Mese: gennaio 2016

I poeti della domenica #42: Cesare Pavese, Sono uscito al mattino al freddo e al sole

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Sono uscito al mattino al freddo e al sole
come un’impresa eroica.
Ho fatto nulla tutta la giornata
finché stremato della gran fatica
son ritornato a stento, moribondo.
Così ogni giorno ripasso la vita
che mi è venuta in sorte a questo mondo.

[6 aprile 1929]

da: Cesare Pavese, Le poesie, Torino, Einaudi, 1998.

I poeti della domenica #41. Emily Dickinson, Il cervello – è più ampio del Cielo (trad. di A. Rosselli)

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The Brain — is wider than the Sky —
For — put them side by side —
The one the other will contain
With ease — and You — beside —

The Brain is deeper than the sea —
For — hold them — Blue to Blue —
The one the other will absorb —
As Sponges — Buckets — do —

The Brain is just the weight of God —
For — Heft them — Pound for Pound —
And they will differ — if they do —
As Syllable from Sound —

Emily Dickinson, in The Complete Poems, Johnson, 1955.

*

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Il Cervello — è più ampio del Cielo —
Perché — mettili l’uno accanto all’altro —
L’uno contiene l’altro
Con facilità — e Te — inoltre —

Il Cervello è più profondo del mare —
perché — comparali — Blu col Blu —
Come le Spugne — al Secchio — fanno
L’uno assorbe l’altro —

Il Cervello ha giusto il peso di Dio —
Perché — dividili — Libbra per Libbra —
Differiranno — se lo fanno —
Come la Sillaba dal Suono —

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da Traduzioni e autotraduzioni, in Amelia Rosselli, L’opera poetica, Milano, Mondadori (“I Meridiani”), 2012, pp. 1194-1195.

proSabato: Elsa Morante, Prima della classe. Racconto

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Prima della classe

Ero la prima della classe. Le altre bambine mi mettevano in tasca, di nascosto, dei torroncini o dei «coccetti», e cioè delle piccolissime pentole o padelle di coccio. Ma io sapevo che esse non mi amavano e facevano tutto per interesse, affinché io suggerissi e lasciassi copiare i compiti. Nessuna meraviglia, del resto, perché io stessa non mi amavo.
Avrei voluto essere brava in ginnastica e nei giochi, essere grassa e colorita come Marcella Pélissier. L’anima mia si protendeva disperatamente verso tutti coloro che, grassi e coloriti, erano bravi in ginnastica e nei giochi. L’anima mia, nera d’orgoglio e di sprezzo, era in realtà quanto esiste di più avvilito. Io facevo poesie con le rime, che venivano recitate da ragazzini scornati e lamentevoli nelle feste scolastiche. La direttrice mi presentava al pubblico dicendo: − Signori, devo premettere che le poesie che udirete sono state composte dalla bambina qui presente, e non esito a riconoscere, con intensa emozione, che siamo dinanzi a un genio −. Io m’inchinavo, pallidissima, lanciando sguardi lampeggianti di superbia alle modeste compagne. Vedevo i ginocchi delle mie compagne sporchi di terra, i graziosi polpacci rossi di Marcella Pélissier, e me stessa lontana da tutti, in un’ombra nera e piena di lampi, un fenomeno della creazione. Mia madre raccontava, traboccante di legittima baldanza, che all’età di due anni e mezzo, girando intorno alla tavola, avevo composto il mio primo poema in versi sciolti. Ed io covavo un empio rancore contro di lei, che aveva partorito un simile prodigio.
Se credevano di adularmi, con quel rispetto e quelle mosse, come se io fossi stata vicedirettrice, si sbagliavano. E se mi domandavano: − Che farai da grande? − sperando di sentirsi rispondere: «Farò poemi», commettevano un errore ancor più grossolano. Difatti, ad una simile domanda, io dispettosa rispondevo: − A te che te ne importa?
Ancora due cose mi distinguevano dalle altre, cingendomi di un’aureola e additandomi al rispetto universale. La prima era che, da piccola, avevo avuto il giradito. Per questo l’unghia del mio pollice sinistro non era liscia e ovale come le altre, ma pressoché quadra, dura come pietra e tutta striata di bianco. Tutta la scolaresca ammirava quell’anomalia, molte mi chiedevano umilmente di toccare col dito.
Oltre all’anomalia, c’era un’altra cosa e cioè che, quando mi veniva la febbre, avevo l’incubo. Mia madre girava stravolta, con vesciche piene di ghiaccio, e diceva piano: − Elsa ha l’incubo −. Subito i miei fratelli si precipitavano al mio lettino, con viso compunto. Ma sentendo la mia voce rauca gridare: − Sì, Dio, perdonami e conterò tutti i grani di granoturco nei sacchi. Andate via, formiche, via, migliaia. Aiutami, Dio, − e vedendomi slargare le dita nel vuoto e sbarrare gli occhi, si guardavano fissi sbottando a ridere. Sapevano che non si doveva, ma era inevitabile. Mia madre diceva: − Vergogna, disgraziati, − ed essi in preda ad ilarità furiosa si buttavano per terra e si davano pugni. Questo non esclude che il mio incubo fosse oggetto della generale ammirazione. − Com’è? − mi chiedevano le compagne. E di me si diceva con importanza, a bassa voce: − Ha un incubo.
Nella mia classe eravamo tutte femmine col grembiule bianco, fuorché il figlio della maestra, che era maschio col grembiule turchino. Il cognome della maestra, per una gentile coincidenza, era Amore, così che egli sul grembiule portava ricamato a punto erba il cognome Amore. Era grassoccio, corto di gambe, con occhi lucenti e neri, le guance rosse e la testa tutta pelata, perché aveva avuto le croste. Tutte le alunne gli facevano i sorrisi e, come a figlio di maestra, gli empivano le tasche del grembiule di torroncini e di matite. Ma lui a tutte quante preferiva me.
La cosa più dolce era che il motivo della sua predilezione non era il fatto che io fossi un genio, e nemmeno che avessi il giradito e l’incubo. Aggiungerò anzi che egli pareva per natura issato in una sfera ben superiore, in cui tali cose non valevano affatto, ed erano guardate soltanto con una gioviale benevolenza. Il motivo dunque era tutt’altro, e me lo rivelò il giorno in cui guardandomi con lucente occhio arguto e toccandomi estatico mi disse: − Che bei riccetti che hai.
Tutte assumevano nel parlarmi un’aria saccente, e con me discorrevano solo di compiti, di madri e di padri, lasciandomi sempre sola fuori dei loro frivoli capannelli. Ma Amore mi si confidava su cose umane: mi magnificava, ad esempio, la marmellata di sua nonna, ed altresì me ne offriva. Mi guardava e diceva: − Come sei pulita, − rapito, ridacchiando. E mi prendeva per mano andando in su ed in giú e una volta perfino, in segno di estrema amicizia e affabilità, mi carezzò la guancia[1].
Che Dio benedica Amore. Non so come, sentivo oscuramente che costui, dal mio pianeta deserto e corrusco, mi riconduceva per vie segrete alla terra.

