Giorno: 25 dicembre 2015

Questo Natale #10: Anna Toscano, Il Natale di Garcia

MIlano, Villa Litta, foto gm

MIlano, Villa Litta, foto gm

Il Natale di Garcia

“Maestro Garcia, il volume! Abbassa il volume Maestro Garcia!”.
Vaccacapra sempre la stessa storia in questa topaia, il prossimo mese me ne vado.
“Maestro Garcia abbassa! Basta con questa televisione!”.
“Devo distrarmi per tutti i pianeti, lasciatemi in pace! È Natale anche per me!!!”
“Rispondi Maestro, apri questa porta”.
“Andate via, non osate entrare”.
“Maestro buttiamo giù la porta, Maestro rispondi”.
“Via via via andatene via”.
“Maestro, Maestro, madre santissima parlami Maestro, mi vedi? Mi senti? Misericordia chiamate un dottore”.
“Ma che dottore e dottore, per tutti i pianeti ti vedo e ti sento anche troppo, adesso chi la paga la porta?”.
“Un medico subito, Faria chiama l’ambulanza”.
“Ma sei sorda Aparecida, non chiamare nessuno”.
“Faria subito! non parla, guarda ha tutta questa bava, muove un po’ gli occhi, santa madre santissima”.

Le donne e gli astri la mia rovina, questa capra non ha mai capito nulla sa solo andare avanti e indietro con quel suo culo secco per le strade, e poi piange che tira su pochi soldi, con quel culo secco dove vuole andare. Quale forza misteriosa me l’ha messa nella stessa pensione, ogni mattina a piangere e a chiedermi le carte.
“Maestro Garcia, maestro Garcia ti prego rispondi, dimmi qualcosa”.
Dimmi qualcosa, dimmi qualcosa, tutte con le stesse due parole in bocca: dimmi qualcosa. Sono passati ormai vent’anni da quando, in un dicembre caldissimo, andai a sedermi all’ombra di un albero in praça da República: ero lì seduto su un masso che recinta un laghetto artificiale, sudavo e maledicevo tutti quelli che mi avevano detto no nei negozi. Ero uno dei tanti giovani che veniva dalla costa e cercava fortuna nella metropoli, giornate di sorrisi stirati e mani che indicavano l’uscita. Molti di noi si infilavano nei bordelli a basso costo, alcuni si avventuravano per due soldi nei viaggi procurati dal crack, tutti dormivamo lungo la strada. Io cercavo di non rovinare troppo gli unici pantaloni con una giacca che mai avessi posseduto, me li avevano regalati i miei fratelli, con una colletta in paese, per sposare Doralice.

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Questo Natale (bonus): Giovanni Raboni, Niente sarà mai vero come è

giovanni-raboni

Niente sarà mai vero come è
vero questo venticinque dicembre
millenovecentonovantatré
con il suo tranquillo traffico d’ombre
*
*
per corsie e sale e camerate ingombre
di vuoto e il fiume dei ricordi che
rompe gli argini in silenzio. È in novembre,
lo so, vuoi che non lo sappia? per te
*
che si semina dolore, il più forte,
il più contro la vita – ma se viene
solo ora al suo compimento di morte*e di lì a un’altra nascita conviene
far festa qui, bruciare qui le scorte
di incenso e febbre al turno delle pene.

*
© Giovanni Raboni, da Quare Tristis (ora in Tutte le poesie, Einaudi, 2014)

Questo Natale #9: Ivano Mugnaini, Il dono

berlino, foto gm

berlino, foto gm

Il dono

Libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa
 chi per lei vita rifiuta

.                   Dante, Purgatorio, I, 70-2

 

 

 

          Le sei e trenta della mattina di Natale. Mi hanno svegliato di soprassalto i vicini di casa. Erano già in piedi ad aprire i regali e a cantare a squarciagola “Jingle Bells”. Pur di non sentirli sono scappato fuori di corsa. Ho ancora il pigiama sotto i pantaloni. Sulle strade e nelle vene, il gelo. Cerco perlomeno il privilegio della solitudine: viaggiare in carreggiate vuote, quasi all’inglese, sulla corsia opposta rispetto al normale. Ci sono gli altri, però. Numerose macchine, lanciate in direzione contraria o analoga. Mi viene da chiedermi perché. Dove vanno? Con quale diritto invadono il mio spazio, la mia follia fuori tempo e fuori orario?

          Lo so, è assurdo. Ma non posso fare a meno di pensarlo. Così come non posso evitare di fuggire, ora. Lontano da tutti, ad ogni costo. Mi infilo in un dedalo di viuzze che non conosco. Ho tutto il tempo che voglio. E assolutamente nessun impegno o appuntamento. Mi ritrovo in una strada sterrata. Solchi sempre più profondi all’altezza delle ruote e sempre più alti l’erba e il pietrisco al centro. Non c’è uno spazio vuoto grande abbastanza per fare manovra. Vado avanti per chilometri. Dietro di me il nulla, una pianura desolata e sconosciuta. Costeggio la siepe di una villa enorme. Presagisco la presenza di una muta di cani da guardia. Mi si affiancano, puntuali, spalancando le fauci fin quasi a mordere la rete. Mi inseguono fino all’ingresso. Mi preparo a fare retromarcia nel vialetto antistante l’entrata, più velocemente possibile, per tornare indietro, sulla strada statale. Ma, contro ogni attesa, il cancello automatico mi si spalanca di fronte. Sarebbe una ragione di più per scappare rapido come un fulmine, se fossi lucido. Oggi però è un giorno speciale. Sarà la stanchezza, la follia generata dalle musiche e dalle campane, dallo spumante e dall’overdose di pandoro, ma decido di premere sull’acceleratore ed entro.

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