Giorno: 14 gennaio 2016

Oltrepassando il proprio orizzonte, Francesco Idotta

provenza idotta

La luce dell’estate, un tramonto alla foce del Reno, argine alla foga di possesso, tra le nuvole del cielo vin d’orange. La parte nascosta emerge stridula e si compiace di prendere aria, finalmente. Lentamente avanza la poesia sedimentata, quella di Prévert che chiama Barbara1:

Rappelle-toi Barbara/ Il pleuvait sans cesse sur Brest ce jour-la/ Et tu marchais souriante/ Epanouie ravie ruisselante/ Sous la pluie/ Rappelle-toi Barbara/ Il pleuvait sans cesse sur Brest/ Et je t’ai croisee rue de Siam/ Tu souriais/ Et moi je souriais de meme/ Rappelle-toi Barbara.

La poesia dell’infanzia, con pantaloni di lana bagnati dalla neve, le scarpe nelle pozze d’acqua piovana, il vento tra i capelli ricci dal biondo nascosto sotto un cappello di velluto marrone. Liberi di correre oltre la notte, sognando i delfini tra Marsiglia e Château d’If.

Tra le farfalle e le cicale scomposte, l’odore dei pini marittimi sul davanzale di lavanda, per tenere lontani gli scorpioni. I gerani appesi al ciliegio e sotto la pergola, succhiando un ghiacciolo ai mirtilli.

Il ritorno al presente, che stinge sulla fiaba. Il pastis e lo strudel a rendere meno amara l’attesa della pioggia, che dalle montagne scende verso il mare d’autunno.

La pietra grigia delle case, l’azzurro delle persiane socchiuse, il bianco delle porte che danno sui giardini odorosi e il viola della lavanda essiccata, sotto il portico di legno, che guarda il mare zaffiro, farsi sempre più scuro.

Oltre il vigneto, un pino marittimo spande suoni, che si confondono con le note di tarantella emigrata e con i canti del Maghreb dei vicini. Oltre la siepe l’infinito… tuttavia non è Leopardi a toccare il cuore, ma Petrarca, a Fontaine de Vaucluse, dove le acque della Sorgue sono limpide come gli occhi di Laura o di Valérie.

I legni nel porto di Toulon, che richiamano le pagine di Francesco Biamonti… i fiori di Olliules, le piazzette inondate di sole, sulle quali si affacciano i municipi e le gendarmerie. Le chiese medievali, pietre longeve e segrete. Sotto le fioriere vivono i ramarri e le ortensie spezzano le linee dell’orizzonte.

Al tavolino del Café de Saint Michel si potrebbe restare per l’eternità, guardando la cameriera, che danza la gioia. Il suo sorriso è vento di ponente, le sue labbra mirtilli di collina. Anche il caffè nero nella tazza di Limoges ha un fascino da primo della classe, imbevibile, ma una donna così merita due sorsi.

Tre giovani suonano Vivaldi all’angolo della strada: due violini e un violoncello, un muretto e un vaso colmo di margherite dorate. Le note sorvolano la piazzetta e si vanno a stampare sulla parete di una scuola, svuotata dall’estate. Suonano pure le panchine e i lampioni battono il tempo, che affoga nella fontana al centro della piazza.

La giravolta di una gonna a fiori di Provenza, un cane alticcio che sbanda sul pavé, occorre rivedere le priorità. Da queste parti, la linea dell’orizzonte si confonde con la gioia di vivere. Un prete legge seduto su una panchina e, lentamente, una coppia d’anziani, mano nella mano passano con la baghette sotto braccio.

Il profumiere compone essenze, nella bottega all’angolo, mentre una donna cerca di capire se è meglio il mughetto o la viola, convincendosi alla fine che la sua pelle preferisce il gelsomino.

In Provenza i profumi sono ovunque, ma solo apparentemente, perché l’essenza è nelle narici del viaggiatore, che la mescola sapientemente all’aria, ma ciò è consentito solo a chi viaggia per necessità e non per celia: per costui c’è solo una boccetta da supermercato, da svuotare in tutta fretta su un foulard in poliestere. La seta deve invece combinarsi con una base di bergamotto calabrese, lasciando che il desiderio di un bacio si realizzi silenziosamente.

Oltrepassando il proprio orizzonte si trova quello dell’Altro, di cui ci si innamora. Le certezze si dissipano e finalmente torna il sereno.

Francesco Idotta

1 Ricorda Barbara/ Pioveva senza tregua quel giorno là su Brest/ E tu avanzavi sorridente/ Raggiante rapita grondante/ sotto la pioggia/ Ricorda Barbara/ Pioveva senza tregua su Brest/ Ti ho incrociata in rue de Siam / Tu sorridevi, e anch’io sorridevo/ Ricorda Barbara.

