Giorno: 26 dicembre 2015

Questo Natale #12: Elisabetta Bucciarelli, Travestimenti di Natale

berlino, foto gm

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TRAVESTIMENTI DI NATALE

 

È Natale!

Dal paesello sono arrivati i parenti, perché Natale sembra più Natale al Nord. Sulla tavola c’è il cappone come si fa a Milano e il capitone con il sugo rosso, come si fa al paese. I bimbi sono già a nanna, aspettano Gesù.

“Natale svegliati, è mezzanotte!” bisbiglia la mamma al suo bambino. Natale apre gli occhi, li stropiccia e si alza. La festa è doppia. Nasce Gesù e nasce anche lui, Natale, Natalino. Al paesello chi nasce di vigilia lo chiamano così. I regali sono pochi, ma Natalino si diverte ugualmente. Infila le scarpe della mamma e tutti ridono. Si stappa lo spumante: “Poco a Natalino!”. Lui fa le boccacce, il vino è amaro.

Che Natale!

Dopo tanti anni ci pensa ancora. La stanza è buia, il letto cigola, fa freddo. Tira le coperte fino al mento e si gira su un fianco. Alle sue spalle una sagoma si muove. Chiede che ore sono. Natale risponde: “È quasi mezzanotte”.

La sagoma si alza, accende la luce. Natale chiude gli occhi. La sagoma si infila i pantaloni, annoda la cravatta e dice: “Com’è che ti chiami?”.

“Lina, mi chiamo Lina”.

“Beh Lina, buon Natale… te li lascio qui”. Poi va via. Tariffa doppia stanotte.

Natale apre gli occhi e si veste: la guêpière, la gonna corta, i tacchi alti. Spazzola i capelli e aggiusta il trucco.

Natale è mezzanotte se ti sbrighi riesci a fare un altro cliente e a Natale lo sai, la festa è doppia.

*

© Elisabetta Bucciarelli

Nota: L’autrice precisa che il racconto che avete letto è il primo da lei scritto, che al tempo aveva vent’anni, che lo scrisse per un concorso indetto dal quotidiano La Repubblica, che il racconto venne poi pubblicato dal quotidiano, che il premio furono un paio di Levi’s 501, che ancora indossa.

Questo Natale #11: Francesca Marzia Esposito, Flegont e Morgana

Berlino, foto gm

Berlino, foto gm

e sempre si finiva a parlare DiStanze nelle distanze dove noi due sostavamo reali. Accadevano cose, eravamo toccati toccanti nei concreti grigiori ovvi là fuori a miriade spersi, lui mi salvava e anch’io gli producevo salvezza, collegati interconnessi cominciava il nostro natale la sera di tutte le sere verso le nove le parole sue diventavano mie, e me ne diceva di cose, Flegont: La carne è triste, ahimè! e ho letto tutti i libri, di fabbriche e specchi della frutta falsa più vera della vera di Kubrick della simmetria la caverna dei mari e dei mondi esistenti, dell’inesistenza, del desiderio suo di me nel volere alloggiare il mio dentro, D’esistere tra cieli ed ignorate spume. O notti! né il chiarore deserto del mio lume, anche in francese mi ripeteva Mallarmè, delle donne la musica barocca di foto scattate bruciate di scarti gli avanzi, del cadere, della verdura in pastella di Kant i sommergibili del male suo saettato in una scossa tra la spina dorsale e la gamba scassata, di quello e quell’altro mi parlava – e mi prendeva nel giro, Flegont – Ma tu, mio cuore, ascolta cantare i marinai!

io rispondevo poco poco, mi doveva scucire tutto di bocca. Sfilavo il bracciale le mani fredde di fine giornata davanti allo schermo acceso con lui d’immagine spento. Flegont era un eikon e anch’io lo ero, ma lui di un dipinto, chissà perché si era scelto quel quadro, quell’uomo posato di tre quarti raffigurato su sfondo scuro sotto un copricapo rosso inchiostrato, chissà com’era Flegont mentre lo avevo attraverso lo schermo sul tavolo mio sul letto o divano, non lo guardavo e per forza, Flegont, che nome strano, per me era solo parole in grassetto e se ci ripenso lo amavo, se ci ripenso di quell’amore fermo senza passato o futuro in mezzo al mio niente che pure era qualcosa, era settembre novembre pioveva, era il ventiquattro dicembre la sera di tutte le sere era natale la neve cadeva mentre il mio niente si riversava nel suo di nuovo mio –  e dovevo fare i regali, dovevo sbrigarmi.

ti ho letto, scrisse la prima volta. Si riferiva a una cosa di cui mi vergognavo, settantamila battute di un’esplosione primordiale, descrivevo detriti, la fuga dei ratti e delle farfalle, così cominciava a odorare d’antico il nostro natale, ero a distanza, di casa, di stanza, la mia, nella città non sua non mia, più di nessuno, che all’improvviso collassava, e tutte le volte pensavo Ecco ci siamo, poi la paura si scollegava, ti prego non leggermi più. Costruivo trame di storie inventate, DiStanze mi dava tre mesi di tempo, io rispettavo le loro scadenze per non vedere bloccarsi lo schermo, forzosamente, da chi da che cosa non lo sapevo, mentre al di qua sopravvivevo, a lavoro andavo quando potevo, aspettavo che le strade fossero sgombre, che la guglia riprendesse a illuminare l’aria d’amianto, dalle persone mi scansavo, ero sola come dicevo o forse il contrario, facevo la donna scollata dal resto, un corpo svuotato davanti a uno schermo, e solo lo era anche Flegont, non aveva figli né moglie, così mi diceva, io gli credevo, diceva Ho due gatti, che cosa facesse di preciso non so, me lo disse in principio, l’ho detto: non è stato mai natale prima di Flegont, e mi chiamavo Morgana, ora non più.

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