Giorno: 20 gennaio 2016

I me medesimi n. 11: Nero

Parigi 2015, foto gm

Parigi 2015, foto gm

E dopo un po’ di anni è arrivato lui. Così come avevano preso me, hanno preso anche quest’altro. Anche se non si può dire che quello sia un altro come me. Io, infatti, sono nero.

Ho sempre saputo di esserlo, anche prima di venire a vivere con loro che sono così rosini. Mi piace essere nero, mi piace scomparire nell’oscurità. Mi piace stare sdraiato in una stanza buia e chiudere gli occhi e pensare che, ecco, adesso non mi si vede più.

Loro non erano male, specie lei. Credo anche oggi, un po’, di amarla. Poi però è arrivato lui e sono stati sempre loro a portarlo a casa. Me lo hanno messo davanti, piccolo com’era, e mi guardavano, quasi avessimo dovuto diventare amici lì sul momento. Quello subito mi si butta addosso, fa gne gne, vuole giocare. Non mi piace. Inoltre è così chiaro. Più di loro, addirittura. Ha gli occhi azzurri ed è tutto biondino e con loro fa il bambolotto. Appena loro mi lasciano andare, mi vado a nascondere. Ma quello subito che arriva. Lì è finita la pace.

Il biondo da allora mi è sempre stato addosso, mi ha sempre seguito come un’ombra. Non c’è più stato un letto mio, un divano mio. Neanche un armadio mio. Non nego che ogni tanto gli ho dato corda. Ogni tanto l’ho consolato, ogni tanto ci ho giocato. Da quelle confidenze, però, adesso ce l’ho sempre addosso. È piccolo, vuole sempre fare la lotta, saltare, correre, ruzzolare.

Io ho provato a lamentarmi con loro. Ma non ho mai imparato bene la loro lingua. Inoltre non mi piace tanto star lì a chiacchierare, a me piace stare per conto mio. Ho provato allora a trattenere il respiro ma loro non se ne accorgevano. Ho provato a smettere di mangiare, ma non si vedeva che ne avevo avanzato perché il biondo mangia tutto quello che lascio io. Anzi, a volte prova anche a rubarmi la roba dal piatto. Loro non si sono mai accorti di niente. In più lui, il biondo, è tutto il contrario di me. Gli sta sempre in mezzo ai piedi e fa gne gne e si fa prendere in braccio da tutti e fa le smorfie.

Allora ho smesso di pisciare. Di questo se ne sono accorti. All’inizio è stata dura, poi mi si è gonfiata la vescica e mi sono ammalato. Loro sono diventati tutti per me. Si sono preoccupati, non hanno dormito, mi hanno portato dal dottore. Poi ci hanno separati per due o tre notti e a me mi hanno tenuto a dormire con loro, finalmente senza di lui.

Anche quella pacchia è finita, alla fine. Tutto è tornato come prima, tranne che adesso se lui mi sta troppo addosso loro gli dicono di lasciarmi stare. Va bene anche così. Io poi, che ho sempre amato nascondermi sotto i tavoli e negli angoli, ho scoperto una nuova maniera per sfuggire al biondo. Vale a dire andare in alto, dove lui non riesce ad arrivare. Lui riesce a salire sulla poltrona, allora io vado sul davanzale della finestra. Quando crescerà ci riuscirà anche lui, ma io ho già fatto le prove e posso tranquillamente arrivare in cima all’armadio. Quando lui mi ha visto spiccare il balzo è rimasto lì a guardarmi la coda fino a che non sono sparito. È stato bello riuscire di nuovo a sparire dalla vista degli altri. Lui ha un po’ chiamato da sotto, poi se n’è andato a dormire su di una sedia.

Ora, quando siamo in casa da soli e quello mi scoccia troppo, io salgo sull’armadio e lui resta solo e hai voglia a fare gne gne e a fare le capriole, allora. Se ne deve restare solo e in silenzio e questa è la punizione, questa a me piace chiamarla: la rivincita del Nero.

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© Paolo Triulzi

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Una frase lunga un libro #41: Kent Haruf, Canto della pianura (seconda parte di un discorso)

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Una frase lunga un libro #41: Kent Haruf, Canto della pianura, NN editore, 2015, traduzione di Fabio Cremonesi. € 18,00, ebook € 8,99

(Seconda parte di un discorso)

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Non l’ho mai detto. Non direi mai una cosa del genere neanche se mi pagano. Mi sembrava di sì. L’avevo capita così. Era solo un pensiero, tutto qui, disse Harold. Tu non pensi mai? Sì. Ogni tanto penso qualcosa anch’io. Ecco, appunto. Ma non devo dirlo per forza. Solo perché ci sto pensando. D’accordo. Ho parlato senza pensare. Vuoi spararmi adesso o aspettare il buio?

Abbiamo cominciato a parlare di Kent Haruf con Benedizione, la scorsa settimana. Avevamo messo da parte, come fieno in cascina, alcune convinzioni, alcune certezze sulle storie e sulla sua modalità di scrittura, poi leggi Canto della pianura, e molte cose cambiano, l’orizzonte si amplia, lo scrittore dimostra di essere ancora più versatile di quel che sembrava. Sa che dove funzionano un monologo e un dialogo, possono funzionare un coro, conversazioni più lunghe. Sa che persone che per tutta la vita hanno parlato pochissimo possono sedersi una sera, a un tavolo, e mossi da tenerezza, preoccupazione e affetto cominciare a raccontare e ad ascoltare. I paragoni con McCarthy e John Williams non calzano più del tutto, soprattutto perché i paragoni non calzano quasi mai. Quello che conta è che questi scrittori sono accomunati dal piccolo luogo e dalle storie che nel piccolo luogo nascono. Si chiude Canto della pianura e si pensa che Haruf è soltanto Haruf, uno dei migliori. Nella nota del traduttore, in coda al romanzo, Fabio Cremonesi evidenzia le differenti complessità dei  due libri e di come sia stato difficile (e diverso) tradurre uno e poi l’altro, perché il buon Haruf non scrive solo in un modo, non si accontenta.

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