Francesco Idotta insegna Filosofia e Storia nel Liceo Scientifico “E. Fermi” di Sant’Eufemia d’Aspromonte; già docente di Filosofia, nel Corso di Alta Formazione Docenti, e di Lingua Italiana, presso l’Università per Stranieri “Dante Alighieri” di Reggio Calabria. È dottore di ricerca in Filologia presso l’Università di Madrid.

Tra le sue pubblicazioni: Una strada per i Rom di Calabria (1997); Le fiabe di Grazia (1998); Mediatori culturali ed educazione interculturale tra i Rom di Reggio Calabria (1998); L’ecomuseo dell’area grecanica (1999); La saga di Fioravanti (2002); Hermann Hesse. L’estetica del tentativo (2004); Il ponte del nudo apparire. In AA VV No ponte. Racconti.(2005); Nel giardino delle tartarughe (2005); Il Luogo dei Luoghi (2006); Abadir Poesie (2006); Educar para crecer. Il Camaleonte de la lengua larga (Cuentos) 3 volumi – con Eva Gerace. Racconti per l’educazione alla sessualità – (Funsare, Buenos Aires, Argentina, 2008). Di cui è uscita la versione italiana Educare per crescere. Il Viaggio del Camaleonte (2015); Rotte Mediterranee (2009); La lingua dell’Altro. Il problema del dialetto nell’apprendimento scolastico (2011); Il desiderio del Camaleonte (2013). Ha curato una traduzione de La Città del Sole di Tommaso Campanella (2012) .

Laura Liberale, incidenti

parigi 2015, foto gm

parigi 2015, foto gm

Incidenti

(un racconto a due voci)

 

Sono come una marionetta rotta, con gli occhi caduti al di dentro

(E. Cioran)

Gli occhi dietro le palpebre si sono rovesciati e ora guardano dentro

(R. M. Rilke)

*

Non l’avevo certo scritto sulla scheda attitudinale del corso. Anziché al tirocinio mi avrebbero gentilmente spedita da un approfonditore. Quattro anni di cura – dai dodici ai sedici, per disturbo post-traumatico – con madame “approfondiremo” potevano bastare. Avevo approfondito tutto l’approfondibile. Ero ripetutamente scesa, agganciata a madame, nel fondale della mia tragedia, ci avevo nuotato in apnea, smuovendo qualche pietra qua e là, strappando qualche alga insidiosa, raggirando qualche ostruzione, sollevando spesso un pulviscolo sabbioso davanti agli occhi che m’uscivano dalla testa nello sforzo di spalancarsi. Quando avrei voluto soltanto che una voragine s’inghiottisse il mio mare, che un bastone biblico lo squarciasse in due per farmici passare in mezzo, cieca. I miei occhi in cambio del potere di dimenticare. Mammina che allatta un’ultima volta il suo piccino. Mammina che a dicembre vuole fare l’uccellino.

Ne erano già passati quattordici.
In verità ai primi anni dopo l’incidente preferiva non pensare.
Lui si era portato dietro le ombre frullanti e spietate di tutti i bambini futuri di cui avrebbe potuto prendersi cura.

Motivazioni: “Amo i neonati” (piccoli sbadigli bradipi). “Credo nelle potenzialità che ogni nuova esistenza reca con sé” (fiati zuccherati, occhietti che andirivengono fra due mondi, senza appartenere più all’uno né ancora all’altro).

Esperienze: “Cresciuto un fratello minore di dodici anni” (sono stata il sughero storto e smangiato messo a tappare mamma-assenza).
Questo avevo scritto e non: “Sono le madri a interessarmi davvero. Il motivo autentico per cui voglio questo lavoro”.
Le madri al loro esordio, al principio dell’avventura vitalizia. Le madri, prima che, assieme al latte, arrivi qualcos’altro a portarsele via, facendole volare dalla finestra.

Non si era mai sposata.
Ed era stato tutt’altro che un problema. Le mamme che le affidavano i propri figli pensavano che così avrebbe avuto una maggiore disponibilità nei loro confronti. In effetti, non avrebbero potuto ottenerne di più da lei. Ci sono delle persone fortunate che scoprono molto presto con che cosa vogliono tenersi occupate a questo mondo. La sua scoperta erano stati i bambini.
Tutto era cominciato col figlio della sorella, quando aveva appena diciassette anni.
«Da allora ne è passata di pipì sotto i ponti» aveva ripetuto spesso, col suo rassicurante sorriso.
Fino all’anno del cinquantasettesimo compleanno, quando il ponte era crollato di colpo, seppellendo la casa lasciatale dai genitori, l’altalena e la grotta delle meraviglie in giardino, il forno in cui cuoceva le sue torte, lo scaffale di libri per l’infanzia, la cesta dei giochi, il letto su cui poche volte aveva sofferto la solitudine. Davvero poche. Perché i bambini, anche se altrui, sono materia a espansione, riescono a infiltrarsi nei buchi più nascosti della tua vita, fungendo da collante per tutti i tuoi pezzi rotti o mal incastrati.

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