Giorno: 30 dicembre 2015

Questo Natale #18: Paolo Triulzi, L’amante di Babbo Natale

Parigi, foto gm

Parigi, foto gm

L’AMANTE DI BABBO NATALE

L’amante di Babbo Natale prese il primo pullman per il deserto, solo una valigia nella mano. Alla prima sosta non c’era niente. Un bar, una cabina telefonica e uno sconfinato nulla in ogni direzione.

I passeggeri assonnati scesero tutti per fumare e andare in bagno. Mentre ascoltava la linea suonare a vuoto, osservava l’autista farsi allungare con del whisky il caffè nel bicchierone di carta. Sottobanco, di nascosto dai passeggeri.

Quel bastardo non è ancora tornato a casa, pensava. Porco, pensava, ma un po’ sollevata. Forse aveva ancora tempo. Ancora un po’ di vantaggio. Ricordava la prima volta che gli aveva detto me ne vado. Se mi lasci non vale, aveva risposto lo stronzo. Sei uno stronzo, gli aveva detto. Tanto poi ti ritrovo, le aveva detto lui, io faccio il giro del mondo in una notte.

Non riusciva ancora a decidere se era peggio quando scherzava, dato che scherzava sempre e su tutto, o quando diceva quelle cose da stalker psicopatico. Non sapeva perché, ma lei ci aveva sempre creduto a quel tono tetro che gli veniva quando la minacciava. Le sembrava all’improvviso di essere completamente nuda fuori in mezzo alla tundra.

Un fottuto stalker alcolizzato in mezzo alla tundra, ecco cos’era. Fottuto porco alcolizzato e pervertito. Ripassava gli insulti come una litania mentre ritornava sul pullman. Dentro era scesa la temperatura durante la fermata. Ora c’era freddo e puzza di tabacco appena fumato. L’autista era viola in faccia e fuori dal finestrino riprendeva il nulla.

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Questo Natale #17: Claudio Morandini, In solitaria

Parigi 2015, foto gm

Parigi 2015, foto gm

In solitaria

Elles se multiplient, l’entourent, l’assiègent.
(Flaubert, “La tentation de Saint Antoine”)

La tipa dell’agenzia immobiliare non sa che dire, nemmeno riesce a guardarlo negli occhi.
«Lei vorrebbe…»
«Una stamberga in alta montagna, sì.»
«Come le ho detto, abbiamo diverse baite ristrutturate o da ristrutturare molto carine che…»
«Non carine. Nemmeno baite. E di sicuro non ristrutturate. Una stamberga mi basta. Non avete niente come una catapecchia isolata che d’inverno si copre di neve e non è raggiungibile fino a primavera inoltrata?»
«Catapecchia.»
«Sì, un postaccio che respinga, che faccia venir voglia di scappare, di girare al largo.»
«Postaccio. Ma se anche l’avessimo, mica gliela proporrei. Mi vergognerei, anzi!» tenta di ridere la tipa dell’agenzia, che non sa se essere piccata o sbigottita.
Ippolito Paracchi mica ride, però.
«Avanti, signorina, so che ha qualcosa per me» insiste. «Scommetto che in fondo al cassetto giace da anni una proposta di cui si vergogna pure, che non sa come piazzare, che non sa nemmeno come descrivere per quanto è brutta. Ecco, voglio quella.»
«Ma perché?» trema lei.
«E me lo chiede? Perché si avvicina il Natale!»
Ippolito Paracchi ha ragione a insistere: la tipa dell’agenzia – l’ultima di una lunga serie – trova nel faldone delle proposte improponibili i dati di una vecchia bicocca infilata su per il sedere del mondo dove nessuno si sognerebbe di mettere radici. Prima non se ne ricordava proprio. Con qualche titubanza mostra gli incartamenti, le mappe, alcune vecchie foto scolorite all’uomo che scalpita davanti a lei.
«Questa!» salta sulla sedia Ippolito Paracchi, e quasi si mette a battere le mani. «È proprio lei, che le dicevo? Guardi, guardi che orrenda. E me la voleva tenere nascosta? Allora, dove devo firmare?»
«Non vuole prima… che so, vederla? Contrattare? Sentire un geometra?»
«Ma siamo matti? Le feste sono così vicine, e se non riesco ad averla in tempo? Poche storie, me la dia.»

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