[1] Qui «guancia» è correzione autografa per «faccia».

Elsa Morante, La prima della classe in Racconti dimenticati, a c. di I. Babboni e C. Cecchi, prefazione di C. Garboli, Torino, Einaudi, 2002.

Vladimir Dimitrijević, La vita è un pallone rotondo (di Martino Baldi)

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Vladimir Dimitrijević, La vita è un pallone rotondo, Adelphi, 2000 e successive edizioni, traduzione di Marco Bevilacqua, € 12,00

 

Il calcio non è aristocrazia, è nobiltà. Vi è in esso un’uguaglianza che non esiterei a definire cristiana. Mi spiego: non esiste un modello di giocatore ideale. Tutti i calciatori eccezionali trasformano un palese difetto in una qualità sublime.

Il nome di Vladimir Dimitrijević ai più dirà poco o niente, eppure a lui dobbiamo la diffusione di uno dei più grandi capolavori della letteratura universale sicuramente del ventesimo secolo e forse di tutti i tempi: Vita e destino, il grandissimo romanzo storico di Vasilij Grossman, compiuto nel 1960 ma censurato perché ritenuto “antisovietico” e sequestrato dal KGB (che distrusse perfino i nastri della macchina da scrivere dello scrittore e censurò perfino il necrologio dello scrittore togliendo ogni riferimento al romanzo). La avventurosa storia di come il libro sia sopravvissuto merita di essere letta a parte (qui alcune informazioni), ma a noi basta sapere che la prima edizione mondiale di Vita e destino vide la luce nel 1980, sedici anni dopo la morte dell’autore, grazie a una piccola casa editrice indipendente svizzera, L’Âge d’Homme, fondata (nel 1966) e diretta proprio da Dimitrijević, esule serbo rifugiato in Svizzera, dove prima di darsi all’editoria si manteneva lavorando al nero in una fabbrica di orologi ed era riuscito a conquistare il permesso di soggiorno grazie all’ingaggio in una squadra di calcio.

Proprio il calcio, insieme al doloroso amore per le proprie origini e alla letteratura, è stata una delle pietre miliari di Dimitrijević, che è scomparso in un incidente stradale nel 2011. Tutte e tre queste passioni si ritrovano e si intrecciano nel mirabile volumetto La vita è un pallone rotondo, che da oltre quindici anni non cessa di conquistare lettori di quella piccola nicchia internazionale di calciofili romantici sempre in attesa di qualcuno che sappia dare corpo e parola alla loro passione. Ma il libro di Dimitrijević non è certo un libro da consigliare esclusivamente a chi ama il calcio, e non certamente a chi ama il calcio dei giorni nostri senza vederne in filigrana, con una certa malinconia, la sua storia e il suo significato così nella vecchia Europa del ventesimo secolo come nella propria infanzia. Il calcio è l’ordito su cui si incrociano vicende biografiche dell’autore, dall’infanzia fino agli anni dell’esilio, riflessioni sulla natura umana e sulla Storia, le drammatiche vicende del totalitarismo novecentesco (viste sempre in una soggettiva stretta, senza grandangolo, che le rende ancora più crude) e altro ancora, soprattutto la grande passione di Dimitrijević per la letteratura.

