Questo Natale #22: Sara Gamberini, Cosa vuoi tu se io voglio te

Parigi foto gm

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Cosa vuoi tu se io voglio te

 

Non sono più tornata dal dr. Lisi dopo le vacanze di Natale, l’ho lasciato così, scomparendo; il filo sottile che separa un abbaglio da una spiegazione logica delle sequenze razionali di un evento è, in assenza di cielo, un luogo infinitamente piccolo dove si annida il bene. Lo studio del dr. Lisi dava su una strada non troppo trafficata. Una via anonima che ospitava il negozio di un liutaio. Quando cercavo della poesia in quello che andavo facendo, mi fermavo a guardare le vetrine, pensavo a Kieślowski, a Haydn.
Usavo le soste per gestire alla perfezione la mia puntualità. Non volevo arrivare in anticipo né in ritardo. Dovevo suonare il campanello alle 14.30 in punto. In sala d’attesa stavo composta, non toccavo i giornali in modo che non mi si potesse giudicare in base a quello che leggevo. Nutrivo profonda riprovazione verso la moglie del dr. Lisi che posava  sul tavolo riviste come Donna moderna e Marie Claire, tra le poltroncine liberty e i vasi turchi scelti senz’altro dal mio analista. Rimanevo immobile sulla sedia perché non si pensasse che andavo a curiosare qua e là. Chi ti guarda?
L’idea che una telecamera sistemata in un angolo della sala d’attesa ci riprendesse si era consolidata in un piccolo delirio dai confini innocui. La credenza primi ‘900, i tappeti antichi e una microspia. Dopo pochi minuti di attesa, il dr. Lisi apriva la porta, mi faceva accomodare, corridoio buio, lettino. Una volta sdraiata, cercavo di muovere la testa il meno possibile – il mio analista interpretava anche i gesti –  sguardo fisso sulla stampa della cattedrale di Cremona.
“Tre passi avanti e due indietro, la psicoanalisi è un percorso lungo. Io vedo una continua progressione in lei. Si ricorda quando è arrivata qui? Non riusciva nemmeno a uscire di casa.”

