Giorno: 11 gennaio 2016

Antonio Spagnuolo, L’ultimo tocco

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Antonio Spagnuolo, Ultimo tocco, puntoacapo 2015

Una scelta di poesie con una nota di lettura di Anna Maria Curci

 

Sbaglia chi ritiene che sul tema del compianto e del rimpianto sia stato già scritto tutto, in special modo in poesia. Il ‘lungo addio’ che Antonio Spagnuolo va articolando all’amata moglie morta raggiunge ne L’ultimo tocco completezza, sicurezza espressiva e singolare coerenza. Fa bene Mauro Ferrari, nella postfazione, a sottolinearne la coesione.
Alla solidità dell’architettura della raccolta – due sezioni, Ultimo tocco e Memoria, composte rispettivamente di undici e quarantasette poesie, numerate con lettere dell’alfabeto le une e con numeri romani le altre – si affianca la compiutezza di ciascun testo.
A trattenere l’attenzione del lettore sono sia l’andamento, sia l’effetto di ogni singolo componimento, il quale, a sua volta, si inserisce coerentemente e come tassello indispensabile nella raccolta. Andamento ed effetto sono il risultato di un equilibrio dinamico tra familiarità con metri (in grande varietà, giacché quinari, novenari, endecasillabi si alternano a versi lunghi) così come con topoi della tradizione letteraria, dal mito in avanti (sempre in quella che Ferrari indica come “assoluta concentrazione tematica”) e originalità nelle soluzioni che interpretano’il’ tema e che lanciano e lasciano, insieme alla testimonianza del proprio dolore, insieme alle visioni angosciate, spunti per riflessioni, lucide immagini alle quali non è estranea la professione di medico del poeta Spagnuolo, approdi per sostare e ripartire poi in successivi viaggi di ricognizione del sé e del reale.
Chi legge, dunque, porta con sé non solo il dono di una potente e veritiera esplorazione del dolore, ma anche le indicazioni per comprenderlo come parte ineliminabile della condizione umana, muro, limite nella morte, ingrediente di base della vita.  Ci troviamo dinanzi a un ‘libro d’ore’ dell’amore terreno, perduto, pianto e sempre, sempre, cercato, così come dinanzi alle’istruzioni per la vita e per la poesia’ scritte, per così dire, da un Orfeo che sa irridere se stesso e da un Ulisse consapevole degli scogli contro i quali può infrangersi il suo perenne spronare.

© Anna Maria Curci

***

Dalla sezione Ultimo tocco

 

C

 

Palpando l’antiquato pentagramma
indifesa memoria spigoli ombre
al di là della porta.
Una mitrale incespica ai contorni
stacca granulociti
cerca vertigini
per coprire l’orlato
e la clessidra come scenari incontro al giorno.
Parlami ancora di te, dei tuoi singhiozzi,
delle incertezze incredule che non hanno senso,
perché un certo infinito gioca a beffare
il turbinio dell’incoscienza.
Il segno, forse restaurato, grida vendetta
nella profonda gola di un flauto,
strano connubio di percorsi nel canto.
Increspano le note in cerca dell’attesa
nell’aroma del pube,
strapiombo degli anni senza rupe.
Vesti finzioni in lontananza
sempre più nette,
quasi armonie senza licenze,
e catturi il torace sussurrando appena:
stranito in pause che non fanno storia
sprofondo in sopraccigli
alla scommessa del sesso
dissociando l’ennesima ischemia.

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Henri Michaux, Disegni commentati (a cura di Vittoria Mieli)

 

 

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DISEGNI COMMENTATI
Dopo aver fatto alcuni disegni a matita, dopo averli ritrovati in un cassetto qualche mese dopo, rimasi sorpreso come di fronte a uno spettacolo mai visto prima, o meglio mai compreso, che si rivelava, che è questo:

1

Sono tre uomini, pare; il corpo di ognuno, il corpo tutto, è ingombro di volti; i volti si spalleggiano, e le spalle malaticce aspirano alla vita cerebrale e sensibile.
Persino le ginocchia cercano di vedere. E mica per scherzo. A dispetto della stabilità, hanno pensato di farsi bocche, nasi, orecchie e soprattutto di farsi occhi; orbite disperate attaccate alla rotula. (il complesso della rotula, così si dice, il più complesso di tutti).
Così è il mio disegno, così prosegue.
Dalle profondità dell’addome parte un viso bramoso di arrivare in superficie, invade la cassa toracica, ma quando invade è già plurale, è molteplice, e certo altri mucchi di teste ancora soggiacciono e si rivelerebbero quando percossi, se non fosse che un disegno non si può auscultare. Questo ammasso di teste forma più o meno tre personaggi che temono di perdere il loro essere; sulla superficie della pelle, gli occhi puntati ardono dal desiderio di conoscere; l’ansia li divora, di perdersi lo spettacolo per cui vennero fuori, alla vita, alla vita.
Così, a decine e decine appaiono le teste che sono l’orrore dei tre corpi, famiglia scandalosamente cerebrale, pronta a tutto pur di sapere; pure il collo del piede vuole farsi un’idea del mondo e non solo del suolo, del mondo e dei problemi del mondo.
Niente permetterà di essere fianco o braccio: dovrà essere tutto testa, o niente.
Tutti questi pezzi compongono tre esseri devastati fino allo sgomento che si sostengono a vicenda.

2

Come guarda! (il collo si è allungato fino a essere un terzo di lui). Come ha paura di guardare! (all’estrema sinistra, la testa s’è spostata).
Qualche capello serve da antenna e da tramite alla paura, e gli occhi spaventati servono da orecchie.
Testa stravolta che a stento regna su due o tre stringhe (sono stringhe, pezzi d’intestino, nervi nella guaina?)
Soldato sconosciuto evaso da chissà quale guerra, il corpo ascetico, ridotto a un po’ di filo spinato.

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