Il calciatore vero si riconosce immediatamente, non lo si può inventare né simulare; il suo è un qualcosa di innato, un dono, un tocco inimitabile, l’arte di stoppare la palla; una cosa che non si impara. È esattamente come chi possiede uno stile letterario, perché a mio avviso c’è una correlazione tra questo sport e la letteratura. Il modo in cui uno scrittore colloca una virgola o un aggettivo, il modo in cui percepisce la propria musica, il respiro della frase, tutto ciò si ritrova in questo magico gioco. Vi è un calcio musicale, vi sono giocatori epici, giocatori lirici, giocatori accademici. Si riconoscono in letteratura così come nel calcio. In realtà, non è il cervello a dare i segnali, ma un centro situato tra quelle due parti fondamentali del nostro corpo che sono da un lato gli organi, gli organi emotivi del desiderio, e dall’altro la testa, che regola questa strategia per evitare che si trasformi in pulsione di caos e distruzione. E la cosa che si trova a metà strada fra la nostra animalità e la nostra intelligenza tutta cerebrale è il cuore dell’uomo: è lui che dà al gioco, e anche alla letteratura, questa pienezza. Il cuore, questo grande escluso del materialismo economico che ci circonda!

 A fare grande questo piccolo libro sono soprattutto la mente e la penna acuminata dell’autore, capaci di estrarre illuminanti riflessioni, tratteggiare con sintetica grazia profili tanto di individui dimenticati e marginali come dei più grandi campioni di tutti i tempi e, soprattutto, far detonare in metafore potentemente poetiche il legame tra l’uomo e ogni cosa che gli riservi il destino, in questo caso soprattutto il legame tra il calcio e la vita. Si pensi per esempio alla bellissima immagine delle radiocronache del campionato jugoslavo ascoltate in esilio in una pagina che racconta dal basso, a partire da qualcosa che può apparire come un’inezia, il clima di una intera epoca storica.

Da quando avevo lasciato la Jugoslavia, l’idea che nel mio paese si continuasse a giocare a calcio destava in me lo stesso dolore di quando consideravo che la vita laggiù proseguiva senza di me. Tentavo di leggere gli scarni resoconti sui giornali, quand’era possibile ascoltavo le trasmissioni di Radio Belgrado, e tutto sembrava lontano, atrofizzato dalla solitudine. […] L’orecchio, che è l’organo dell’immaginazione per eccellenza, vede e intuisce cose che gli occhi non possono percepire. Quelle partite, anche ridotte all’osso, si sono impresse nella mia memoria. In seguito ho visto dei filmati con le fasi salienti di quelle partite e ho potuto constatare quanto fosse difficile far coincidere la mia immaginazione con quelle immagini. L’esilio conferisce alle notizie che si ricevono un odore particolare. Da esiliati, ci si trova dall’altra parte dello specchio, praticamente nell’oltretomba. L’esilio è la condizione in cui ciò che si crede sia la vita non è affatto la vita. La radio è una componente dell’esilio, perché le notizie che trasmette sono remote, comportano uno sforzo di immaginazione e su tingono di una tristezza infinita.

 Pagina dopo pagina ci troviamo in mano, quasi senza accorgercene se non progressivamente, un piccolo trattato di morale della vita quotidiana e sociale, fatta di modestia, amore per gli umili, rispetto per il talento, ammirazione per il genio, attenzione per tutti e il libro, composto da tante prose perlopiù brevissime, si può leggere come una biografia esplosa ma anche rileggere come un breviario, restando a riflettere a lungo sulla capacità dello scrittore serbo di condensare così tanta verità in così poche parole. Un libro dunque sicuramente da consigliare a chi non si spiega perché un gioco “barbaro” fatto con i piedi, perlopiù inelegante e certamente infantile appassioni ancora oggi inspiegabilmente così tanti adulti dotati di senno e cultura.

L’uomo di oggi non può più vivere in una società eroica; siccome ha scelto la pseudodemocrazia che lo fa vegetare in una sorta di indifferenza, va alla partita. La povera gente ottiene qualche vittoria, certo illusoria, perché un domani subirà licenziamenti e rifiuti. Forse finirà col divorziare, intenterà un processo, toccherà con mano i danni della droga in famiglia… Io sono d’accordo con l’idea di costruire stadi, campi da basket o palestre nei quartieri difficili. Ma non sono né le tenute eleganti, né i parquet, né i prati ben curati a rendere sano il corpo. È il desiderio interiore di prodigarsi, di conoscere la gioia.