Il dr. Lisi mi mostrava progressi che non avevo compiuto. Trattengo le lacrime e canto a mente What is love. Guardo il fumo della sigaretta del mio analista avvicinarsi e restare sospeso sul lettino. Ho un presagio, un suono di errore fatale che nascondo tra il setto nasale e il timpano.
“Si tratta di resistenze all’autonomia, proprio nel momento in cui era pronta a fare da sé, la sua parte piccola si è rifiutata di andare avanti, significa che ha bisogno di regredire ancora ed è bene lasciarla fare. Se le si mette fretta, si corre il rischio di una fuga in avanti.”
Otto anni di terapia e una fuga in avanti. Io, lui e l’ortodossia. Verso il 14 novembre 1976 si stava meglio nei posti. Si sopportava con garbo il fumo passivo, seduti in cerchio le parole somigliavano a epifanie, l’inconscio veniva considerato arte d’avanguardia, si stava felici nel futuro e nella rivoluzione della coscienza. Chiamo questo periodo Dal medioevo alla fuga in avanti. Sono sdraiata sul lettino. I piedi incrociati, le mani giocano con l’anello. Davanti a me un paravento antico, ricamato con rami e foglie d’oro dai quali sbuca un uccello della felicità a cui si è scucito un occhio. Ho sempre creduto che quel paravento celasse un mistero, qualcosa di interessante del mio analista che non conoscevo, negli ultimi mesi ho capito che nascondeva i cavi del telefono e i fili delle lampade.
Un’esteta il dr. Lisi.
«Mi chiedo perché insista a non dirmi che cosa c’è dietro quel paravento. Dopo tanti anni, dover continuare ad associare sullo stesso oggetto è una follia.»
Un giorno ho scoperto che cambiando discorso le parole che mi innervosivano diventavano provvisorie. Nel mio involucro di pelle si accatastano interpretazioni, se ne trova traccia perfino tra pancreas e milza. Conosco il linguaggio dell’inconscio, traduco con abilità i pensieri, limpidi e livorosi, in preziosi geroglifici dell’anima seguendo il copione di ciò che il mio analista ha capito di me. Un rumore di carta e pagine si muove cauto.
«Ma sta leggendo il giornale?».
«Non sono una statua, ho preso il suo quaderno dei sogni, mi capita di muovermi ogni tanto. Che bella analisi sarebbe se mi mettessi a leggere finché parla. Lei sta proiettando, la sua fantasia ci dice che se fosse al mio posto, leggerebbe il giornale invece di ascoltare i suoi pazienti.»
Non dubitavo che quel rumore provenisse da un quotidiano sfogliato, né trovavo peccaminoso che il mio analista desse un’occhiata a una notizia interessante ma un labirinto di interpretazioni ostacolava la nostra relazione, sempre più lontana dal buon senso e di molto prossima a un errore. Questo era tutto. Le braccia incrociate sulla pancia, la testa messa di lato. Ai più potrei sembrare morta, non fosse per gli occhi aperti, vivaci, e una nube di nebbia rossa a forma di uovo disegnata attorno al corpo. Chissà che fine hanno fatto le teorie sull’aura, un tempo non se ne poteva fare a meno.
“Quanta gente si appoggia su questo cuscino? Ogni paziente dovrebbe averne uno personale.”
Sentenzia che dietro alla mia domanda si nasconde la gelosia nei confronti degli altri fratelli pazienti. E poi il suo silenzio, stava a dire non posso dirti di più. Di seguito il mio, diceva me ne vorrei andare. Si sdraiavano un po’ tutti sulla stessa fodera, a un ritmo di trenta minuti a seduta. Il dr. Lisi aveva abolito il quarto d’ora di pausa tra un paziente e un altro perché in un’ora ne avrebbe potuti ricevere due.
“Conosciamo i suoi tormenti abbandonici, mi sta dicendo che vorrebbe passare più tempo con me. Non è mai sazia, come un lattante. Ciò che conta in un rapporto è la qualità, non certo la quantità. Una seduta di mezz’ora con me vale come cinque sedute di un’ora dalla prima psicologa di turno.”
Sicuramente si piaceva. Otto anni a ritmo di due, tre, poi quattro sedute la settimana. Il linguaggio arrancava nel come se per rivelare l’insensato, discorsi fatti di parole dense per dire, in un attimo, l’indecente. Nella traduzione perdevo pezzi di corpo e guadagnavo un ricambio d’aria nella testa, pensieri ovattati, reazioni morbide, una bella calligrafia, i significati. Scovavo nessi e mi appassionavo allo scarto tra un sogno e il tentativo di raccontarlo, tra una stretta al cuore e le sue premesse. Ho dimenticato tutte le strade senza senso camminate nei boschi e ho iniziato ad aspettarmi qualcosa di importante, una meta. All’invisibile mi rivolgevo nei momenti di stanchezza, lo mettevo alla prova distratta. Mi consolidavo così sempre più nel razionalismo semantico, nel simbolismo spicciolo e materialista delle mie impressioni di neonata. Il cibo avuto o non avuto, l’affetto che c’era stato in modo così poco perbene, il papà, la mamma, la società, la pulsione di vita, la fase orale, dimenticare. Questioni che il più impacciato dei mistici avrebbe liquidato, sotto il nome di fato, con un’occhiata di traverso.
Mi incarnavo nella fiducia nel determinismo psichico, io, evanescente ortodossa, venivo domata da un uomo razionale a stare nelle cose in modo equanime. Mi abituavo alle risposte. Distratta dalle domande. Le domande arginate a fronte di risposte che analizzavano ogni cosa. Le spiegazioni abbandonavano domande in ogni dove, il tono interrogativo si faceva di volta in volta più piatto, una risposta capovolgeva i significati, una capriola di senso, dove c’erano i piedi ora c’è la testa. Dove c’era l’Io ora c’è l’Es, dove c’era l’Es un tempo si aggiravano presenze invisibili, si mangiavano torte a tutte le ore, si interrogava il cielo e il cielo non rispondeva. La formula magica della condensazione andava in frantumi non appena si pronunciava il suo nome, il mistero diventava docile, umiliato nella ricomposizione di senso al fine di scovare in un volto sognato gli occhi di tuo padre, i capelli del tuo fidanzato, il naso della fioraia. Stavo composta e fedele. Il dr. Lisi prediligeva stabilire una certa linearità nell’intricata architettura delle strutture psichiche. La sua impostazione non aveva nulla di filosofico, di sofisticato, sfrondava ogni tipo di tensione lirica e mostrava ai pazienti come inconscio, Io e Super-Io procedessero in modo primitivo, testardo, cieco. Concentrava la sua pratica soprattutto nel rivelare la forza delle pulsioni, la loro irriducibilità. Il risultato, dal punto di vista del paziente, era che si vagava per la vita come bestie, malviventi e assassini, ingordi, come egoisti meravigliosi.
E io lo offendevo a bassa voce, camminando verso casa. Correvo a piangere nel parcheggio come i favolosi emotivi, i sentimentali rossi.
Aspettavo impaziente il ritorno della sfortuna, degli inconvenienti, delle dimenticanze. Se fino a qualche anno prima uscivo dallo studio del mio analista invasa dalla fascinazione e poi, più tardi, in preda a un’ambivalenza feroce, oggi si faceva strada la certezza che il dr. Lisi fosse un idiota. Il dolore colpisce un punto tra diaframma e polmoni, non mi sento ancora di chiamarlo chakra perché ha più le fattezze di materia bianca espansa attorno a cui gravitano, ovunque, i neuroni.
Dalla mia testa esce del fumo blu, sale al cielo, si confonde con la notte, con i fatti di un certo calibro, con l’incoscienza, aggancia le forze gentili delle polveri luminose, le disarciona, le lascia cadere tra Betelgeuse e l’Orsa minore. L’universo a mio parere è fatto di stelle e di tempo dimenticato e di scintille. È fatto di stelle e di orsi piccoli e di concerti in do minore. L’universo a mio parere è fatto di stelle, di pezzettini e di compassione. L’universo, mi pare, è fatto di disattenzione, di galassie e di noncuranza. Mi era impossibile non pensare che il dr. Lisi, l’integralismo freudiano, le interpretazioni, il test di Rorschach si sbagliassero su tutto. Non capivo però se si potesse essere in disaccordo con un salvatore e tenerlo lo stesso. La ragione segue le vie della ragione ma io, mio malgrado, sono una sentimentale.

