Giorno: 21 gennaio 2016

Come una lettera #4 (inedito)

di Luciano Mazziotta

stratificazione

 

dove una folla tace e gli amici non riconoscono.
F. Fortini

Comincia che col lavoro dimenticano.
Col lavoro la scorza si sfoglia
di numeri e nomi. Recide.
Comincia l’età che mi sveglio
che sono mio padre alle sei
ma fra poco fa buio ed è ora
di andare a dormire. Riappaiono
i nomi. Riappaiono i numeri
ma alle sei non ha senso.
Alle sei c’è altro da fare.
Gli orari gli impegni la folla
puntuale di estranei che aumenta
strato per strato. Per strato. Per strato.

Finita la pioggia rientriamo.
Non rispondo. Non chiamo.
Ti scrivo, alle sei, di una specie
di esistere mezza lavoro
e mezza appendice. Comincia
l’età che non si hanno più amici.

Sandro Penna, Due Venezie

filippo-de-pisis-palazzo-ducale-1940.  La mia prima Venezia, una Venezia di un’ora, è una Venezia piovosa, non autunnale, estiva.
.  Ed anche, così nel ricordo, una Venezia all’estero. Quando arrivai, infatti, fui preso tra una calca cicaleggiante di stranieri che non mi lasciarono più solo un minuto. Estate, ho detto, e per di più la pioggia teneva forse a casa i veneziani e spingeva visitatori e villeggianti ai medesimi ripari come le mosche sul cibo preferito. Francesi, Inglesi, Americani, Tedeschi ronzavano talmente intorno a a me ch’io mi sentii spaesato e quasi timoroso di aprire bocca. Guardavo, allora, ascoltavo senza capire, e cercavo amoroso un volto dai neri capelli ricciuti, dai neri occhi brillanti: un Italiano. Fui trascinato nel «vaporino» anch’io, e lì, oltre alle meraviglie a me nuove del veicolo (tutto era come un divertimento da ragazzi: c’era il «capitano», serio al governo della sua nave; e c’era chi, sprezzando i velluti, sostava diritto «sopra coperta»), lì finalmente arrivò l’Italiano dai neri ricciuti capelli, dai neri occhi brillanti e, per di più, dal vero virile «impermeabile» sulla snella persona adolescente: il bigliettaio. Il quale, oltre che il biglietto, mi chiese un temperino con cui si mise a tagliare certo cordame, con grande destrezza e serietà. Tutto era un dolce incubo infantile? Dov’erano i tranvai consueti col consueto povero bigliettaio, stanco o di cattivo umore? Là, s’io avessi voluto, avrei potuto mettermi a giocare col giovanotto, che avrebbe certo dimenticato i biglietti degli altri passeggeri.
.  L’acqua era intorno a noi, sopra di noi, sotto di noi. Passammo sfiorando le meraviglie che tutti sanno, girando e rigirando in maniera che neanche un gatto ritroverebbe da solo la via del ritorno. Arrivammo finalmente in piazza San Marco. Qui le bellezze divennero favolose: eravamo forse in Oriente. Dov’erano «San Pietro», o Assisi, o «La Loggia dei Lanzi»? In quale paese lontano della nostra memoria?
.  Tutt’intorno alla piazza orchestrine e orchestrine, piccole botteghe scintillanti e folla e folla, seduta e ricoperta di brillanti e dolciumi.

.  La mia seconda Venezia, una Venezia di un giorno, è una Venezia luminosa, non estiva, quasi ancora invernale.
.  E questa volta conobbi i veneziani, salivo e scendevo i ponti con loro, tutto era luce, anche le loro voci. Vidi San Marco, vidi i palazzi celebri scintillare al sole, come bene si addice alla loro indole vanitosa.
.  E andai al «Lido». Non amo i ritrovi di «vita mondana», e allora la stagione era la più adatta per me. Non amore della solitudine soltanto, ché allora cercherei la campagna, o la montagna, o il deserto. Ma qualcosa che non so mi spinge, sempre, verso i luoghi della vita, della più fitta vita, proprio quando si ritrovano deserti. Amo le grandi città, e quando ci sono dentro finisco col dormire di giorno e girare di notte.
.  Il tragitto per la celebre spiaggia non è più fra stretti labirintici canali, ma veloce e diretto come in mare.
.  I miei due o tre compagni, nel «battello», erano tedesconi, già neri di pelle in febbraio, e appena ci staccammo dalla città si aprirono al sole come avidi fiori.
.  Quando arrivai seppi che dovevo farmi a piedi la strada per il mare: non tranvai, non altri veicoli. La strada mi dette l’indefinibile malinconia di un museo di orge all’alba o, se volete, di un film veduto «vent’anni dopo». Tutto era stato lì per la «stagione»: ville, caffè, cinematografi, insegne e insegne a grandi caratteri. E tutto morto per ora.
.  Ma quando fui alla grande sabbia, di fronte al grande solito mare, ogni malinconia sparì o – meglio – perdette quel senso di ristretta angoscia. Fu la felice malinconia dell’amore. Il mare, il solito mare, con le più solite onde e intorno a me nessuno. Forse una vecchia laggiù. Forse due ragazzi in corsa verso una palla cadente.
.  E la sera cercai, come sempre, un più stretto contatto col popolo. Io non so bene esprimermi, e mi sarà sempre impossibile dire quello ch’io provo vicino al popolo. Vicino a un popolo nuovo. La meraviglia affettuosa di udire dolci sconosciuti accenti uscire da bocche in tutto simili ad altre conosciute. I modi, le voglie, la vita insomma è forse sempre la stessa, ma sentirla tradotta in altro linguaggio, e sentire la spontaneità fresca di questa nuova invenzione ripetersi identica presso tutto un popolo vario come per un miracolo, è davvero per me la più dolce delle scoperte – né so dire di più. Più tardi importano le scoperte individuali, la psicologia di ognuno, ed è forse cosa più profonda. Ma chi ci ridà la gioia della musica?
.  Non avete mai domandato a un popolano delle inutili cose solo per sentirlo cantare in un dialetto a voi poco noto? Non siete mai entrato in un cinematografo popolare (due film centesimi ottanta) solo per godervi lo spettacolo attraverso i vivi commenti dei ragazzacci? Io sì. E così feci a Venezia. E tanto gioia ne provai anche se, entrando nel buio di uno di quei tali locali, andai quasi in terra da un troppo alto scalino, con rumorosa soddisfazione di quei tali amati ragazzacci.

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025Sandro Penna, Due Venezie, in Un po’ di febbre,
Milano, Garzanti

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[l’immagine in alto a sinistra riproduce il quadro di Filippo De Pisis, Palazzo Ducale (1940)]

[sulla poesia di Sandro Penna qui]