La vita è un pallone rotondo è un libro che chi ama il calcio dovrebbe leggere ma soprattutto un libro che dovrebbe assolutamente leggere chi odia il calcio. E chi non lo ha mai capito. Che è un po’ come non capire una parte importante di ciò che significa essere umani.

© Martino Baldi

Le recensioni di Martino Baldi sono pubblicate in collaborazione con la Biblioteca San Giorgio di Pistoia

 

Nicola Ponzio, Abracadabra

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Nicola Ponzio, Abracadabra, Arcipelago Itaca edizioni, 2015

*

I

Infliggere ai due Gobbi tre frustate
Accoltellare Dotto al basso ventre
Molestare la Fata Turchina per tutta l’estate
Squarciare di netto la gola alla Strega dell’Est

Tormentare la Bella e la Bestia con vero diletto
Colpire ai testicoli il povero Cicco Petrillo
Fuorviare l’intelletto al papà di Vassilissa
Danneggiare la Radura Incantata con nafta e diossine

Amputare le mani e le orecchie al vecchio Rink Rank
Vessare metodicamente i Tre Porcellini
Scannare l’oca Marten con la ronca

Mitragliare i Sette corvi con la raffica a ventaglio
Punzecchiare nel vivo il Principe Canarino
Sfigurare la vergine Malvina tenendola al guinzaglio

*

IV

Impalare senza pena il papà di Pelle d’asino
Svaligiare la casetta dei Tre Orsi
Incaprettare il nano ingrato sotto un pino
Costringere il Re di Brobdingnag ad impiccarsi

Angosciare la Strega di Hänsel e Gretel
Diffamare a mezzo stampa la ragazza mela
Malmenare per spasso i Musicanti di Brema
Confinare su Fhobos il Borgomastro di Hamelin

Frodare Bill la Lucertola e il Bruco Blu
Asfissiare l’Usignolo con il Sarin
Legnare sui denti anche Madre Sambuco

Comandare a bacchetta la fata Berylune
Sciupare di proposito le Scarpette Rosse
Contagiare con l’ebola la Bella Addormentata

*

VI

Abbattere gli alberi sacri del Bosco Fatato
Catturare il cane Toto con un cappio
Divorare il Bianconiglio dopo averlo rosolato
Sparare a Peter Pan con una Colt

Fottere a turno le Fate del Fuoco
Mozzare la testa al Cavaliere rosso
Addolorare con gioia la Contadina Furba
Pervertire le menti di Glumdal e Pich

Corrompere la rosa del Piccolo Principe
Bandire Raperonzolo dal regno delle fiabe
Intrappolare i Kalidah senza pietà

Privare della luce l’Uccellin Belverde
Distruggere il Paese delle Meraviglie
Torturare con pinze e tenaglie il Grillo Parlante

*

XII

Assoggettare Lilliput per i secoli dei secoli
Minacciare Cecina con l’accetta
Seviziare col fuoco le Ochine e i loro piccoli
Violare le sorelle della Sirenetta

Schiavizzare ad una ad una le Fatine della Luna
Amareggiare senza crucci Kay e Gerda
Rompere a martellate lo specchio di Alice
Flagellare il fondoschiena agli abitanti di Blefuscu

Imbrattare di vernice la Figliastra diligente
Sbudellare la volpe del Piccolo Principe
Marchiare Melusina con un ferro incandescente

Isolare Gian Porcospino per un anno galattico
Graffiare le guance rosate a Dorothy Gale
Falsare il lieto fine delle fiabe con l’intento di far danno

*

XV

Ammaliare con la musica del Pifferaio Magico
Rapinare i ciuchini e l’Omino di burro
Umiliare senza indugi La bambina dei fiammiferi
Terrorizzare a morte la sorella di Alice

Fregare tra i sogghigni il padre di Bella
Accusare l’Uomo di Latta di un reato inesistente
Spadroneggiare su Laputa, l’isola volante
Inquinare le acque lucenti del Bosco Incantato

Assalire alle spalle il Principe di Raperonzolo
Proscrivere Glinda, la Strega del Sud
Mutilare le sorellastre di Cenerentola

Stuprare in branco Rosabianca e Rosarossa
Disseccare i giardini di alghe brune e verdi
Infettare la Casetta di marzapane con lo Pseudomonas aeruginosa

Mauro Valentini, Cianuro a San Lorenzo

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Mauro Valentini, Cianuro a San Lorenzo. La storia di Francesca Moretti, Sovera 2015

