantaloni bianchi. Allora tutte per un po’ hanno parlato di pantaloni bianchi. Poi l’argomento si è esaurito e ognuna ha badato solo alla propria scrivania.

Verso le undici arriva la capa. La capa ha l’ufficio lontano dal loro, ma alla mattina passa sempre a chiacchierare un po’. Alla capa nessuno dice: ma come sei vestitaaa, ma solo: come stai beeene. La capa risponde sempre: insomma, oppure anche lei: è la prima cosa che ho trovato. Però se nessuno le dice niente chiede: Hai visto le scarpe? Hai visto la camicia? Hai visto i pantaloni?

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Una frase lunga un libro #42: Vito Bonito, Soffiati via

soffiati

Una frase lunga un libro #42: Vito Bonito, Soffiati via, Il ponte del sale, 2015, € 15,00

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da bambina
seduta nel sangue
volevo sapere
cosa resta dei morti

alle manine che uccido
ora chiedo

cosa resta di me
che cosa non torna
mai più

Come fosse un racconto

Chi sono i bambini? Quelli di Bonito e poi tutti i bambini? E gli umani? Mi faccio queste e altre domande, mentre ripongo in libreria,  dopo la terza, quarta lettura, Soffiati via. Mi sono venuti in mente altri bambini, bambini reali e particolari, i bambini dei racconti di Silvina Ocampo (penso soprattutto a Un’innocente crudeltà, La nuova frontiera, 2010, traduzione di F. Lazzarato). I bambini di Ocampo sono fantasiosi più che mai, sono crudeli, sono sovvertitori di regole. Bambini che inventano, bambini che volano, bambini che imprigionano gli adulti in salotto, bambini che ammaliano altri bambini, bambini che dettano le regole del gioco e che del gioco fanno tutto il reale. I bambini della scrittrice argentina sono prossimi alla dimensione del sogno, ma sono reali. I bambini di Bonito sono Bonito stesso, e poi non sono, non possono essere, non saranno. Questi bambini sono prima della nascita, prima che il corpo cresca, prima che i pezzi si incastrino. Questi bambini sono oltre la morte, dove e quando tutto è già accaduto, dove niente è accaduto, perché niente accade. I bambini sono, poi, gli adulti, sono i vecchi, e in quanto tali destinati alla non esistenza. Sono di un’altra dimensione, dove vige l’innocenza e dove essere innocenti non è concesso. Si può scrivere in questo modo per raccontare uno dei libri di poesia più interessanti dell’ultimo anno, bisogna dimenticare qualche regola da recensore e tentare un racconto, provando a immaginare ciò che il poeta ha immaginato, lasciando spazio a ciò che ha voluto che il lettore vedesse.

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