Cosa vuoi tu se io voglio te?
Andarmene.
Meravigliarmi.
I cristalli sognanti.

Durante le vacanze di Natale mi disperavo, il dr. Lisi andava in ferie mentre le ferie in amore non dovrebbero esserci. Il mio analista sceglieva la seduta numero quarantadue, quella sull’autonomia, sulla dipendenza, sull’ansia da separazione per arrivare poi all’adorato genotipo abbandonico. Tutte le strade portano all’abbandono. Ho deciso di arricchirmi di una nuova intenzione, un piano di salvezza; devierò, disattenderò i precetti freudiani e mi riempirò la vita di cose vicine, di amori impossibili, di sostegno terreno, di dipendenze simbiotiche. E quando sarò piena di amore, quando ne avrò assunta una dose nauseante, mi sarò calmata. Mi manca il dr. Lisi, al suo posto nel mio stomaco c’è un buco dal quale colano tramonti e cieli gonfi di temporale. Vorrei non essere accusata di vaghezza se mi piace solo leggere e scrivere seguire le linee sonore identitarie diventare incredula verso i pensieri degli altri.
I materialisti mi distraggono dai frammenti di luce. Migliorano l’esistenza, misurano coincidenze, schematizzano gli eventi accidentali e così facendo offuscano la delicatezza dei fenomeni incomprensibili.
Un numero troppo alto di ricercatori consapevoli ha tolto di mezzo le cause sconosciute. Le scorie sono state nascoste nello spazio. Ma tu dov’eri quando invadevano l’Europa? Cosa preferisci, mi chiedo, e continuano a venirmi in mente elenchi di poco conto. La solennità delle predilezioni. A me piace dubitare a bassa voce, nello stupore, chiudendo tra le mani una cosa piccola, il respiro lento, non c’è nulla davanti, nulla dietro, tutto è semplice o non c’è.
Huang Po infatti mi ha detto: Perché questo parlare di raggiungere e non raggiungere? Il fatto è questo: pensando a qualcosa voi create un’entità e non pensando a nulla ne create un’altra. Distruggete completamente tali pensieri erronei, e non vi rimarrà nulla che dobbiate cercare.
A quei tempi, quando si vedeva chiaramente il cielo e mi era negata la fede nell’invisibile, il bosco, la musica elettronica che si espande in geometrie pulite, frequentare gli idealisti, l’insonnia poetica, mi aiutavano a non soffrire e nella divinazione. Mi sembra che quando nel mondo ci si accoglieva un po’ tutti, quando i cieli splendevano e poi si facevano neri e medievali, mi sembra che non ci si permettesse mai di accusare qualcuno di fuga in avanti. Quello con la felicità è un impegno che non vorrei prendermi. Il tempo contato, la morte che alita sul collo, l’urgenza di godere. Una fatica smisurata, meglio rimanere disperati e pieni di impossibilità, lanciati nel futuro, accucciati nel passato. Da anni il mio analista mi chiede di migliorare, di invertire almeno il ritmo veglia sonno. Miglioro il mio carattere, progredisco nel lavoro, perfeziono la mia forma fisica, lavoro sulla qualità della rabbia, faccio buone letture, alimento la mia compassione, coltivo amicizie. Una stanchezza di anni per essere compensata, salda, equilibrata. Si arriva a essere migliori in condizioni pietose. Mi sembra che quando ci si ubriacava in quei locali ricoperti da mattonelle umide, si toccassero nodi più interessanti dell’esistenza.
Tra gli oggetti smarriti mi stanno a cuore: la fine, le ciglia lunghe, il sonno.
I ricordi mi fanno tutti male. Anche la gioia mi ferisce, quando pronuncio il nome di mio figlio mi scendono le lacrime e non capisco che tipo di malinconia si porti dietro l’amore. Guardando il mio albero di Natale, maestoso, alto tre metri, illuminato da sette fili di lucette, cerco una teoria delle particelle piccole e luminose; la teoria delle particelle piccole e luminose consiste nel capire dove sia l’incanto; brillare sulla neve, ad esempio. Brillare sulla neve è una predilezione. Anche le stelle e il buio lo sono. Lo è anche l’invisibile se unito alla gentilezza. Gli spazi vuoti. Le luci calde.

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© Sara Gamberini

 

 

2 comments

  1. “Tutte le strade portano all’abbandono. Ho deciso di arricchirmi di una nuova intenzione, un piano di salvezza; devierò, disattenderò i precetti freudiani e mi riempirò la vita di cose vicine, di amori impossibili, di sostegno terreno, di dipendenze simbiotiche. E quando sarò piena di amore, quando ne avrò assunta una dose nauseante, mi sarò calmata.”
    Sono impressionata dalla scioltezza e spontaneità con cui si rincorrono le frasi e i pensieri – Bravissima Sara!

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