Un fatto di cronaca, un rebus, una drammaturgia. La ricostruzione dei fatti intorno alla vicenda che viene ancora oggi ricordata come “il caso della minestrina al cianuro” diventa in Cianuro a San Lorenzo di Mauro Valentini costruzione di un’opera a più voci della quale il cronista-autore mantiene ben saldo il timone. Si badi bene: Mauro Valentini non bara, non falsa le carte, non offre sacrifici sull’altare del facile effetto, eppure riesce a incatenare chi legge alle vicende di Francesca Moretti, la giovane sociologa marchigiana morta a Roma al pronto soccorso dell’ospedale San Giovanni, alle 19, 35 del 22 febbraio 2000, dopo essere stata ricoverata d’urgenza per dolori lancinanti. A pranzo aveva mangiato soltanto una minestra con il formaggino, preparata da una delle ragazze che con lei divideva l’appartamento nel quartiere romano di San Lorenzo. È la minestrina la causa del decesso? E se questa è stata avvelenata, chi ha messo il veleno? E le medicine che Francesca prendeva da giorni per la lombo-sciatalgia? Di tutto questo tiene conto e dà conto Mauro Valentini, distribuendo voci e passi a una costellazione di personaggi di diverse culture e provenienze. Altra non è, questa costellazione, se non quella delle persone che, nella vita di Francesca, dalla nascita agli ultimi giorni, hanno occupato un posto di primaria o di secondaria importanza, ma che un ruolo nelle vicende di Francesca hanno svolto. Provengono da varie parti dell’Italia, questi personaggi, o da altri paesi europei, come Mirela Nistor, romena, una delle due coinquiline di Francesca,  oppure appartengono a culture percepite come molto distanti e viste con diffidenza, come Graziano Halilovic, rom, sposato, padre di cinque figli,  che  con Francesca ha una storia d’amore. Sono donne e uomini in carne e ossa, non solo personaggi, ovviamente, e ci vengono incontro, attraverso le pagine di Cianuro a San Lorenzo, con le loro deposizioni, le confidenze, i gesti riferiti, con i loro tic, le loro manie, le reticenze su alcuni aspetti e, d’altro canto,  la sovrabbondanza – quasi un fiume, se si pensa, ad esempio, alla deposizione di Antonella, amica di Francesca, al processo – di dettagli su altri aspetti. Uno dei meriti di Mauro Valentini va individuato senz’altro nella capacità di dare alle vicende narrate e alle persone coinvolte sia la veridicità della cronaca sia l’animazione drammaturgica. (altro…)

I me medesimi n. 12: Paola

Milano, Affori, foto gm

Milano, Affori, foto gm

 

Che bei pantaloni, ha detto la segretaria a Paola. Grazie, sai, non li metto mai. Ma guarda che ti stanno proprio bene. Grazie, ha detto di nuovo Paola, poi è andata a sedersi alla scrivania. Alla mattina non c’è molto da fare e le colleghe arrivano un po’ alla spicciolata.

Con le colleghe però è diverso, non come con la segretaria. Quelle ti squadrano ogni mattina. Ma come sei vestitaaa, lo dicono tutte, le une alle altre. Senza però che si capisca dal tono di voce se vuol dire: come sei vestita bene o come sei vestita male. E tutte si rispondono per sicurezza: mi sono vestita di corsa, è la prima cosa che ho trovato. Paola sa che non è vero, però. Anche lei fa il gioco di tutte quante e dice: ma come sei vestitaaa, e: è la prima cosa che ho trovato nell’armadio. Però sa anche di non vestirsi mai di corsa, anzi di solito ci mette un bel po’. Salta la colazione piuttosto.

Perciò Paola non ci ha fatto molto caso quando una collega le ha detto: pantaloni bianchiii? Con quel tono che non si capisce. Sì beh… ha risposto Paola, e ha continuato a fare quello che stava facendo. Poi la collega con tono sognante ha detto: anch’io ho dei pantaloni bianchi. Allora tutte per un po’ hanno parlato di pantaloni bianchi. Poi l’argomento si è esaurito e ognuna ha badato solo alla propria scrivania.

Verso le undici arriva la capa. La capa ha l’ufficio lontano dal loro, ma alla mattina passa sempre a chiacchierare un po’. Alla capa nessuno dice: ma come sei vestitaaa, ma solo: come stai beeene. La capa risponde sempre: insomma, oppure anche lei: è la prima cosa che ho trovato. Però se nessuno le dice niente chiede: Hai visto le scarpe? Hai visto la camicia? Hai visto i pantaloni?

(altro…)

Una frase lunga un libro #42: Vito Bonito, Soffiati via

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Una frase lunga un libro #42: Vito Bonito, Soffiati via, Il ponte del sale, 2015, € 15,00

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da bambina
seduta nel sangue
volevo sapere
cosa resta dei morti

alle manine che uccido
ora chiedo

cosa resta di me
che cosa non torna
mai più

Come fosse un racconto

Chi sono i bambini? Quelli di Bonito e poi tutti i bambini? E gli umani? Mi faccio queste e altre domande, mentre ripongo in libreria,  dopo la terza, quarta lettura, Soffiati via. Mi sono venuti in mente altri bambini, bambini reali e particolari, i bambini dei racconti di Silvina Ocampo (penso soprattutto a Un’innocente crudeltà, La nuova frontiera, 2010, traduzione di F. Lazzarato). I bambini di Ocampo sono fantasiosi più che mai, sono crudeli, sono sovvertitori di regole. Bambini che inventano, bambini che volano, bambini che imprigionano gli adulti in salotto, bambini che ammaliano altri bambini, bambini che dettano le regole del gioco e che del gioco fanno tutto il reale. I bambini della scrittrice argentina sono prossimi alla dimensione del sogno, ma sono reali. I bambini di Bonito sono Bonito stesso, e poi non sono, non possono essere, non saranno. Questi bambini sono prima della nascita, prima che il corpo cresca, prima che i pezzi si incastrino. Questi bambini sono oltre la morte, dove e quando tutto è già accaduto, dove niente è accaduto, perché niente accade. I bambini sono, poi, gli adulti, sono i vecchi, e in quanto tali destinati alla non esistenza. Sono di un’altra dimensione, dove vige l’innocenza e dove essere innocenti non è concesso. Si può scrivere in questo modo per raccontare uno dei libri di poesia più interessanti dell’ultimo anno, bisogna dimenticare qualche regola da recensore e tentare un racconto, provando a immaginare ciò che il poeta ha immaginato, lasciando spazio a ciò che ha voluto che il lettore vedesse.

(altro…)

Bernardo Pacini, La drammatica evoluzione (anteprima)

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Bernardo Pacini, La drammatica evoluzione

 

Dalla nota introduttiva dell’autore:

“La drammatica evoluzione” è un libretto composto da trenta poesie, scritte secondo gli stilemi di alcune forme tradizionali come l’epigramma, il limerick, il dispetto in ottava e il mottetto. L’espediente tematico è il mondo fantastico dei Pokémon, i noti mostriciattoli dei cartoni animati e videogiochi giapponesi, qui chiamati a comporre una vera e propria micromitologia che si muove nella direzione dell’autobiografia poetica, tramite un processo di mimesis con loro: in questo modo, ho voluto affrontare lo strappo tra la fine dell’infanzia e ciò che è venuto dopo. […]”

 

(da DIECI EPIGRAMMI DI DROWZEE, DIVORATORE DI SOGNI)

ASH KETCHUM

In testa ha un cappellino, lavora a Burger King:
:::::::::«Ma porco Nidoking, che merda di destino».
In radio, un motivetto: “You gotta catch ‘em all…”
******«Al tempo spopolò. Mi piacque, sì, lo ammetto.»
Mentre consegna un ketchup, ripensa ai tempi andati:
*******ricordi un po’ ammassati, è necessario un check-up.

Quello che era passione, non era professione.
*******Non era che un assaggio, un tiepido miraggio.

La strada era il Team Rocket, i soci criminali.
*******Al bando gli ideali: violenza, spaccio e racket.
Che fare? È troppo tardi: la scelta è stata fatta.
*******La vita pari e patta: seicento euro lordi.
«Ma poi, cos’è rimasto?» Ci pensa rabbuiato,
*******contando il ricavato, scontrini e buoni pasto.

Un Pikachu bastardo, di paglia, sul parquet,
*******due o tre sfere poké, lasciate sul biliardo

 

 ARTICUNO

Uccello leggendario, notevole il piumaggio.
*****Di nobile lignaggio, celeste dignitario.
Si scopre solo e bieco, non ha mai avuto un nido.
*****Se lancia alto un grido, risponde solo l’eco.
Dal fondo dei ghiacciai, lamenta questo esilio.
*****Strilla: «Nulla nessuno, in nessun luogo mai».

Risponde – se risponde – il dio-poeta Drowzee:
*****«Perché non ti trattieni e ostenti il tuo sapere?
Che pensi di ottenere citandomi Sereni?
*****Lo fai per compiacermi, ma io che posso fare?
Altissimo Articuno, se ci pensavi prima…
*****D’altronde tu fai rima da sempre con “nessuno”».

 

(da CINQUE DISPETTI RANCOROSI DI SLOWBRO)

JYNX

Se c’è qualcosa che Slowbro detesta
è quella zingara algida e subdola.
Jynx è una racchia ma fa la cubista
molti Machamp hanno avuto la fregola.
Si sa, da giovane ha tanto aspettato
principi azzurri con Ponyta alato.
Slowbro conferma che Jynx fu scartata
ad un colloquio per fare la tata.

 

PERSIAN

Se c’è qualcosa che Slowbro disdegna
è lo snobismo piccato di Persian
quando al mattino si passa in rassegna
con occhio languido si lecca il dolman.
Emana un fascino trito, scontato
fa una virtù del suo esser castrato.
Slowbro è sicuro che faccia le fusa
per solitudine. È quella, che accusa.

 

MR. MIME

Se c’è qualcosa che Slowbro non stima
è quella faccia da schiaffi dipinta
quel disagiato scampato a Hiroshima
che si nasconde dietro al fondotinta.
Imita, ride, spernacchia sfacciato
per occultare quel volto sfregiato.
Slowbro è persuaso che quel Mr. Mime
sotto la maschera non rida mai.

 

(da DIECI LIMERICK DRAMMATICI DELL’EVOLUZIONE)

MAGIKARP

Quel Magikarp era lieta incoscienza,
viveva a largo, mai vista una lenza.
Lui che agognava il lago,
si è trasformato in drago.
Che se ne fa di un’immensa potenza?

 

HITMONLEE

Disse sprezzante ma fiero Hitmonlee:
«Nacqui evoluto: mi basta così».
Poi vide nella rete
due Butterfree impigliate.
E per la prima volta trasalì.

 

GRIMER

Grimer faceva gli sciacqui col cloro,
usava un balsamo assai duraturo.
Si dedicò all’igiene
ma lo sapeva bene:
stava per diventare anche più impuro.

 

(da CINQUE MOTTETTI NOSTALGICI DI JIGGLYPUFF)

DIGLETT

La catàbasi, l’affondo
le sue doti naturali.
Un legame assai profondo
familiare con l’abisso.

All’attacco del nemico
lui oppone la sua mossa:
resistendo, combattendo
Diglett scava la sua fossa.

 

CHARMELEON

«Cosa chiedo a questa vita
frastornata dagli effetti?
Logorata, inaridita
dentro il rogo dell’ambiguo.

A che vale la tenacia
se scatena un altro vuoto?
Ma resiste, ancora brucia
questa fiamma alle mie spalle.»

© Bernardo Pacini

Damiano Sinfonico, Storie

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Damiano Sinfonico, Storie, L’arcolaio 2015

 

Mi hai telefonato mentre pensavo a Costanza d’Altavilla.
Mi hai investito di parole che qualcuno era morto.
Nelle tue rare pause, facevo scivolare dei monosillabi nella corrente.
Capisci, non è stato per indifferenza o durezza di cuore.
Mi hai colto tra miniature medievali.
Invischiato in faccende che non mi riguardavano.

 

*
L’ultima colazione, in place des Vosges.
Sotto la casa di Hugo.
Ci siamo seduti sotto il portico.
Un tavolino per due.
Ci hanno servito un panino, marmellata, burro e caffè.
Abbiamo ripetuto i gesti quotidiani.
Ci siamo raccontati cose senza importanza.
Abbiamo finto che tutto sarebbe rimasto uguale.
Io non dovevo prendere l’aereo il giorno dopo.
Salutarci sì, ma non per molto.
È stato un abbraccio fugace.
Poi ci siamo allontanati.
Io scendevo nelle scale della metro.
Tu camminavi in direzione opposta.
Ho preso il tunnel della mia linea.
Ho superato il tornello.
Ho fatto altre scale.
Mi sono fermato sulla banchina.
È arrivata una metro.
Ho esitato un attimo, poi mi sono voltato indietro.

 

*
Fuggivano da Aquileia.
La laguna era a portata di mano.
Avrebbe scoraggiato qualunque invasore.
Fuggivano da Aquileia.
Fondavano le prime case riflesse nell’azzurro.
Avrebbero aggiunto merli e piazze.
Quei coloni incolti.
Quale bellezza stavano scoccando.

 

*
Zlotogrod, non è scomparsa dalle mappe
nei vicoli borbottano ebrei in caffettano
i vetturini corrono a malincuore verso la stazione isolata
i caldarrostai mercanteggiano oggetti preziosi
gli osti sono avari come i giardini d’inverno
Zlotogrod, credo sia dietro l’orizzonte

 

*
Ci tocca questa trafila di vetrine, di manichini spogliati.
Hanno strisce di plastica al posto degli occhi.
Allungano la mano, con borse e foulard sgargianti.
Il loro busto non conosce grasso e vecchiaia.
Dal magazzino scendono e salgono come fiocchi di neve.
Sorridono, scintillano, oscillano, bevendo la luce del mattino.

 

*
Non distinguevi l’acciuga dal caffè.
Rispondevi ai telefoni pubblici quando squillavano.
Affrontavi la notte con una sciarpa e un ombrello rosso.
Toglievi la suoneria quando volevi piangere.
Nell’aria come vento ti sei dissolto.

 

*
.                                                      a Francesco

Il trasloco sta finendo.
I quadri, le bottiglie, i portasciugamani.
Tutto ha trovato una collocazione.
Resta poco da fare.
Aspettare insieme il domani.
La luce filtrata dagli alberi.
Questa casa si apre agli anni futuri.
Arriveranno uno a uno.
Li conteremo insieme, luminosi e meno.
In te c’è un altro secolo di vita.

 

© Damiano Sinfonico

 

1990, Serena Cruz o la vera giustizia – Natalia Ginzburg intervistata da Marco Rossi

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Il 1990 fu l’anno in cui Natalia Ginzburg, in Serena Cruz o la vera giustizia, si confrontò con lucida passione e comprensibile veemenza con un caso giudiziario che è rimasto nella nostra memoria, un caso sul quale intellettuali, giuristi, l’opinione pubblica tutta presero animata posizione. Alla fine del libro Natalia Ginzburg riporta la data di composizione: dicembre 1989. Nel 1989 Serena Cruz, che all’epoca aveva tre anni, era stata tolta alla famiglia Giubergia. La motivazione addotta dalle autorità giudiziarie: Francesco Giubergia, il padre adottivo, aveva violato la legge, dichiarando di esserne il padre naturale. Il 20 febbraio 1990. per Italia Radio, Marco Rossi intervistò Natalia Ginzburg, che nelle circa sessanta pagine del suo pamphlet aveva cercato una risposta all’interrogativo che si agitava nelle coscienze di moltissimi italiani: perché Serena Cruz era stata tolta ai genitori adottivi, che avevano sì ingannato la legge, ma lo avevano fatto per un atto di amore? Pubblico qui il testo dell’intervista, per il quale ringrazio Brunella Bassetti, moglie di Marco Rossi. All’intervista segue l’incipit del libro di Natalia Ginzburg. Fu l’ultimo libro pubblicato dalla scrittrice, morta a Roma nel 1991. (Anna Maria Curci)

 

Tra memoria e giustizia: il caso di Serena Cruz

Intervista di Marco Rossi a Natalia Ginzburg del 20 febbraio 1990, trasmessa da Italia Radio.

 

Generale e astratta. Così deve essere la norma giuridica, come scrivono i manuali su cui si imparano i primi rudimenti del diritto. Ma poteva bastare una definizione così per Serena Cruz? Natalia Ginzburg, che quattro anni fa dedicò il suo ultimo libro a questa vicenda, non aveva dubbi. La storia di questa bambina filippina, adottata amorevolmente ma non nel rispetto delle leggi da Francesco Giubergia, e poi affidata dal Tribunale dei Minori ad un’altra famiglia, in quei due aggettivi non ci poteva davvero stare.
Credo che la chiave di lettura più corretta del suo volume sia il contrasto tra la necessità della certezza del diritto, essenziale per una società civile, e la necessità della giustizia del caso concreto, che è poi l’unica giustizia vera.
Lei condivide questa interpretazione, signora Ginzburg?

Io penso che l’unica vera giustizia consista nell’esaminare ogni caso in sé, vedere che cosa può essere il bene per una determinata persona, per un determinato bambino. Riguardo al diritto noi sappiamo che i giudici potevano agire in un altro modo perché nella legge c’è scritto: ‘Il giudice può togliere l’affidamento ad una persona per una omissione di segnalazione’. Non c’è scritto: ‘Deve’, è scritto ‘Può’, quindi i giudici potevano agire in un altro modo. Mi pare che anche dal punto di vista del diritto non sia difendibile questo operato, che si potesse agire diversamente.
.    A me sembra di una tale ingiustizia quanto è successo che non trovo giusto sia dimenticato. Io voglio ricordarlo, ho voluto ricordarlo in un libro. Non desidero certo far clamore ma voglio che questa vicenda non sia scordata, perché secondo me la giustizia è stata tradita.

Uno dei bersagli polemici del suo libro è il rifiuto di schierarsi, c’è anche la citazione di un versetto dell’Apocalisse a questo proposito. Ma in un contrasto come quello che abbiamo appena descritto, obiettivamente è difficile schierarsi. Non si rischia di giungere alla conclusione, forse un po’ paradossale, che siamo tutti in qualche misura colpevoli per il fatto che questi due principi si siano trovati in contrasto come nel caso di Serena Cruz?

Io credo che fosse un caso non facile, però di fronte ad una situazione difficile mi sembra che si dovrebbe cercare di agire con il buon senso, non togliere una bambina a quelli che ormai erano i suoi genitori perché le si fa del male. Che posso aggiungere a questo? Io la penso così. (altro…)

I poeti della domenica #40. Sylvia Plath, 18 aprile (traduzione di A. Rosselli)

sylvia plath poetarum amelia rosselli

April 18

the slime of all my yesterdays
rots in the hollow of my skull

and if my stomach would contract
because of some explicable phenomenon
such as pregnancy or constipation

I would not remember you

or that because of sleep
infrequent as a moon of greencheese
that because of food
nourishing as violet leaves
that because of these

and in a few fatal yards of grass
in a few spaces of sky and treetops

a future was lost yesterday
as easily and irretrievably
as a tennis ball at twilight

Sylvia Plath,da Juvenilia, in The Collected Poems, Faber and Faber, 1981.

*

18 APRILE

la melma di tutti i miei ieri
marcisce nel cavo del mio teschio

e se il mio stomaco volesse contrarsi
per via di qualche esplicabile fenomeno
come una gravidanza o costipazione

io non ti ricorderei

o così per via del sonno
infrequente come una luna di gorgonzola
questo per via del cibo
nutriente per via di foglie viola
questo per via di queste

e in pochi fatali metri d’erba
in pochi spazi di cielo e cime d’alberi

un futuro morì ieri
facilmente e irrecuperabilmente
quanto una palla da tennis al crepuscolo

La traduzione di A. Rosselli da Traduzioni e autotraduzioni. Istinto di morte e istinto di piacere in Sylvia Plath, in L’Opera poetica, I Meridiani, Milano, Mondadori, 2012.